Le Due città.  Charles Dickens
Capitolo 23. Divampa il fuoco
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V'era un mutamento nel villaggio dove cantava la fontana, e dove lo stradino andava a cacciar dalle pietre della strada carrozzabile quei tozzi di pane che tenevano cuciti insieme fra gli stenti la sua povera anima ignorante e il suo misero corpo. La prigione sulla rupe non era così dominatrice come un giorno: v'erano dei soldati a vigilarla, ma non molti; v'erano degli ufficiali a vigilare i soldati; ma nessuno di essi sapeva ciò che avrebbero fatto i suoi uomini — se non questo: che probabilmente non avrebbero eseguito ciò che sarebbe stato loro ordinato.

Oltre e lontano si stendeva una campagna abbandonata, che non mostrava altro che desolazione. Ogni foglia verde, ogni filo d'erba e ogni germoglio di frumento erano stentati e poveri come la misera popolazione. Tutto era chinato, abbattuto, oppresso e rotto. Abitazioni, siepi, animali domestici, uomini, donne, bambini e il suolo che li portava, — tutto era logoro.

Monsignore (spesso un degno uomo personalmente) era una benedizione nazionale, dava un tono cavalleresco alle cose, era un magnifico esempio di vita sontuosa e fulgida e ancor più nello stesso ambito; pur nondimeno, monsignore, come classe, aveva, in un modo o nell'altro, portato le cose a quel punto. Strano che la creazione destinata espressamente per monsignore, dovesse essere stata così inaridita e spremuta. Certo vi doveva esser qualcosa di miope nelle disposizioni del tempo. Ma purtroppo così era; ed essendo stata estratta l'ultima goccia di sangue dalle pietre, essendo stata girata l'ultima vite della tortura così spesso che il prodotto s'era sbriciolato, e girando ora perfettamente a vuoto, con nulla da mordere, monsignore cominciò ad allontanarsi da un risultato così indegno e così ingiustificabile.

Ma non era questo il mutamento del villaggio e di molti villaggi simili. Per diecine di anni trascorsi, monsignore lo aveva stretto e spremuto, e di rado lo aveva onorato della sua presenza, tranne che per i piaceri della caccia — derivati ora nella caccia agli abitanti, ora nella caccia alle bestie, per la protezione delle quali monsignore con pensiero edificante, manteneva larghi spazi di terra coltivabile in barbari e nudi deserti. No. Il mutamento consisteva nella comparsa di strani visi di bassa impronta più che nella scomparsa delle liete e letificanti fattezze, altamente ben modellate, di monsignore.

Poichè, in quei giorni, mentre lo stradino lavorava solitario nella polvere, non incomodandosi spesso a riflettere d'esser polvere e di dover tornare polvere, giacchè era la maggior parte del tempo troppo occupato a pensare sul pochissimo che aveva per cena e su quanto avrebbe mangiato di più, se avesse avuto da mangiare, — in quei giorni, come levò gli occhi dal suo lavoro solitario a guardare il paesaggio, egli vide uno strano tipo dirigersi alla sua volta a piedi, un tipo, che, già una rarità per quelle parti, era diventato piuttosto frequente. Intanto che quello si avvicinava, lo stradino distinse, senza sorprendersi, ch'era un uomo dai capelli lunghi, dall'aspetto quasi barbaro, alto, dagli zoccoli di legno, pesanti anche agli occhi d'uno stradino, torvo, rozzo, affaticato, impillaccherato e impolverato da molte strade maestre, bagnato dalle acque paludose di molti terreni acquitrinosi, sparso delle spine, delle foglie e delle erbe di molti viottoli a traverso i boschi.

Un tipo simile si dirigeva verso di lui, come uno spettro, un mezzodì di luglio, mentre egli se ne stava su un mucchio di pietre sotto un ciglione, riparandosi come meglio poteva da un'improvvisa grandinata.

Il forestiero lo guardò, guardò il villaggio nella gola, il mulino e la prigione sulla rupe. Dopo ch'ebbe identificati quegli oggetti con quello spirito ottuso che si trovava a possedere, disse, in un dialetto appena intelligibile:

— Come si va, Giacomo?

— Tutto bene, Giacomo.

— Allora qua!

Si strinsero la mano, e il forestiero si sedette sul mucchio di pietre.

— Niente desinare?

— Nient'altro che la cena ora, — disse lo stradino, con la faccia famelica.

— È di moda ora, — brontolò il forestiero. — In nessuna parte si trova il desinare.

Egli prese una pipa annerita, la riempì, l'accese con l'acciarino e la pietra focaia, aspirò finchè non bruciò bene; poi a un tratto l'allontanò un po' e vi fece cader entro, dall'indice e il pollice, qualcosa che fiammeggiò e si disperse in una nuvoletta.

