Le Due città.  Charles Dickens
Capitolo 6. Centinaia di persone
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La tranquilla abitazione del dottor Manette era in un tranquillo cantuccio non lontano dalla piazzetta di Soho. Nel pomeriggio d'una bella domenica, dopo ch'erano passate le ondate di quattro mesi sul processo d'alto tradimento, trasportandolo, quanto all'interesse pubblico e al ricordo, in alto mare, il signor Jarvis Lorry se ne andava per le assolate vie di Clerkenwell, dove abitava, verso la casa del dottore, dov'era invitato a desinare. Dopo parecchie ricadute nei suoi affari, il signor Lorry era diventato l'amico del dottore, e il tranquillo cantuccio di Soho formava la parte più assolata della sua vita.

In quella bella domenica, il signor Lorry s'era incamminato verso Soho, presto nel pomeriggio, per tre ragioni d'abitudine. Primo, perchè le belle domeniche, prima del pranzo, usciva spesso a far quattro passi col dottore e con Lucia, secondo, perchè le domeniche non belle era avvezzo a trattenersi con essi, come amico di famiglia, a chiacchierare, leggere, guardare fuori della finestra e in generale a passare la giornata; terzo, perchè gli accadeva d'aver da risolvere i suoi piccoli mordenti dubbi, e sapeva che, date le abitudini della famiglia del dottore, era quello il tempo nel quale probabilmente avrebbe potuto risolverli.

Un cantuccio più caratteristico di quello dove abitava il dottore non si sarebbe potuto trovare in tutta Londra.

La via terminava lì, e le finestre della facciata della casa del dottore guardavano l'ameno panorama d'una strada che aveva una bell'aria di solitudine. A nord dell'Oxford-road v'erano allora poche case, e nei campi ora dileguati, crescevano dei begli alberi, dei bei fiori selvaggi e delle belle siepi di biancospino. Per conseguenza in Soho soffiava l'aria di campagna con vigorosa libertà, invece di languire nella parrocchia come la poveraglia senza ricovero; e v'erano molti bei muri esposti a mezzogiorno, non lungi di lì, sui quali nella bella stagione maturavano le pesche.

La luce estiva splendeva fulgida su quel cantuccio nella prima parte della giornata, ma quando le strade si arroventavano, il cantuccio rimaneva in ombra, ma non in un'ombra così remota che non si potesse volgere l'occhio alla viva lucentezza del sole. Era un cantuccio fresco, cheto ma allegro, un ricetto meraviglioso per gli echi e un rifugio dall'assordante trambusto delle strade.

Vi doveva essere una tranquilla barca in una rada simile, e vi era. Il dottore occupava due piani d'una grossa casa silenziosa dove si credeva che parecchie professioni fossero esercitate di giorno, ma dove nulla o quasi nulla se ne avvertiva in qualunque ora, e tanto meno di sera. Si asseriva che in un edificio in fondo, dove si arrivava per un cortiletto in cui un platano faceva stormire la sua verde chioma, venissero fabbricati degli organi da chiesa, vi si lavorasse l'argento e parimenti fosse battuto l'oro da qualche gigante misterioso, che aveva un braccio d'oro sporgente dal muro del vestibolo — come se si fosse battuto da sè per rendersi prezioso e minacciasse la stessa trasformazione a tutti i visitatori. Molto poco di questi mestieri, o d'un inquilino solitario che si diceva abitasse all'ultimo piano, o d'un oscuro fabbricante d'accessori di carrozze che si asseriva avesse un ufficio giù, si vedeva o udiva mai. Di quando in quando, qualche operaio traversava il vestibolo mettendosi la giacca, o s'affacciava qualche estraneo, o un lontano tintinnìo si udiva nel cortile o un picchiettio dalla parte del gigante d'oro. Queste, però, erano le uniche eccezioni richieste a provare la regola, che i passeri, sul platano dietro la casa, e gli echi nella cantonata anteriore, vivevano perfettamente liberi dalla domenica mattina alla sera del sabato.

Il signor Manette riceveva in casa sua quei malati che la sua antica reputazione e la nuova fattagli dalle ciarle intorno alla sua storia, potevano procurargli. Le sue conoscenze scientifiche e la sua sagacia e abilità nel fare degl'ingegnosi esperimenti gli procacciavano parimenti altri clienti; ed egli guadagnava quel che gli occorreva.

