Le Due città.  Charles Dickens
Capitolo 21. Echi di passi
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Un meraviglioso cantuccio per gli echi, è stato già detto, quello dove abitava il dottore. Sempre affaccendata ad attorcere il filo d'oro che legava suo marito, suo padre, sè stessa e la sua vecchia governante e amica in una vita di calma felicità, Lucia se ne stava nella casa tranquilla, nel cantuccio quietamente sonoro, ascoltando gli echi dei passi degli anni.

In principio, vi furono giorni in cui, sebbene fosse una giovane sposa perfettamente felice, il lavoro le cadeva lentamente di mano e gli occhi, le si oscuravano. Poichè qualcosa s'avvertiva negli occhi, qualcosa di leggero, lontano e ancora appena percettibile, che le rimescolava troppo il cuore. Fluttuanti speranze e dubbi — speranze d'un amore a lei ancora ignoto: dubbi sulla possibilità di rimanere ancora in terra a godere la nuova gioia — le dividevano il cuore. Fra gli echi allora, si levava un suono di passi verso la propria tomba precoce; e il pensiero che il marito sarebbe rimasto desolato, e che l'avrebbe pianta tanto, le gonfiava gli occhi, che s'inondavano di lagrime.

Quel tempo passò, e la sua piccola Lucietta le giacque in grembo. Poi fra gli echi che arrivavano, vi fu il passo dei piedini di Lucietta e il cinguettìo delle sue parole. Risuonino a loro talento echi maggiori, la giovane madre accanto alla culla non ode risonare che quelli. Arrivano, e l'ombra casalinga è irradiata dalle risa della bambina, e il divino amico dei fanciulli, al quale ella nelle sue pene aveva affidato la sua bambina, sembrò che la prendesse nelle braccia, e la facesse una gioia santa per lei. Sempre affaccendata ad attorcere il filo d'oro che legava tutti insieme, inserendo l'influsso della propria felice disposizione nel tessuto di tutte le loro vite, senza predominare in nulla, Lucia non udiva negli echi degli anni che suoni amichevoli e carezzevoli. Il passo di suo marito era forte e ardito; quello del padre fermo ed eguale. Ecco la signorina Pross, in finimenti di nastri, che sveglia gli echi, come una cavalla indomita, regolata dalla frusta, nitrendo e calpestando il terreno sotto il platano del giardino.

Anche quando vi furono, fra gli altri, dei suoni di tristezza, non furono nè stridenti, nè crudeli. Anche quando una chioma d'oro, come quella sua, stette come un'aureola su un guanciale intorno al gracile volto d'un bambino, ed egli disse, con un radioso sorriso: «Caro papà e cara mamma, mi dispiace di lasciarvi tutti e due, e di lasciare la mia sorellina, ma son chiamato e debbo andarmene!» non furono lagrime di disperazione quelle che inumidirono le guance della giovane madre, quando la piccola anima si distaccò dal suo abbraccio. Piangete e non trattenete le lagrime. «Essi veggono il viso di mio padre». Parole benedette, o padre!

Così il fruscio delle ali d'un angelo si confuse con gli altri echi, che non erano tutti della terra e avevano in sè qualche alito del cielo. I sospiri degli zeffiri che sfioravano un piccolo tumulo si confondevano anche con quelli, e Lucia li udiva in un murmure soffocato — come il respiro d'un mare d'estate addormentato su una spiaggia sabbiosa — quando Lucietta, comicamente intenta al compito della mattina, o all'abbigliamento d'una bambola a piè dello sgabello di sua madre, cinguettava nelle lingue delle Due Città fuso nella sua vita.

Di rado gli echi rispondevano al passo vero di Sydney Carton. Una mezza dozzina di volte all'anno, al massimo, egli si avvaleva del suo privilegio di arrivare senza essere invitato, e si sedeva con loro per la serata, come già aveva fatto in passato. Non si presentava mai scaldato dal vino. E un'altra cosa che lo riguardava era stata bisbigliata negli echi, la stessa ch'era stata bisbigliata da tutti gli echi fedeli per secoli e secoli.

