Le Due città.  Charles Dickens
Capitolo 15. Facendo la calza
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S'era cominciato a bere più presto del solito nella bettola di Defarge. Già fin dalle sei antimeridiane, dei pallidi visi che spiavano a traverso le inferriate delle finestre avevano adocchiato altri visi di dentro, raccolti intorno ai boccali di vino. Defarge anche nei giorni migliori vendeva del vino assai sottile; ma quello che vendeva allora doveva essere straordinariamente sottile. Vino acido, inoltre, o che inacidiva, perchè il suo effetto sull'umore di quelli che lo bevevano era di renderli melanconici. Dai grappoli spremuti di Defarge non divampava alcuna vivace fiamma bacchica; ma un fuoco soffocato che ardeva al buio si conteneva nelle loro vinacce.

Quella era la terza mattina in cui s'era cominciato a ber presto nella bettola di Defarge. S'era cominciato dal lunedì, e quella mattina era mercoledì. Più che bicchieri tracannati, v'erano state cupe riflessioni mattutine; poichè molti che avevano ascoltato, bisbigliato, gironzato lì intorno, da quando s'era aperta la porta, non avrebbero potuto buttare un quattrino sul banco nemmeno per salvarsi l'anima. Essi, però, erano così pienamente interessati al luogo, che pareva potessero ordinare delle botti di vino; e passavano da un posto all'altro, e da un angolo all'altro, tracannando chiacchiere invece di vino, con avidi sguardi.

Nonostante l'insolita affluenza di persone, il padrone della bettola non era presente. Nè pareva che alcuno sentisse la sua mancanza, poichè nessuno che varcava la soglia cercava di lui, nessuno domandava di lui, e nessuno si meravigliava di veder solo madama Defarge a presiedere alla somministrazione del vino, con una ciotola accanto di denaro spicciolo, quasi così ammaccato e conciato in paragone del conio originale, come l'impronta umana di quelli dalle cui tasche cenciose era uscito.

Gli spioni che tenevano di mira la bettola, come tenevano di mira tutti i luoghi, alti e bassi, dal palazzo del re alla prigione del delinquente, notavano forse una tensione d'interesse e uno spirito di prevalente insofferenza. I giuochi di carte languivano: i giocatori di domino si concentravano nella costruzione, coi vari pezzi, di torri e campanili; i bevitori disegnavano figure sulle tavole con le tracce sparse di vino; la stessa madama Defarge, con lo stuzzicadenti, si baloccava a trar dei fili di sulla manica, e vedeva e udiva qualcosa d'impercettibile e d'invisibile lontano lontano.

Così, Sant'Antonio, nella sua caratteristica bacchica, fino a mezzogiorno. Era già mezzogiorno, quando due uomini impolverati passarono per quelle vie sotto i fanali dondolanti: l'uno era Defarge, l'altro uno stradino dal berretto azzurro. Tutti e due sudati e assetati entrarono nella bettola. Il loro arrivo aveva acceso una specie di fuoco nel petto di Sant'Antonio, che si sparse rapidamente dietro i loro passi e si destò e ondeggiò in fiamme di visi alla maggior parte delle porte e delle finestre. Pure, nessuno li aveva seguiti, e nessuno parlò quando entrarono nella bettola, benchè gli occhi di tutti si appuntassero su di loro.

— Buongiorno, signori! — disse Defarge.

Sarebbe potuto essere un segnale per sciogliere le lingue di tutti. Non destò in risposta che un coro di «Buongiorno!».

— Cattivo tempo, signori, — disse Defarge, scotendo il capo.

E a questo ciascuno guardò il vicino, e poi tutti abbassarono gli occhi e tacquero. Tranne uno, che si levò e uscì.

— Moglie, — disse Defarge a voce alta, volgendosi a madama Defarge, — ho fatto un po' di leghe con questo bravo stradino chiamato Giacomo. L'ho incontrato... per caso... a una giornata e mezza da Parigi. È un buon ragazzo, questo stradino chiamato Giacomo. Dagli da bere, cara moglie!

Un secondo uomo si levò e uscì. Madama Defarge portò del vino innanzi allo stradino chiamato Giacomo, che si tolse il berretto azzurro salutando la compagnia, e bevve. Nel petto del suo camiciotto portava un po' di pane nero: si mise a mangiarne qualche boccone di quando in quando, masticando e bevendo seduto presso al banco di madama Defarge. Un terzo uomo si levò e uscì.