Tutto questo era a conoscenza, a notizia, a cognizione del signor Jarvis Lorry, quando sonò il campanello della tranquilla abitazione di quel cantuccio, in quel bel pomeriggio domenicale.

— Il dottor Manette è a casa?

Era aspettato in casa.

— La signorina Lucia è a casa?

Era aspettata a casa.

— La signorina Pross è a casa?

Forse era a casa, ma per la fantesca era impossibile indovinare le intenzioni della signorina Pross, su una risposta di sì o di no.

— Siccome io sono a casa, — disse il signor Lorry, — andrò io di sopra.

Benchè la figliuola del dottore non conoscesse nulla del paese natio, pareva ch'ella avesse ingenita l'abilità di far molto con poco, che è una delle più utili e graziose caratteristiche francesi. Per quanto semplice, l'arredamento era incorniciato da tanti ninnoli di nessun valore, ma pieni di gusto e di fantasia, che l'effetto n'era delizioso. La disposizione di tutti gli oggetti nelle stanze, dal più grosso al più piccolo; l'avvicendamento dei colori, l'elegante varietà e il contrasto ottenuti con nulla in tutte le inezie, da un paio di mani delicate e da un paio di chiari occhi, guidati dal buon senso, erano insieme così gradevoli in sè stessi e così improntati dalla grazia di chi aveva presieduto al loro ordinamento, che mentre il signor Lorry si stava guardando in giro, le sedie stesse e i tavolini pareva gli domandassero, con un po' di quella speciale espressione che a quell'ora egli già conosceva tanto bene, se tutto fosse di sua soddisfazione.

V'erano tre stanze su un piano, e giacchè le porte di comunicazione erano tutte spalancate per farvi circolare l'aria liberamente, il signor Lorry, osservando con un sorriso quella effigie immaginaria che vi vedeva improntata da per tutto, passò liberamente dall'una all'altra. La prima era il salotto, e in essa v'erano gli uccellini di Lucia, i fiori, i libri, lo scrittoio, il tavolinetto da lavoro e la cassetta dei colori; la seconda era il gabinetto del dottore, usato anche come stanza da pranzo; la terza, mobilmente ombreggiata dalle fronde stormenti del platano nel cortile, era la camera da letto del dottore, e lì in un angolo, stavano l'abbandonato deschetto da calzolaio e l'asse degli strumenti del mestiere, quasi com'erano apparsi nel quinto piano di quella lugubre casa con la bettola, nel sobborgo di Sant'Antonio a Parigi.

— Chi sa perchè, — disse il signor Lorry, fermandosi a guardarsi intorno, — si deve tenere presso quel ricordo delle sue sofferenze!

— E perchè una domanda simile? — esplose una voce che gli fece dare un balzo.

Proveniva dalla signorina Pross, la selvaggia donna muscolosa dai capelli rossi, della quale la prima volta egli aveva fatta la conoscenza a Dover, nell'Albergo Royal George, e che poi aveva imparato a conoscere meglio.

— Avrei creduto... — cominciò a dire il signor Lorry

— Ohibò! Avreste creduto! — disse la signorina Pross; e il signor Lorry ammutolì. Poi la donna chiese... vivamente, come a mostrar di non aver avuto alcuna cattiva intenzione: — Come state?

— Io piuttosto bene, grazie, — rispose il signor Lorry, con dolcezza; — e voi?

— Nulla da esser soddisfatta, — disse la signorina Pross.

— Veramente?

— Ah! Veramente! — disse la signorina Pross; — io sono fuori dei gangheri per il mio tesoro.

— Veramente!

— Per amor di Dio, dite qualch'altra cosa oltre «veramente», o m'irriterete a morte, — disse la signorina Pross, il cui carattere (al contrario della statura) era d'una pungente brevità.

— Realmente, allora? — disse il signor Lorry, correggendosi.

— Realmente non è gran che, — rispose la signorina Pross, — ma è un po' meglio. Sì, io son fuori dei gangheri.

— Posso domandare perchè?