Nessuno mai amò realmente una donna, la perse e la conobbe con mente pura, sebbene immutata, quando fu moglie e madre, che non godesse la strana simpatia dei suoi bambini — quasi un'istintiva delicatezza di pietà per lui. Che fini nascoste sensibilità siano toccate in simili casi, gli echi non dicono; ma è così, e fu sempre così. Carton fu il primo estraneo al quale Lucietta stese le tornite braccia, e com'ella crebbe egli mantenne il suo posto accanto a lei. Il bambino aveva parlato di lui quasi fino all'ultimo momento: Povero Carton! Baciatelo per me!

Il signor Stryver si faceva largo a traverso la legge, come una grossa macchina che avanzasse a traverso l'acqua fangosa, e si traeva di dietro l'umile amico, come un barcone a rimorchio. Giacchè il barcone in simile condizione di solito è assai carico e la maggior parte sott'acqua, Sydney passava una vita ben bene inzuppata. Ma l'occasione e l'abitudine, disgraziatamente molto più facili e forti di qualunque stimolo di merito e di demerito, gli segnavano la vita che doveva seguire; ed egli neppur per sogno pensava a liberarsi dalla sua condizione di sciacallo di fronte al leone, appunto come uno sciacallo vero non pensa mai di trasformarsi in leone. Stryver era ricco: aveva sposato una florida vedova con un magnifico patrimonio e tre figli, i quali, tranne le irte capigliature delle tre teste tonde, non avevano in sè nulla di particolarmente brillante.

Questi tre signorini, il signor Stryver, trasudando protezione del genere più offensivo da ogni poro, aveva cacciati innanzi come tre pecore, offrendoli come scolari al marito di Lucia, e dicendo delicatamente: «Guardate qui, Darnay tre belle pagnotte per la vostra scampagnata matrimoniale». Il cortese rifiuto delle tre belle pagnotte aveva riempito di viva indignazione il signor Stryver, che poi ne approfittò per l'educazione dei signorini, avvertendoli di guardarsi dall'orgoglio dei nullatenenti del tipo di quel maestrucolo. Egli aveva anche l'abitudine di raccontare solennemente a sua moglie, dopo pranzo, fra le coppe di vino, le arti alle quali aveva ricorso la signora Dornay un tempo per acchiapparlo, e quelle alle quali era ricorso lui per non essere acchiappato, cara mia, e non «rimaner nella rete». Alcuni dei suoi colleghi del King's Bench, che di tanto in tanto si trovavano invitati a bere qualche bottiglia di vino annoso con tutta la feccia, lo scusavano per quella millanteria, dicendo che l'aveva detto tante volte che ci credeva lui stesso — il che era, certo, una così forte aggravante d'un delitto originalmente grave, che sarebbe stato giustificato il trasporto del delinquente in qualche punto bene appartato per applicargli immediatamente il capestro.

Questi, fra gli altri, echi che Lucia, talvolta pensosa, talvolta divertita e con un sorriso, ascoltava nel cantuccio risonante, finchè la sua bambina non ebbe sei anni. Non è necessario dire come le echeggiassero in cuore i passi della sua bambina, quelli del suo caro padre, sempre attivo e padrone di sè, quelli del suo caro marito. Nè come la più lieve eco della sua casa concorde, governata da lei con una così saggia ed elegante economia ch'era più abbondante di qualunque scialacquo, fosse per lei dolce musica. Nè come vi fossero echi intorno a lei, soavi alle orecchie, delle molte volte che il padre le aveva detto di trovarla più devota a lui, maritata (se una cosa simile fosse stata possibile) che nubile, e delle molte volte che il marito le aveva detto che tutte le sue cure e i suoi doveri non diminuivano affatto l'amore che gli portava e l'aiuto che gli dava. «Qual è il magico segreto, cara, le domandava, con cui tu puoi essere tutto per tutti quanti noi, come se fossimo uno solo, e pure senza parer mai che abbia fretta o che abbia molto da fare?