— Allora qua. — Era la volta dello stradino di dire a quel modo, dopo aver osservato quelle operazioni. Di nuovo si strinsero la mano.

— Stasera? — domandò il forestiero.

— Stasera, — disse l'altro, mettendosi la pipa in bocca.

— Dove?

— Qui.

Lui e lo stradino sedevano sul mucchio di pietre, guardandosi in silenzio, mentre la grandine sembrava facesse contro di loro una piccola carica alla baionetta. Poi il cielo cominciò a rischiararsi sul villaggio.

— Mostrami la via! — disse allora il viaggiatore, movendosi verso il fronte della collina.

— Vedi, — rispose lo stradino con le dita stese. — Va giù di qui, e dritto per la via fra le case, fin oltre la fontana...

— Al diavolo tutta questa roba! — interruppe l'altro, girando gli occhi sul paesaggio. Attraverso le vie del villaggio e presso le fontane io non ci vado. Così?

— Così! A circa due leghe oltre la sommità di quella collina sopra il villaggio.

— Bene. Quando finisci di lavorare?

— Al tramonto.

— Vuoi svegliarmi, prima che te ne vada? Ho viaggiato due notti senza interruzione. Lasciami finir la pipata e poi mi addormenterò come un bambino. Mi sveglierai?

— Certo.

Il viaggiatore finì la pipata, si mise la pipa in petto, si cavò i grandi zoccoli di legno, e si stese supino sul mucchio di pietre. Si addormentò quasi immediatamente.

Mentre s'applicava al suo pulverulento lavoro — la nuvola temporalesca, allontanandosi, rivelava tratti e strisce brillanti di cielo alle quali corrispondevano argentee colorazioni nel paesaggio — il piccolo stradino (che ora aveva un berretto rosso invece di quello azzurro) pareva affascinato dalla persona stesa sul mucchio di pietre. E i suoi occhi si voltavano così spesso a guardarla, che usava i suoi strumenti automaticamente, e, si sarebbe detto, con misero effetto. Il volto abbronzato del forestiero, la lunga chioma nera e la barba, il rozzo berretto di lana rossa, il ruvido bigio vestito di stoffa casalinga orlato di pelli villose, la potente struttura delle ossa attenuata dagli stenti, e la triste, disperata compressione delle labbra incutevano nello stradino timore e rispetto. Il viaggiatore era venuto di lontano, e aveva i piedi piagati e gli stinchi dolenti e sanguinanti: i grossi zoccoli, imbottiti di foglie e d'erba, erano stati pesanti a trascinare per molte leghe, e gli abiti erano pieni di strappi, appunto come il corpo di piaghe. Chinandosi accanto al viaggiatore, lo stradino tentò di scoprire se quegli portasse le armi segrete in petto o chi sa dove; ma invano, perchè dormiva con le braccia incrociate sul petto e ben strette, come le labbra. Le città fortificate di mura; corpi di guardia, porte, trincee e ponti levatoi, non sembravano, per lo stradino, che tanta aria di fronte a quell'uomo. E quando levava gli occhi da lui e guardava in giro, vedeva nella sua piccola fantasia altri uomini dello stesso stampo, non arrestati da alcun ostacolo e diretti ai centri di tutta la Francia.

Il viaggiatore continuava a dormire, indifferente alla grandine e alle sue soste, al sole che gli splendeva sul volto e all'ombra, ai colpi dei grossi chicchi gelidi sul corpo e ai diamanti nei quali il sole li mutava, finchè il sole non arrivò sul limite dell'orizzonte e il cielo non s'imporporò tutto. Allora, lo stradino raccolse i suoi strumenti, e preparandosi a discendere il villaggio, svegliò il forastiero.

— Bene! — questi disse, levandosi su un gomito. — Due leghe oltre la vetta del colle?

— Circa due leghe.

— Circa due leghe. Bene!

Lo stradino s'avviò verso casa, con la polvere che si levava innanzi a lui spinta dal vento, e tosto si trovò alla fontana, ove s'infilò fra le mucche condotte lì a bere, e parve mettersi a bisbigliare anche con esse, bisbigliando con tutto il villaggio. Dopo che il villaggio ebbe fatta la sua povera cena, non si mise a letto secondo il solito, ma uscì fuori delle case di nuovo e vi rimase. Era stato assalito da uno strano contagio di bisbigli, e poi, quando si raccolse di nuovo alla fontana nel buio, da un altro strano contagio di occhiate d'attesa verso l'alto, in un'unica direzione. Il signor Gabelle, funzionario capo del luogo, ebbe qualche inquietudine: si recò solo sul tetto di casa, e guardò anche lui in quella direzione; poi di dietro i comignoli diede delle occhiate ai visi scuri presso la fontana al di sotto, e mandò a dire al sagrestano di tener pronte le chiavi della chiesa, nel caso vi fosse la necessità di sonare le campane a stormo.