Anche Defarge si rinfrescò con un po' di vino — ma ne prese meno di quanto n'era stato dato al forestiero, giacchè per lui non era una rarità — e stette ad attendere che il campagnuolo avesse finito di far colazione. Egli non guardava nessuno dei presenti, e nessuno in quel momento guardava lui; neppure madama Defarge, che aveva ripreso la calza e lavorava.

— Hai finito il tuo pasto, amico? — chiese dopo un poco.

— Sì, grazie.

— Su, allora. Vedrai la stanza che ti ho detto potresti occupare. Credo che ti piacerà molto.

Dalla bettola nella via, dalla via in un cortile, dal cortile per una ripida scalinata, dalla scalinata in una soffitta — la soffitta dove una volta un uomo dai capelli bianchi era seduto su un panchetto curvo e molto affaccendato a far scarpe.

In quel momento non c'era più l'uomo dai capelli bianchi; ma v'erano i tre uomini che erano usciti dalla bettola a uno a uno. E fra loro e l'uomo dai capelli bianchi lontano non c'era che un unico sottile legame: che essi una volta lo avevano guardato per una fessura nel muro.

Defarge chiuse accuratamente la porta, e parlò sottovoce:

— Giacomo Uno, Giacomo Due, Giacomo Tre! Questi è il testimone al quale io, Giacomo Quattro, ho dato un appuntamento. Egli vi racconterà tutto. Parla, Giacomo Cinque.

Lo stradino, col berretto azzurro in mano, si asciugò con esso la fronte abbronzata, e disse: — Di dove debbo incominciare, signore?

— Comincia, — rispose, non irragionevolmente Defarge,— dal principio.

— Allora io lo vidi, signori, — cominciò lo stradino, — farà un anno in questa estate, sotto la carrozza del marchese, sospeso alla catena. Guardate in che modo. Io avevo cessato di lavorare sulla strada, il sole tramontava, la carrozza del marchese faceva lentamente la salita e lui era sospeso alla catena... a questo modo.

Di nuovo lo stradino eseguì la dimostrazione a puntino. A quell'ora egli doveva esser perfetto, giacchè per tutto un anno essa era stata il suo mezzo infallibile per farsi ascoltare e il divertimento dell'intero villaggio.

Giacomo Uno lo interruppe, e gli domandò se altra volta, in precedenza, avesse visto quell'uomo.

— Mai — rispose lo stradino, rimettendosi perpendicolare.

Allora Giacomo Tre gli domandò come mai dopo lo avesse riconosciuto.

— Dalla statura, — disse lo stradino, dolcemente, e con l'indice al naso. — Quando il signor marchese domandò quella sera: «Dimmi, com'è?» io risposi: «Alto come uno spettro».

— Avresti potuto dire «basso come un nano», — osservò Giacomo Due.

— Ma che ne dovevo sapere? Il fatto non era ancora avvenuto; nè lui si consigliò con me. Osservate, poi, che anche in quelle circostanze; io non offersi la mia testimonianza. Il signor marchese m'indicò col dito, mentre stavo accanto alla nostra fontanella, e disse: «Qua! Conducimi quel briccone». E così, signori miei, io non dissi nulla.

— Ha ragione, Giacomo, — mormorò Defarge a quello che aveva interrotto. — Continua.

— Bene, — disse lo stradino, con un'aria di mistero, — l'uomo dall'alta statura si perde ed è ricercato... per quanti mesi? Nove, dieci, undici?

— Il numero non importa, — disse Defarge. — Rimane nascosto, ma infine disgraziatamente è scoperto. Continua!

— Io sto di nuovo a lavorare sulla strada, e di nuovo tramonta il sole. Raccolgo i miei strumenti per tornarmene alla capanna giù nel villaggio, dove è già buio, quando levo gli occhi e veggo venire in su sei soldati. In mezzo ad essi è un uomo d'alta statura con le braccia legate... legate ai fianchi... così.

Con l'aiuto dell'indispensabile berretto, egli rappresentò un uomo coi gomiti strettamente legati ai fianchi, con le corde che gli si annodavano di dietro.