Ma v'eran altri echi che venivano di lontano e che rombavano minacciosi in quel cantuccio per tutto quel tratto di tempo. E fu, intorno al sesto genetliaco della piccola Lucia, che cominciarono ad avere un suono spaventoso, come d'una gran tempesta in Francia, come un orribile mare furioso.

Una sera della metà di luglio del 1789 il signor Lorry arrivò tardi dalla banca Tellson, e si sedette accanto a Lucia e al marito nel vano buio della finestra. Era una notte afosa e violenta, e si rammentarono tutti e tre d'una domenica di tanti anni prima che erano rimasti a guardar lampeggiare dallo stesso punto.

— Avevo pensato — disse il signor Lorry, tirandosi indietro il fulvo parrucchino, — di dover passare la notte alla banca. Abbiamo avuto tanto da lavorare tutto il giorno, che non sapevamo più da che parte voltarci. V'è un tale disagio a Parigi, che tutti ora si rivolgono a noi. I nostri clienti di lì s'affrettano, e par che abbiano paura di non arrivare abbastanza a tempo, ad affidare a noi tutti i loro risparmi. Molti hanno addirittura la manìa, di mandarli in Inghilterra.

— Non è un buon segno, — disse Darnay.

— Non è un buon segno dite, mio caro Darnay. Già, ma noi non ne sappiamo la ragione. La gente è così irragionevole! Io e parecchi colleghi della banca Tellson stiamo diventando vecchi e non ci sviamo dal solito trantran senza un giusto motivo.

— Pure, — disse Darnay —, sapete com'è oscuro e minaccioso il cielo.

— Lo so, certo, —, acconsentì il signor Lorry, tentando di persuadersi che la sua dolcezza di carattere su fosse inacidita, e ch'egli brontolasse; ma son disposto a essere un po' intollerante dopo tante seccature in tutta la giornata. Dov'è Manette?

— Son qui, — disse il dottore, entrando in quel momento nella stanza ancora al buio.

— Son proprio contento di sapervi in casa; perchè le impazienze e i cattivi presentimenti che m'hanno circondato tutto il giorno, m'hanno fatto nervoso senza ragione. Mi auguro che non vogliate uscire.

— No, se non vi dispiace, voglio fare con voi una partita a trictrac, — disse il dottore.

— Non credo che mi ci possa divertire, se devo dire la verità. Non sono nel caso di tenervi testa stasera. C'è lì la teiera, Lucia? Non riesco a vedere.

— Naturalmente; è stata tenuta calda per voi.

— Grazie, cara. La bella bambina è già a letto?

— E dorme profondamente.

— Benissimo; al sicuro e in buona salute. Non so perchè qui stasera tutti non dovrebbero essere al sicuro e in buona salute; ma son stato messo così fuori di sesto tutta la giornata, e non son più giovane come una volta. Il mio tè, cara! Grazie. Ora venite a sedervi qui fra noi e stiamo un po' cheti a udire gli echi intorno ai quali voi avete la vostra teoria.

— Non una teoria; una fantasia.

— Una fantasia, allora mia saggia signora — disse il signor Lorry, picchiandole la mano. Essi sono molto numerosi e forti, vero? Ascoltateli!

* * *

Passi precipitosi, folli e pericolosi s'aprono il varco verso la vita di qualcuno, passi che non ridiventano facilmente puliti, se una volta si macchiarono di rosso, quelli che infuriano nel lontano Sant'Antonio, nell'atto che il piccolo circolo familiare siede presso l'oscura finestra di Londra.