— Non mi piace che delle dozzine di persone, non tutte degne del tesoro, vengano a ronzar qui intorno, — disse la signorina Pross.

— Vengono delle dozzine di persone con questo scopo?

— Delle centinaia, — disse la signorina Pross.

Era caratteristica di quella donna (come di alcuni altri prima e dopo di lei) d'esagerare la sua premessa, quando gliela ripresentavano in forma interrogativa.

— Ohimè! — disse il signor Lorry, come l'osservazione più sicura che potesse pensare.

— Ho vissuto con la mia diletta... o la mia diletta ha vissuto con me, pagandomi perciò; cosa che certamente non avrebbe mai fatto, potete esserne certo, se io avessi potuto mantener me o lei con nulla... da quando essa aveva dieci anni. Ed è veramente molto triste, — disse la signorina Pross.

Non comprendendo bene che cosa fosse triste, il signor Lorry scosse il capo, usando quell'importante parte di sè stesso come una specie di mantello fatato che si adattasse a tutto.

— Un sacco di persone, che non son pur degne di un'unghia di quel caro tesoro, ci son sempre qui fra i piedi, — disse la signorina Pross. — Cominciaste voi...

— Cominciai io! Signorina Pross?

— Come no? Chi ridiede animo al padre?

— Ah! Se questo vuol dire che cominciai io... — disse il signor Lorry.

— Immagino che non fosse finire... Io dico cominciaste voi, e fu abbastanza triste. Non che io abbia nulla a ridire sul dottor Manette; ma egli non è degno della figliuola. E questa non è un'accusa che gli faccio, perchè, in qualunque caso, non c'era da aspettarsi che qualcuno fosse abbastanza degno di lei. Ma realmente è due volte e tre volte triste veder delle folle e delle moltitudini di persone che vengono da lui (questo avrei potuto perdonarglielo) per togliermi l'affezione del mio tesoro.

Il signor Lorry conosceva la signorina Pross come gelosissima, ma sapeva anche ch'essa era, sotto la superficie delle sue stravaganze, una di quelle creature disinteressate — in genere solo fra le donne — le quali, per puro amore e ammirazione, si legheranno schiave volontarie alla giovinezza quando l'hanno perduta, alla bellezza che non hanno mai avuta, a pregi che non furono mai abbastanza fortunate da guadagnare, a lucenti speranze che non rifulsero mai sulle loro umili vite. Egli conosceva abbastanza il mondo da sapere che in esso non v'è nulla di meglio del fedele ossequio del cuore, e per un cuore così fatto e così esente da ombre venali, egli aveva un così alto rispetto che nelle classificazioni dei meriti fatte in mente sua — tutti facciamo, più o meno, simili classificazioni — egli metteva la signorina Pross molto più da presso agli angeli, che a molte altre donne col conto corrente alla banca Tellson, immensurabilmente migliori per pregi di natura e d'arte.

— Non vi fu mai, non vi sarà mai, che un solo uomo degno del mio tesoro, — disse la signorina Pross; — mio fratello Salomone, se in vita sua non avesse commesso un fallo.

E anche su questo punto... Le informazioni del signor Lorry sulla storia personale della signorina Pross avevano stabilito il fatto che suo fratello Salomone era un briccone senza cuore che l'aveva spogliata, col pretesto di una speculazione, di tutto ciò che possedeva, abbandonandola nella sua povertà per sempre, senza neppure un'ombra di rimorso. La fede della signorina Pross in Salomone (dedottone appena un granellino per quel leggero errore) era un argomento serio per il signor Lorry e aveva importanza nella buona opinione che aveva di lei.

— Giacchè per il momento ci troviamo soli e siamo tutti e due persone pratiche, — egli disse, dopo che, raggiunto il salotto, s'erano familiarmente seduti, — permettete che io vi domandi... Il dottore, parlando con Lucia, non allude mai al periodo che faceva il calzolaio?

— Mai.

— E pure si tiene accanto il deschetto e tutti quegli strumenti.

— Già! — rispose la signorina Pross, scotendo la testa, — ma non dico che fra sè non ci pensi.

— Credete che ci pensi molto?

— Sì, — disse la signorina Pross.