— Io stavo da un canto, signori, accanto al mio mucchio di pietre, per veder passare i soldati col loro prigioniero (perchè è una strada solitaria, quella, dove ogni spettacolo mette conto d'esser guardato), e in principio, mentre essi s'avvicinano, veggo soltanto che conducono un uomo legato e che ai miei occhi, sono quasi neri... tranne dal lato del sole, che tramonta, dove hanno un orlo rosso, signori. Veggo anche che le loro lunghe ombre arrivano al limite opposto della strada e sull'altura al di sopra, e sembrano ombre di giganti. Veggo anche che essi son coperti di polvere, e che la polvere si muove con loro mentre camminano, tump tump! Ma quando mi arrivano proprio vicino, io riconosco l'uomo, e lui riconosce me. Ah, come sarebbe contento di darsela ancora una volta a gambe giù per la collina, come quella sera che c'incontrammo la prima volta, quasi nello stesso punto!

Egli descriveva l'incontro come se fosse presente, e era evidente che n'aveva una vivida impressione: forse in vita sua non aveva veduto molto.

— Io non mostro ai soldati che conosco l'uomo; lui non mostra ai soldati che conosce me; ma noi mostriamo, con gli occhi, di riconoscerci. «Su!» dice il capo della pattuglia, indicando il villaggio, «conducetelo presto alla sua tomba!» e lo conducono più rapidamente. Io li seguo. Le braccia del prigioniero sono gonfie, perchè gli son legate assai strette; ha gli zoccoli grossi e pesanti, e zoppica. Perchè è zoppo e cammina piano, lo spingono con i moschetti... così!

Egli imitò l'azione d'una persona cacciata innanzi dalle canne dei moschetti.

— Mentre corrono per la discesa come matti, egli cade. Ridono, e lo rimettono in piedi. La faccia gli sanguina ed è piena di polvere, ma non può toccarsela; perciò si mettono ancora a ridere. Lo conducono al villaggio; tutto il villaggio accorre a guardare; lo conducono oltre il mulino e su alla prigione: tutto il villaggio vede la porta della prigione aprirsi nel muro della notte e inghiottirlo... così!

Egli spalancò la bocca quanto più potè, e la chiuse con un sonoro colpo di denti. Notando che non voleva guastar l'effetto riaprendola, Defarge disse: — Continua, Giacomo.

— Tutto il villaggio, — seguitò lo stradino, in punta di piedi e sottovoce, — si ritira; tutto il villaggio bisbiglia presso la fontana; tutto il villaggio dorme; tutto il villaggio sogna di quell'infelice dietro i catenacci e le sbarre della prigione sulla rupe, di dove non uscirà che per morire. La mattina dopo, mentre me ne vado al lavoro, coi miei strumenti in ispalla, mangiando il mio tozzo di pane, faccio il giro fuori della prigione. Ed ecco che lo veggo, su in alto, affacciato dietro le sbarre d'un gabbiotto di ferro, sanguinante e polveroso come la sera innanzi. Non ha le mani libere, per farmi un cenno; io non so chiamarlo. Lui mi guarda come un morto.

Defarge e gli altri tre si guardarono tristemente l'un l'altro. Le occhiate di tutti quanti, mentre ascoltavano la storia del campagnuolo, erano buie, raccolte e vendicative; ma l'espressione di tutti, benchè segreta e chiusa, era anche autorevole. Avevano l'aria d'un rude tribunale; Giacomo Uno e Due sedevano sul vecchio giaciglio, ciascuno col mento puntato sulla mano e gli occhi intenti sullo stradino; Giacomo Tre, dietro di essi, su un ginocchio, egualmente intento, con la mano convulsa che scorreva continuamente sulle fini venature intorno alla bocca e al naso; Defarge ritto fra loro e il narratore, piantato nella luce della finestra, volgeva lo sguardo, a volta a volta, dal narratore ai tre compagni e da questi al narratore. — Continua Giacomo, — disse Defarge.

— Rimane su, alcuni giorni, nel gabbiotto di ferro. Il villaggio lo guarda furtivamente, perchè ha paura. Ma guarda sempre su, da lontano, alla prigione sulla rupe; e la sera, quando il lavoro giornaliero è finito e tutti si raccolgono a chiacchierare presso la fontana, tutte le facce si volgono verso la prigione. Prima, si voltavano verso l'ufficio di posta; ora si voltano verso la prigione. Si bisbiglia alla fontana che, sebbene condannato a morte, la sentenza non sarà eseguita; si dice che delle petizioni sono state presentate a Parigi, per dimostrare che era furente e pazzo per la morte del suo bambino; si dice che una petizione è stata presentata allo stesso Re. Io che ne posso sapere? È possibile. Forse sì, forse no.