Sant'Antonio quella mattina era stata una vasta oscura massa di spauracchi ondeggiante di qua e di là, con frequente lampeggio di luce, sul mare di teste, delle lame d'acciaio e delle baionette che splendevano al sole. Un terribile rugghio si levò dalla gola di Sant'Antonio, e una foresta di armi nude si agitò nell'aria come rami spogli di alberi in tempo d'inverno: e tutte le dita aggrappavano convulse ogni arma od ogni sembianza d'arma, portata a sommo dal profondo, non importa da quale profondità.

Chi le distribuisse, donde venissero, dove cominciassero, per qual mezzo arrivassero, a dozzine alla volta, ad ergersi e a balenare sulle teste della folla, nessun occhio fra la calca avrebbe potuto scorgere; ma venivano distribuiti moschetti — come anche cartucce, polvere, palle, sbarre di ferro e di legno, coltelli, picche, tutte le armi che la disperata abilità poteva scoprire o adattare. Persone che non potevano impadronirsi di nient'altro si mettevano, con le mani sanguinanti, a diveller pietre e mattoni dai muri. Ogni vena e ogni cuore in Sant'Antonio pulsavano con uno sforzo febbrile. E ogni creatura viva non teneva in alcun conto la vita e fremeva della frenetica passione di sacrificarla.

Come un vortice d'acqua bollente ha un punto centrale, così tutta quella frenesia si accentrava intorno alla bettola di Defarge, e ogni goccia umana nella gran caldaia aveva la tendenza a farsi attrarre verso il vortice dove Defarge in persona, già sudicio di polvere da sparo e di sudore, emanava ordini, distribuiva armi, spingeva indietro uno, tirava innanzi un altro, disarmava questo per armare quello, s'affannava e si sforzava per cento nel più vivo del tumulto.

— Non t'allontanare, Giacomo Tre, — gridava Defarge, — e voi Giacomo Uno e Due, separatevi e mettetevi a capo di quanti più patrioti potete. Dov'è mia moglie?

— Ehi, eccomi! — disse madama, composta come sempre, ma quel giorno senza il lavoro in mano. La destra risoluta di madama era occupata da un'ascia, invece che dai soliti pacifici strumenti, e nella cintura aveva una pistola e un gran coltellaccio.

— Dove vai, moglie?

— Per ora, — disse madama, — sto con te. Tosto mi vedrai alla testa delle donne.

— Su allora! — gridò Defarge, con una voce rimbombante. — Patrioti ed amici, siamo pronti. Alla Bastiglia!

Con un ruggito che parve raccogliere tutto il respiro della Francia nell'odiata parola, quel mare di teste si levò, onda su onda, fin dal profondo, e inondò la città in quel punto. Le campane sonavano a stormo, i tamburi rullavano, il mare infuriava e rombava sulla sua nuova spiaggia, e l'assalto cominciò.

Profondi fossati, un doppio ponte levatoio, potenti muri massicci, otto grandi torri, cannone, moschetti, fuoco e fumo. A traverso il fuoco e a traverso il fumo — nel fuoco e nel fumo, finchè il mare lo gettò contro un cannone, e all'istante diventò cannoniere — Defarge il bettoliere lavorò come un prode soldato per due terribili ore.

Un profondo fossato, un solo ponte levatoio, potenti muri massicci, otto grandi torri, cannone, moschetti, fuoco e fumo. Un ponte levatoio abbattuto! — Coraggio, compagni, coraggio! Coraggio, Giacomo Uno, Giacomo Due, Giacomo Mille, Giacomo Duemila, Giacomo Venticinquemila! Nel nome di tutti gli angeli o dei diavoli... quello che vi piace... coraggio! — Così Defarge il bettoliere, sempre innanzi al suo cannone, che scottava già da parecchio.

— A me, donne! — gridava madama sua moglie. — Noi possiamo uccidere al pari degli uomini quando la fortezza è presa! — E intorno a lei, con un grido assetato di rabbia, si raggrupparono le donne variamente armate, ma tutte parimenti armate di fame e di vendetta.