— Immaginate... — aveva incominciato il signor Lorry, quando la signorina Pross lo interruppe brusca:

— Non immagino mai nulla. Non ho affatto immaginazione.

— Mi correggo; supponete... arrivate, qualche volta, fino a supporre?

— Qualche volta, — disse la signorina Pross.

— Supponete, — continuò il signor Lorry, con un gioioso scintillio negli occhi, guardandola affabilmente, — che il dottor Manette abbia qualche sua teoria, mantenuta in tutti questi anni, sulla causa delle sue sofferenze e sul nome, fors'anco, del suo nemico?

— Io non suppongo altro che ciò che mi dice il mio tesoro.

— E cioè?

— Ch'ella crede di sì.

— Ora non andate in collera perchè vi faccio tutte queste domande: io sono semplicemente un uomo pratico e seccante, e voi siete una donna pratica.

— Seccante? — domandò la signorina Pross, con placidità.

Rinunziando volentieri a quel modesto epiteto, il signor Lorry rispose: — No, no, no. Certo no. Per tornare alla cosa: non è strano che il dottor Manette, innocente, come tutti sappiamo bene, d'ogni delitto, non debba mai alludere a questo fatto? Io non dirò con me, benchè con me abbia avuto, molti anni fa, delle relazioni d'affari, e ora siamo intimi; dirò con la cara figliuola alla quale è tanto affezionato e che gli è tanto affezionata. Credete, signorina Pross, io non tocco con voi questo tasto per curiosità, ma per sincera simpatia.

— Per quel che io so, e direte che quel che io so è poco, — disse la signorina Pross, rammorbidita dal tono apologetico, — l'argomento gli fa paura.

— Paura?

— Ed io direi che il perchè è abbastanza semplice. Si tratta d'un terribile ricordo. Inoltre, ne venne la perdita, l'oblio di sè stesso. Non sapendo come gli avvenne di perdere la conoscenza di sè, e come la riacquistò, non si sente mai certo di non perderla di nuovo. E basta questo, credo, perchè il soggetto non sia piacevole.

Questa era un'osservazione più profonda di quella che il signor Lorry si sarebbe aspettata. — Vero, — egli disse, — è terribile a pensarci. Pure, mi s'affaccia un dubbio, signorina Pross, se sia bene per il signor Manette tenersi quell'affanno sempre chiuso in petto. Questo dubbio e l'inquietudine ch'esso mi dà m'hanno spinto a tenervi questo discorso.

— Che farci? — disse la signorina Pross, scotendo il capo

— Toccategli questa corda, e lo vedrete immediatamente abbuiato. Meglio lasciarla stare. A farla breve, si deve lasciarla stare, si voglia o no. Talvolta, egli si leva nel cuore della notte, e si sente nella sua stanza, lì in alto, camminare su e giù, su e giù. Il mio tesoro dice che allora lo spirito di lui cammina su e giù, su e giù, nella sua antica prigione. Ma egli non le dice mai una parola sulla vera ragione di quella irrequietezza, e lei trova ch'è meglio non farnelo avvertito. In silenzio passeggiano su e giù insieme, su e giù insieme, finchè l'amore e l'affezione del mio tesoro non lo hanno restituito a sè stesso.

Nonostante che la signorina Pross affermasse di non avere immaginazione, v'era, nella ripetizione di quella frase dell'andare su e giù, una così viva percezione della sofferenza cagionata dalla monotona ossessione di una dolorosa idea, che non rimaneva alcun dubbio dell'esistenza in lei di quella facoltà.

È stato già detto che quel cantuccio di strada era meraviglioso per gli echi; ed aveva cominciato ad echeggiare così sonoramente al rumore di passi che s'avvicinavano, da parer che la sola menzione di quello stanco andirivieni li avesse messi in moto.

— Eccoli! — disse la signorina Pross, levandosi e interrompendo il colloquio; — e presto vedremo arrivare centinaia di persone.

Era un angolo così strano per le sue proprietà acustiche, un luogo di risonanze così curioso, che il signor Lorry, stando alla finestra, in attesa del padre e della figlia, dei quali sentiva i passi s'immaginava che non sarebbero mai comparsi. Non solo gli echi si spegnevano, come se i passi se ne fossero andati, ma si udivano in loro vece passi che non sarebbero mai arrivati, e che si dileguavano interamente appena sembravano avvicinarsi. Infine, però, apparvero il padre e la figlia, e la signorina Pross era già pronta alla porta di strada a riceverli.