— Ascolta allora, Giacomo, — interruppe gravemente il numero Uno dello stesso nome. — Sappi che una petizione è stata presentata al Re e alla Regina. Tutti qui, all'infuori di te, hanno visto il Re prenderla, mentre era in carrozza, seduto accanto alla Regina. È stato Defarge, che tu vedi qui, il quale, a rischio della vita, è balzato innanzi ai cavalli con la petizione in mano.

— E ascolta ancora una volta, Giacomo, — disse il numero Tre, inginocchiato, con le dita che vagavano sempre intorno alle sottili venature del naso e della bocca, e l'aria sorprendentemente avida, come se avesse fame di qualcosa... che non era nè cibo nè bevanda, — le guardie, a cavallo e a piedi, circondarono il presentatore della petizione e lo picchiarono. Hai sentito?

— Sento, signori.

— Continua allora, — disse Defarge.

— Ancora, d'altra parte, si bisbiglia alla fontana, — riprese il campagnuolo, — che egli è stato condotto laggiù nel nostro paese per essere suppliziato sul luogo, e che certamente la condanna a morte sarà eseguita. Si bisbiglia inoltre che poichè ha ucciso monsignore, e poichè monsignore era il padre dei suoi affittuari... dei suoi vassalli... come vi piace meglio, egli sarà suppliziato come parricida. Un vecchio presso la fontana dice che la mano destra, armata di coltello, sarà arsa innanzi agli occhi del condannato; che, nelle ferite che gli verranno aperte nelle braccia, nel petto e nelle gambe, saranno versati olio bollente, piombo fuso, resina scottante, cenere e zolfo; finalmente, che sarà squartato in senso contrario da quattro vigorosi cavalli. Quel vecchio dice che la stessa cosa fu fatta veramente a un prigioniero che attentò alla vita di Luigi Decimoquinto. Ma che ne posso sapere, se è vero? Io non sono istruito.

— Allora, ascolta ancora, Giacomo! — disse l'uomo dalla mano irrequieta e dall'aria avida. — Il nome di quel prigioniero era Damiens, e tutto fu compiuto all'aria aperta, nelle pubbliche vie di questa città di Parigi; e nel vasto concorso di gente che assistè allo spettacolo nulla fu più osservato della gran folla di signore nobili e alla moda, piene di avida attenzione fino all'ultimo istante... fino all'ultimo istante, Giacomo, che si prolungò fino a sera, quando egli aveva perduto le gambe e un braccio e respirava ancora! La cosa avvenne... bene, quanti anni hai?

— Trentacinque, — disse lo stradino, che aveva l'aspetto d'un vecchio di sessant'anni.

— Tu avevi allora più di dieci anni; avresti potuto assistervi.

— Basta, — disse Defarge con torva impazienza. — Viva il diavolo! Continua.

— Bene! Alcuni dicono una cosa; altri dicono un'altra; e parlano di nient'altro; anche la fontana par che canti la stessa canzone. Finalmente, la notte di sabato, quando tutto il villaggio è addormentato, vengono i soldati giù dalla via della prigione, e i loro moschetti suonano sui ciottoli della stradicciola. Degli operai scavano, degli operai martellano, i soldati ridono e cantano; la mattina seguente, accanto alla fontana, è eretta una forca alta quaranta piedi, che avvelena l'acqua.

Lo stradino, più che guardare il soffitto, guardò per il soffitto, e accennò con un dito, come se vedesse la forca in qualche punto nel cielo.

— Ogni lavoro si sospende, tutti si raccolgono lì, nessuno conduce le vacche al pascolo, le vacche sono anche lì con tutti. A mezzogiorno il rullo dei tamburi. I soldati si son recati alla prigione durante la notte, e lui è in mezzo ai soldati. È legato come prima, e in bocca ha un bavaglio... legato così, con una corda strettissima, che lo fa quasi parere come se ridesse. — Egli alluse a quella vista, col segnarsi il viso coi due pollici, dagli angoli della bocca alle orecchie. — Sulla vetta della forca è fissato il coltello, con la lama in su, la punta in aria. Egli è impiccato all'altezza di quaranta piedi... ed è lasciato penzoloni ad avvelenare l'acqua.

I quattro si guardaron l'un l'altro, mentre il narratore si asciugava col berretto azzurro il viso, sul quale era cominciato a gocciar di nuovo il sudore al ricordo di quello spettacolo.