Cannone, moschetti, fuoco e fumo; ma ancora il profondo fossato, il secondo ponte levatoio, i potenti muri massicci e le otto grandi torri. Leggeri spostamenti del mare infuriato, cagionati dai feriti caduti. Armi lampeggianti, torce fiammeggianti, carri carichi di paglia umida fumante, lavoro accanito in tutte le direzioni alle barricate vicine, urla, fuochi di fila, imprecazioni, valore senza restrizione, rimbombi, crolli e fragori, e l'orrenda rabbia del mare vivente; ma ancora il profondo fossato, il secondo ponte levatoio, i potenti muri massicci e le otto grandi torri; ma ancora Defarge il bettoliere al cannone, diventato rovente per il servizio di quattro terribili ore.

Una bandiera bianca fuori della fortezza e un discorso — appena percettibile a traverso la tempesta furiosa, che non lascia udir nulla — e a un tratto il mare si leva immensurabilmente più vasto e più alto, e slancia Defarge il bettoliere sul ponte levatoio abbassato, di là dei muri massicci esterni, fra le otto grandi torri già arrese. Così irresistibile era la forza dell'oceano che lo spingeva, che sin quando non approdò nella corte esterna della Bastiglia, gli fu difficile respirare o volgere il capo, come se si dibattesse nei marosi del mare del Sud. Sì, contro l'angolo d'un muro, si sforzò di guardarsi in giro. Giacomo Tre era quasi al suo fianco; madama Defarge, ancora a capo delle sue donne, era visibile all'estremità della corte col coltello in mano. Da per tutto era tumulto, esultanza, assordante e frenetica confusione, un indicibile clamore, una pazza gesticolazione.

— I prigionieri!

— Gli atti!

— Le celle segrete!

— Gli strumenti di tortura!

— I prigionieri!

Di tutte queste grida e di centomila altre più incoerenti, — «I prigionieri!» era il grido più frequente e più distinto del mare che si precipitava lì dentro, come se vi fosse un'eternità di folla, come l'eternità del tempo e dello spazio. Quando le prime ondate corsero innanzi travolgendo le guardie della prigione e minacciandole di morte immediata se qualche angolo segreto non venisse all'istante aperto, Defarge abbrancò con la mano vigorosa il petto di uno di quegli uomini — un tale dalla testa grigia, che aveva in mano una torcia accesa, e lo cacciò fra sè e il muro.

— Conducimi alla Torre del Nord! — disse Defarge. — Presto!

— Subito, — rispose quegli, — se mi seguite. Ma lì non c'è nessuno.

— Che significa Centocinque, Torre del Nord? — domandò Defarge. — Presto.

— Che significa, signore?

— Significa un prigioniero, o un luogo di prigionia? O volete che vi freddi qui?

— Uccidilo! — crocidò Giacomo, che s'era avvicinato.

— Signore, è una cella.

— Fammela vedere!

— Da questa parte, allora.

Giacomo Tre, col suo solito aspetto di avidità, ed evidentemente deluso che il dialogo prendesse una piega la quale non sembrava promettere versamento di sangue, teneva per il braccio Defarge, come questi teneva il carceriere. Le loro tre teste s'erano avvicinate durante quel breve discorso, strette il più che possibile per udirsi anche in quel momento, così fragorosa era la furia del vivente oceano che irrompeva nella fortezza, inondando i cortili, i corridoi e le scale. Tutto in giro al di fuori inoltre, picchiava contro i muri con un rugghio profondo e rauco, dal quale, di tratto in tratto, esplodevano e saltavano in aria come zampilli dal tumulto urla di rivolta.