Era bello guardare la signorina Pross, sebbene un po' selvaggia, rossa e crucciosa, togliere il cappello alla sua diletta appena arrivata di sopra, allisciarlo con le cocche del fazzoletto, soffiandone la polvere, piegare accuratamente il mantello da mettere accanto al cappello, e poi accarezzare i capelli di lei con lo stesso orgoglio, forse, che avrebbe usato coi propri, se ella fosse stata la più bella e la più vana delle donne. Era bello anche guardare la sua diletta che l'abbracciava, la ringraziava e protestava per tutto quel disturbo che si prendeva per lei — la qual ultima cosa s'arrischiava a fare scherzosamente, se no, la signorina Pross, dolorosamente offesa, si sarebbe subito ritirata in camera sua a sfogarsi in lagrime. Era bello inoltre guardare il dottore, che le osservava entrambe e diceva alla signorina Pross che viziava Lucia, con tono e con occhi che avevano lo stesso difetto educativo della signorina Pross, e l'avrebbero avuto maggiore se fosse stato possibile. Era bello guardare infine il signor Lorry che, a quello spettacolo, raggiava sotto il suo parrucchino e ringraziava la sua stella di scapolo per averlo guidato nella sua vecchiaia in quella casa. Ma le centinaia di persone non erano arrivate a veder quelle scene, e il signor Lorry aspettò invano che s'avverasse la predizione della signorina Pross.

L'ora del pranzo, e non ancora un indizio delle centinaia di persone. Nell'ordinamento dell'economia familiare, la signorina Pross s'era attribuita la cura delle regioni inferiori, e se la cavava sempre meravigliosamente. I suoi desinari, di qualità molto modesta, erano così ben cucinati, così ben serviti e bellamente apparecchiati, un po' all'inglese e un po' alla francese, che nulla poteva esser migliore. Siccome l'amicizia della signorina Pross era di specie assolutamente pratica, ella aveva frugato Soho e tutte le contrade adiacenti in cerca di francesi caduti in miseria, che, attratti da scellini e mezze corone, le avevano rivelati i loro misteri culinari. Dalla progenie decaduta della Gallia, maschi e femmine, aveva derivato un'arte così prodigiosa, da esser ritenuta dalla donna e dalla ragazza che formavano lo stato maggiore della servitù, una strega o la Cenerentola della favola: la quale mandasse a pigliare un volatile, un coniglio, qualche ortaglia dal giardino e li trasformasse in qualunque cosa le piacesse.

La domenica la signorina Pross desinava alla tavola del dottore, ma negli altri giorni usava fare i suoi pasti a ore sconosciute, o nelle regioni inferiori o nella camera sua al secondo piano — una camera azzurra nella quale non era ammesso altri che il suo tesoro. Quella sera, la signorina Pross si comportò con straordinaria dolcezza per corrispondere al lieto aspetto e ai piccoli sforzi del tesoro; e anche il desinare si svolse lietissimo.

Era un giorno afoso, e dopo desinare, Lucia propose di portare il vino sotto il platano, per stare un po' all'aria aperta. Come ogni oggetto si moveva e le girava intorno, andarono sotto il platano, ed essa portò giù il vino per speciale beneficio del signor Lorry. Ella s'era insediata, qualche tempo prima, come coppiera del signor Lorry; e mentre se ne stavano sotto il platano conversando, gli continuava a riempire il bicchiere. Misteriosi prospetti e cantucci di case li guardavano conversare e il platano bisbigliava a suo modo sul loro capo.

Non ancora s'erano presentate le centinaia di persone. Il signor Darnay era arrivato mentre se ne stavano sotto il platano, ma non ne rappresentava che una.

Il dottor Manette lo accolse con molta affabilità, come anche Lucia. Ma la signorina Pross fu a un tratto assalita da un contorcimento al capo e alla persona, e si rifugiò in casa. Non di rado era vittima di quel malanno, che chiamava, nella conversazione familiare «la luna».