— È spaventoso, signori. Le donne e i fanciulli come possono attinger l'acqua? Chi può parlar la sera sotto quell'ombra! Ho detto sotto? Lunedì sera, partendo dal villaggio, all'ora del tramonto, voltandomi a guardare dall'alto, l'ombra batteva sulla chiesa, sul mulino, sulla prigione... sembrava che battesse su tutta la campagna, signori, fin dove si congiunge col cielo!

L'uomo affamato si rodeva un dito, mentre guardava i tre compagni, e il dito tremava dell'avidità che era in lui.

— Questo è tutto, signori. Partii al tramonto (com'ero stato avvertito) e camminai quella notte e metà del giorno dopo, finchè non incontrai (com'ero stato avvertito) quest'amico. Son venuto con lui, un po' a piedi e un po' a cavallo, viaggiando la mezza giornata di ieri e stanotte. Ed ecco son qui.

Dopo un breve silenzio il primo Giacomo disse: — Tu ti sei fedelmente comportato e fedelmente hai narrato tutto. Vuoi aspettarci un po' fuori la porta?

— Molto volentieri, — disse lo stradino, che fu accompagnato sulla scala da Defarge, che lo lasciò lì seduto e ritornò.

I tre s'erano levati, e stavano tutti a confabulare quand'egli entrò nella soffitta.

— Tu che dici, Giacomo? — domandò il numero Uno.

— Da registrare?

— Da registrare come dannati alla distruzione, — rispose Defarge.

— Benissimo! — crocidò l'uomo dall'aria avida.

— Il castello e tutta la razza? — chiese il primo.

— Il castello e tutta la razza, — soggiunse Defarge. — Lo sterminio.

L'uomo avido ripetè con un crocidio estasiato: — Benissimo, — e cominciò a rodersi un altro dito.

— Sei sicuro, — domandò Giacomo Due a Defarge, — che nessun inconveniente possa derivar dalla nostra maniera di tenere il registro? Senza dubbio è sicuro, perchè nessuno all'infuori di noi può decifrarlo, ma saremo sempre in grado di decifrarlo... o, dirò, lo decifrerà soltanto lei?

— Giacomo, — rispose Defarge, ergendosi col petto, — se madama mia moglie si fosse assunta di tenere il registro solo con la memoria, non ne perderebbe una parola... non una sola sillaba. Intrecciato nelle sue maglie e nei suoi simboli, esso le sarà più chiaro del sole. Lascia fare a mia moglie. Sarebbe più facile per il più fiacco poltrone di questo mondo cancellarsi dall'esistenza, che cancellare una lettera del suo nome o dei suoi delitti dal registro a maglia di mia moglie.

Vi fu un mormorìo di fiducia e di approvazione, e poi l'uomo dall'aria affamata domandò: — Bisogna rimandare subito indietro questo rustico? Me lo auguro. Egli è molto semplice. Non è un po' pericoloso?

— Egli non sa nulla, — disse Defarge; — almeno nulla più di quanto potrebbe servire a portarlo su una forca della stessa altezza. M'incarico io di lui; lasciatelo con me; ci penserò io a rimetterlo sulla sua strada. Egli desidera vedere il bel mondo... il Re, la Regina e la Corte. Li vedrà domenica.

— Che? — esclamò l'uomo avido, con uno sguardo fisso. — È un buon segno che desideri vedere i regnanti e la nobiltà?

— Giacomo, — disse Defarge; — a un gatto bisogna far vedere il latte, se si vuole che lo lambisca. A un cane bisogna mostrare la sua preda naturale, se si vuole che un giorno le dia la caccia.

Non fu detto altro, e allo stradino trovato quasi appisolato sull'ultimo gradino, fu consigliato di stendersi sul giaciglio e riposarsi un po'. Egli non aveva bisogno di incitazioni, e si addormentò subito.

Per uno schiavo campagnuolo di quella classe si poteva trovare un alloggio peggiore della bettola di Defarge. Tranne un misterioso timore per madama, che lo teneva in una costante apprensione, egli conduceva una vita piacevole per la sua novità. Ma madama se ne stava seduta tutto il giorno al banco, così espressamente ignara di lui, e così particolarmente deliberata a non vedere che la presenza di lui lì non aveva alcuna relazione con nulla al di sotto della superficie, ch'egli si sentiva le gambe tremar negli zoccoli tutte le volte che il suo sguardo si posava su di lei. Poichè egli diceva, fra sè e sè, ch'era impossibile prevedere ciò che quella donna avrebbe potuto immaginare poi; e si sentiva certo che se in quella sua testa elegantemente acconciata, si fosse assunta d'immaginare d'averlo visto commettere un omicidio e quindi scorticare la vittima, ella avrebbe persistito in quell'idea, finchè tutte le fasi del delitto non fossero state punto per punto rappresentate.