Sotto le volte oscure, ove la luce del giorno non era mai penetrata, oltre le lugubri porte delle tane e delle taverne buie, giù per le paurose fughe di scale, e poi su per ripide rampe di pietra e di mattone, che sembravano più cascate d'acqua asciutte che scalinate, Defarge, il carceriere e Giacomo Tre, andavano a braccetto, nella maggior fretta possibile. Qua e là, specialmente in principio, l'inondazione li raggiunse e li spazzò lontano; ma quando ebbero finito di discendere, e si trovarono a girare ad arrampicarsi in una torre, erano soli. Frenata lì dentro dal massiccio spessore dei muri e degli archi, la tempesta nell'interno e fuori della fortezza arrivava in maniera sorda e soffocata, come se il fragore dal quale erano usciti avesse quasi distrutto in loro il senso dell'udito. Il carceriere si fermò innanzi a una porta bassa, mise la chiave in una serratura stridula, diede un colpo alla porta spalancandola, e disse, mentre curvavano la testa ed entravano:

— Centocinque, Torre del Nord!

V'era un finestrino senza vetri, dalle grosse inferriate nella parete in alto, con uno schermo di pietra dinanzi di modo che il cielo non si poteva vedere che chinandosi e guardando all'insù. V'era un piccolo caminetto, attraversato da pesanti sbarre, un po' di piedi entro il muro. V'era un mucchio di antiche piumose ceneri di legno sul focolare. V'erano uno sgabello, una tavola e un giaciglio. Le quattro pareti erano annerite, e una aveva un anello di ferro arrugginito.

— Passa quella fiaccola lungo le pareti, perchè io possa esaminarle, — disse Defarge al carceriere.

Questi obbedì, e Defarge seguì con gli occhi la fiaccola.

— Ferma!... Guarda qui, Giacomo!

— A. M.! — crocidò Giacomo Tre, leggendo avidamente.

— Alessandro Manette, — gli disse Defarge all'orecchio, indicando le lettere con l'indice sudicio, nero di polvere da sparo. — E qui egli scrisse: «un povero medico». E fu lui, senza dubbio, che incise un calendario su questa pietra. Che hai in mano? Una stanga? Dammela.

Egli aveva ancora in mano l'accenditoio del cannone. Scambiò immediatamente i due strumenti, e prendendo di mira la tavola e lo sgabello tarlati con pochi colpi li ridusse in pezzi.

— Alza quella fiaccola, — disse, collerico, al carceriere. — Guarda attentamente in quei frammenti, Giacomo. E to', ecco il coltello, — aggiunse, gettandoglielo, — sventra quel letto, e cerca nella paglia. Alza quella fiaccola, tu!

Con uno sguardo minaccioso al carceriere, strisciò sul focolare, e, guardando in su per la gola del camino, ne picchiò i lati con la stanga e ne scosse le sbarre di ferro. In pochi minuti, piovvero giù polvere e calcinacci, che evitò, scostando il viso; e nei calcinacci, nella cenere e in un crepaccio del camino nel quale aveva insinuato, volgendolo in tutti i sensi, il palo, frugò attentamente.

— Nulla nel legno e nulla nella paglia, Giacomo?

— Nulla.

— Raccogliamo tutto qui in mezzo al pavimento. Così. E tu metti fuoco.

Il carceriere accese il mucchio dei pezzi di legno e della paglia, che diedero subito una gran fiammata. Curvandosi di nuovo per uscire dall'arco basso della porta, lasciarono il fuoco acceso, e s'incamminarono verso la corte. Discendendo parvero riacquistare il senso dell'udito, e poco dopo si ritrovarono ancora una volta nel rabbioso mare.

Lo videro che si rivoltava e insorgeva in cerca dello stesso Defarge. Sant'Antonio strepitava per avere il suo bettoliere a capo della guardia data al governatore che aveva difeso la Bastiglia e sparato contro il popolo. Altrimenti il governatore non sarebbe stato mandato all'Hôtel de Ville per il giudizio. Altrimenti il governatore sarebbe fuggito, e il sangue del popolo (a un tratto di qualche valore, dopo molti anni d'indegnità) non sarebbe stato vendicato.