Il dottore era nella sua migliore disposizione e appariva quasi giovane. La rassomiglianza fra lui e Lucia era molto viva in quei casi, e mentre stavano l'uno a fianco all'altra, lei appoggiata sulla spalla di lui, e lui col braccio sullo schienale della sedia di lei, era facile notare quella rassomiglianza.

Egli aveva parlato tutto il giorno, su molti soggetti, con insolita vivacità. — Per piacere, dottor Manette, — disse il signor Darnay, mentre sedevano sotto il platano, seguendo lo svolgimento dell'argomento sulle antiche costruzioni londinesi, — conoscete bene la Torre?

— Lucia e io ci siamo stati; ma di sfuggita. Però l'abbiamo vista abbastanza, da sapere ch'è piena d'interesse. Nulla più.

— Ma ci sono stato, come ben sapete, — disse Darnay, con un sorriso, ma con un certo rossore, iroso, — in altra veste, e non tale che dia occasione a visitarla minutamente. Lì mi fu raccontata una cosa curiosa.

— Che cosa? — domandò Lucia.

— Nel fare alcuni adattamenti, gli operai s'abbatterono in una prigione sotterranea da molti anni costruita e dimenticata. Ogni pietra delle sue pareti interne era coperta d'iscrizioni intagliate dai prigionieri... date, nomi, lamenti e preghiere. Sulla pietra d'un angolo della parete, un prigioniero, che pareva fosse stato giustiziato, aveva fatto il suo ultimo lavoro, incidendo tre lettere. Erano intagliate con qualche strumento disadatto, in fretta e con mano incerta. In principio furono lette come D. I. C; ma esaminate più attentamente, si trovò che l'ultima lettera era un G. Non v'era alcuna memoria o leggenda di qualche prigioniero con quelle iniziali, e molte infruttuose congetture furono fatte sul nome corrispondente. Infine si pensò che le lettere non fossero iniziali, ma una parola completa: Dig (Scavate). Fu esaminato molto accuratamente il pavimento sotto l'iscrizione, e nel suolo sotto una pietra, o mattone, o un frammento di lastra, furono trovate le ceneri d'un foglio insieme con le ceneri d'un piccolo astuccio di cuoio o borsa. Ciò che l'ignoto prigioniero aveva scritto non sarà mai letto, ma qualche cosa aveva scritto e l'aveva seppellito per nasconderlo agli occhi del carceriere.

— Papà, — esclamò Lucia, — tu ti senti male!

Egli aveva sussultato improvvisamente con le mani alla testa. Il suo aspetto e il suo sguardo atterrirono tutti.

— No, cara, non mi sento male. Cadono delle grosse gocce di pioggia, e mi hanno fatto sussultare. È meglio rientrare in casa.

Si rimise quasi all'istante. Veramente pioveva a goccioloni, ed egli mostrò il dorso della mano bagnato. Ma non disse una parola sulla scoperta ch'era stata narrata, e come rientrarono in casa, l'occhio pratico del signor Lorry scoprì, o immaginò di scoprire, sul viso del dottor Manette, nell'atto che si volgeva a Carlo Darnay, lo stesso strano sguardo che gli aveva dato nei corridoi dell'edificio della corte.

Ma s'era rimesso con tanta rapidità, che il signor Lorry dubitò del suo occhio pratico. Il braccio del gigante d'oro nel vestibolo non era più fermo del dottor Manette, quando egli si arrestò lì sotto per osservare di non essere ancora ferrato, se pure lo sarebbe stato mai, contro le piccole sorprese, e che la pioggia lo aveva scosso.

L'ora del tè, e la signorina Pross affaccendata a prepararlo, con un altro accesso di luna; ma non ancora s'erano viste le centinaia di persone. S'era presentato il signor Carton, ma con lui le persone non arrivavano che a due.

La serata era così soffocante, che sebbene stessero con le porte e le finestre aperte, si sentivano oppressi dal caldo. Dopo che ebbero preso il tè, se n'andarono tutti a una finestra a guardare il grave crepuscolo. Lucia sedeva accanto al padre; Darnay accanto a lei; Carton s'appoggiava contro una finestra. Le cortine erano lunghe e candide, e alcune delle raffiche di vento che turbinavano lì fuori le ghermirono trasportandole fino al soffitto e agitandole come ali spettrali.