Perciò, arrivata la domenica, lo stradino non fu troppo soddisfatto (benchè dicesse d'essere) di apprendere che madama doveva accompagnare lui e il marito a Versaglia. Inoltre fu assai sconsolante veder madama continuare a intrecciare le sue maglie per tutta la via, in un veicolo pubblico; e fu più sconcertato ancora dall'aver alle costole madama nella folla durante tutto il pomeriggio, sempre col suo lavoro in mano, mentre si aspettava di veder la carrozza del Re e della Regina.

— Voi lavorate sempre, madama, — disse un tizio acanto a lei.

— Sì, — rispose madama Defarge; — ho molto da fare.

— Che fate, madama?

— Molte cose.

— Per esempio...

— Per esempio, — rispose madama Defarge, con molta compostezza, — sudarî.

Il tizio si mosse un po' più oltre, appena potè, e lo stradino si sventolò col berretto, che gli riscaldava e gli opprimeva troppo la testa. Se egli aveva bisogno d'un Re e d'una Regina per esaltarsi, fu abbastanza fortunato nell'aver bell'e pronto il rimedio, poichè subito apparvero il Re dalla grossa mandibola e la Regina dal leggiadro volto nella loro carrozza d'oro, accompagnati dal fulgido Occhio di Bue della loro Corte: una folla scintillante di dame sorridenti e di bei signori, e nei loro gioielli, le sete, la cipria, lo splendore, le persone elegantemente sprezzanti e i visi graziosamente sdegnosi di entrambi i sessi, lo stradino si esaltò tanto, nella sua temporanea ebrietà, che gridò: «Viva a lungo il Re, viva a lungo la Regina, vivano tutti tutti!» come se non avesse mai in vita sua udito una parola di onnipresenti Giacomi. Poi, vi furono giardini, cortili, terrazze fiorite, fontane, tappeti erbosi, ancora il Re e la Regina, ancora l'Occhio di Bue, ancora signori e signore, ancora altri evviva a tutti e a tutto, finchè egli non si mise a piangere di tenerezza. Durante tutto lo spettacolo, che durò circa tre ore, ebbe molto da gridare, da piangere e da commuoversi sentimentalmente, mentre Defarge lo teneva per il bavero... come per impedirgli di slanciarsi sugli oggetti della sua brava devozione e sbranarli.

— Bravo! — disse Defarge, picchiandolo con aria protettrice sulla spalla, dopo che tutto fu finito; — tu sei un bravo ragazzo!

Lo stradino, tornato in sè stesso, ebbe timore d'aver commesso qualche errore nelle sue recenti effusioni; ma no:

— Tu sei la persona che ci occorre, — gli disse Defarge all'orecchio, — tu fai credere a quegli sciocchi che dureranno sempre. Diventeranno più insolenti, e s'avvicineranno più presto alla fine.

— Già! — esclamò lo stradino, — è vero.

— Questi sciocchi non sanno nulla. Mentre disprezzano anche il tuo fiato, e soffocherebbero anche te e cento altri come te, piuttosto che far morire uno dei loro cavalli o uno dei loro cani, sanno soltanto ciò che dice loro il tuo fiato. Allora, che rimangano ingannati un po' più... Sempre meglio.

Madama Defarge aggrottò le ciglia sul campagnuolo e fece un cenno di consenso.

— Tu, — ella disse, — grideresti e piangeresti per qualunque cosa vistosa e rumorosa. Di', non è vero?

— Sì, madama, proprio così. Per il momento.

— Se ti facessero vedere un gran mucchio di fantocci, e tu dovessi farli a pezzi e spogliarli a tuo vantaggio, tu sceglieresti i più ricchi e i più belli. Di', non è vero?

— Veramente sì, madama.

— E se ti facessero vedere un branco d'uccelli, e dovessi spennarli per tuo vantaggio, tu ti lanceresti sugli uccelli con le piume più belle; non è vero?

— Sì, madama.

— Tu oggi hai veduto i fantocci e gli uccelli, — disse madama Defarge, con un cenno della mano verso il punto ove essi erano apparsi l'ultima volta; — ora, vattene a casa.