Nel mare urlante di passione e di rabbia che sembrava circondare il torvo vecchio ufficiale, ben distinto nel suo abito grigio e nella sua decorazione rossa, non v'era che una figura assolutamente ferma, la figura d'una donna. — Vedete, ecco mio marito! — ella esclamò, indicandolo. — Vedete Defarge! — Ella rimase immobile accanto al vecchio ufficiale torvo; rimase immobile stretta a lui a traverso le vie quando egli fu da presso alla sua mèta, e cominciò ad esser colpito dal di dietro; rimase immobile da presso a lui quando cominciò a cadergli addosso la grandinata di battiture che s'era da lungo tempo raccolta; e gli era così da presso che quando quegli s'abbattè morto al suolo sotto i colpi, a un tratto animata, gli mise un piede sul collo, e col coltellaccio — da lungo tempo pronto — gli tagliò la testa.

Era giunta l'ora in cui Sant'Antonio doveva mettere in atto la sua orribile idea di sospendere gli uomini ai fanali per dimostrare ciò che poteva essere e fare. Il sangue di Sant'Antonio era in ebullizione, e il sangue della tirannia e della dominazione dalla mano di ferro era corso giù — sui gradini dell'Hôtel de Ville dove giaceva il cadavere del governatore — giù sotto la suola della scarpa di madama Defarge, che s'era piantata sul cadavere per poterlo decapitare. — Più giù quel fanale! — esclamò Sant'Antonio, dopo aver fiammeggiato in giro cercando un nuovo mezzo di morte; — ecco uno dei suoi soldati da lasciare in sentinella! — La sentinella fu lasciata a dondolare e a far la guardia, e il mare si precipitò oltre.

Il mare dalle acque nere minacciose, che si sollevava con onde distruggitrici, la cui profondità non era stata ancora scandagliata, e la cui forza non era ancora conosciuta. Il mare spietato di irrompenti forze turbolente, di voci di vendetta, di facce indurite nella fornace della sofferenza, che nessun tocco di compassione poteva più rammorbidire.

Ma nell'oceano delle facce, in cui si manifestava vivissima ogni più feroce espressione, v'erano due gruppi — ciascuno di sette — così sorprendentemente in contrasto con gli altri, che nessun mare mai ebbe simili relitti. Sette facce di prigionieri, a un tratto liberati dalla tempesta che aveva scoperchiato le loro tombe, erano trasportati in trionfo al di sopra della folla: tutti spaventati, tutti smarriti, tutti stupiti e intontiti, come se fosse arrivato il giorno del giudizio, e quelli che si davano alla pazza gioia intorno a essi fossero spiriti dannati. V'erano altre sette facce, portate ancora più in alto, sette facce morte le cui palpebre abbassate e i cui occhi socchiusi, aspettavano il giorno del Giudizio. Facce impassibili, ma pur con un'espressione sospesa... non abolita; facce rimaste come in una pausa spaventosa, come se stessero per sollevare le palpebre e testimoniare con le labbra esangui: — L'hai voluto tu!

Sette prigionieri liberati, sette teste sanguinanti sulle picche, le chiavi della fortezza maledetta dalle otto massicce torri, la scoperta di alcune lettere e di vecchi memoriali di antichi prigionieri, morti di crepacuore da lungo tempo — queste, e altre simili, furon le conquiste che i passi rumorosamente echeggianti di Sant'Antonio scortavano per le vie di Parigi a metà di luglio del millesettecentottantanove. Ora, che il cielo disperda la fantasia di Lucia Darnay, e tenga quei piedi lontani dalla sua vita! Perchè sono precipitosi, folli e pericolosi, e negli anni così lunghi dopo la rottura della botte innanzi alla bettola di Defarge, non si lavano facilmente, una volta che si son tinti di rosso.