— Cadono ancora gocce di pioggia, grosse, pesanti e rade, — disse il dottor Manette. — La pioggia viene a poco a poco.

— Ma viene sicuramente, — disse Carton.

Parlavano sottovoce, come fa specialmente la gente che guarda e attende; come fa sempre la gente in una stanza oscura, che guarda e attende i lampi.

V'era un gran trambusto nelle vie, di persone che correvano verso un rifugio prima che scoppiasse il temporale: lo strano cantuccio degli echi risonava di tutto quel fuggi fuggi; pure non si vedeva una persona.

— Una moltitudine, e pure la solitudine, — disse Darnay, quand'ebbero ascoltato un po'.

— Non fa una certa impressione, signor Darnay? — domandò Lucia. — Talvolta son seduta qui la sera, finchè immagino... ma anche l'ombra d'una sciocca fantasia stasera, che tutto è nero e solenne, mi fa rabbrividire...

— Lasciate che rabbrividiamo anche noi. Possiamo saper di che si tratta?

— Una cosa simile su voi non avrà effetto. Credo che tali fantasie facciano impressione soltanto nell'atto di pensarle, ma che il loro effetto non si comunichi. A volte son rimasta qui la sera seduta ad ascoltare, finchè mi sembrava che gli echi fossero quelli di tutti i passi che dovevano entrare nella nostra vita.

— Se è così, — disse Sydney Carton nel suo burbero tono, — una gran folla entrerà un giorno nella nostra vita.

Il rumore dei passi continuava a picchiare, e si faceva sempre più rapido. La cantonata ne echeggiava e riecheggiava; alcuni, come sembrava, battevano i piedi sotto la finestra; altri, come sembrava, nella stanza; alcuni arrivavano, altri s'allontanavano, alcuni s'interrompevano, altri cessavano interamente; tutti in vie lontane, e non si vedeva una persona.

— Tutti questi passi son destinati a entrare nella vita di noi tutti, signorina Manette, o dobbiamo dividerli esattamente fra noi?

— Non so, signor Darnay; vi ho detto che è una sciocca fantasia, ma voi avete voluto che ve la dicessi. Quando l'ho pensata, ero sola, e allora ho immaginato che si trattasse dei passi delle persone destinate a entrare nella mia vita e in quella di mio padre.

— Io li prendo nella mia, — disse Carton. — Non domando nulla e non metto condizioni. Ecco che una gran folla veleggia verso di noi, signorina Manette, e io la veggo... al lampo. — Aggiunse le ultime parole, dopo che un vivissimo lampo lo aveva mostrato appoggiato alla finestra. — E la sento, — riprese, dopo lo scoppio del tuono. — Ecco che viene, rapida, selvaggia e furiosa.

Era la furia e il rugghio della pioggia, ch'egli rappresentava, e che lo arrestò, perchè la voce non poteva soverchiarla. Una memorabile esplosione di tuoni e di lampi si unì a quella cateratta d'acqua e non vi fu un momento d'interruzione nei colpi assordanti del tuono, nella luce abbagliante dei lampi, nella pioggia furiosa, fino a mezzanotte, quando si levò la luna.

La grande campana di San Paolo batteva l'una nell'aria rasserenata, quando il signor Lorry, accompagnato da Jerry, con gli stivaloni e una lanterna, imprese la sua passeggiata di ritorno a Clerkenwell. Fra Soho e Clerkenwell v'erano dei tratti di strada solitaria, e il signor Lorry, per tema di cattivi incontri, fissava sempre Jerry per questo servizio, che in altri casi era stato sempre compiuto due ore prima.

— Che notte, Jerry! — disse il signor Lorry. — Una notte da svegliare i morti nelle tombe.

— Io non ho mai visto codesta notte, padrone, nè spero di vedere... quella che farà una cosa simile, — rispose Jerry.

— Buona notte, signor Carton, — disse l'uomo d'affari. — Buona notte, signor Darnay. Vedremo mai più insieme una notte come questa?

Forse. E forse vedranno anche la gran folla precipitarsi verso di loro col suo selvaggio rombo.