La notte si faceva più fonda. Gli alberi che circondavano il castello, il quale manteneva la sua solitaria maestà a parte, si mossero nel vento che cominciava a soffiare, come se minacciassero nella tenebra l'edificio massiccio e scuro. Sui due rami della scalinata della terrazza la pioggia correva in furia e picchiava sulla gran porta, come un frettoloso messaggero che svegliasse quelli di dentro; inquiete raffiche di vento si precipitavano nel vestibolo, fra le vecchie lance e i coltelli, e passando lamentose sulle scale, andavano a scuotere le cortine del letto dove il marchese aveva dormito il suo ultimo sonno. Da oriente, da ponente, da settentrione e da mezzogiorno, a traverso i boschi quattro ombre scarmigliate, dal passo pesante, schiacciavano l'erba alta e facevano scricchiolare i rami, dirette cautamente a un convegno nel cortile. Quattro luci s'accesero lì in mezzo, e si mossero per diverse direzioni, lasciando tutto al buio come prima.

Ma non per molto. A un tratto, il castello cominciò a farsi stranamente visibile per un chiarore suo particolare, come se stesse diventando luminoso. Poi una striscia vacillante apparve dietro l'architettura della facciata, mostrando i punti trasparenti, le balaustrate, gli archi e le finestre. Poi si levò più in alto, e si fece più vasta e più lucente. Tosto da una dozzina delle grandi finestre irruppero le fiamme, e le facce marmoree si svegliarono e guardarono dal fuoco.

Un fioco mormorio si levò intorno al palazzo fra le poche persone presenti, e tosto fu sellato un cavallo e lanciato a spron battuto. Gli sproni lavorarono nel buio e le pozzanghere irraggiarono spruzzi: fu tirata la briglia nel largo della fontana del villaggio, e il cavallo coperto di schiuma si fermò alla porta del signor Gabelle. — Aiuto, Gabelle! Aiutate tutti quanti! — Le campane sonarono impazienti, ma altro aiuto (se ve n'era) non vi fu. Lo stradino e i suoi duecento intimi amici rimasero accanto alla fontana con le braccia conserte, contemplando la colonna di fuoco nel cielo. «Dev'essere alta quaranta piedi», osservarono torvi, e non si mossero.

Il cavaliere giunto dal castello, col cavallo coperto di spuma, traversò il villaggio e galoppò per un'erta sassosa alla prigione sulla rupe. Alla porta, un gruppo di ufficiali stava contemplando l'incendio; in disparte, un gruppo di soldati. «Aiuto, signori ufficiali! Il castello è in fuoco: si possono ancora salvare preziosi oggetti dalle fiamme. Aiuto! Aiuto!». Gli ufficiali si volsero verso i soldati che contemplavano l'incendio; ma non diedero ordini, e risposero, stringendosi nelle spalle e mordendosi le labbra( ): «Deve ardere».

Nel momento che tornava giù per la collina e riattraversava il villaggio, questo si stava illuminando. Lo stradino e i suoi duecento intimi amici, unanimi nell'idea dell'illuminazione, erano balzati, ciascuno in casa propria, uomini e donne, a mettere delle candele accese dietro ogni sudicio vetro di finestra. La generale scarsezza d'ogni cosa fece sì che si corresse dal signor Gabelle a farsi prestare delle candele in maniera piuttosto perentoria; e in un momento di riluttanza e di esitazione da parte di quel funzionario, lo stradino, una volta così sommesso ai superiori, aveva osservato che le carrozze erano ottime per far dei falò e i cavalli per essere arrostiti.

Il castello rimase abbandonato alle fiamme e continuò ad ardere. Un vento rovente, che veniva direttamente dalle regioni infernali, sembrava, nello strepito e nella furia della distruzione, che trasportasse via l'edificio in fiamme. A misura che le vampe si levavano e s'abbassavano, pareva che le facce marmoree fossero in preda a un tormento. Quando caddero grandi masse di pietre e di legname, la faccia con le due fossette sul naso si oscurò: per un po' emerse dal fumo, come se la faccia del marchese crudele messo su una pira avesse preso a lottar con le fiamme.

Il castello ardeva; gli alberi più vicini, caduti preda delle fiamme, si abbruciacchiavano contorcendosi; gli alberi lontani, ai quali era stato appiccato il fuoco dai quattro feroci viandanti, cinsero l'edificio fiammeggiante con una nuova foresta di fumo. Piombo fuso e ferro bollivano nella vasca di marmo della fontana, l'acqua s'era asciugata; le cime a forma conica delle torri svanivano come ghiaccio innanzi al calore, e scorrevano giù in quattro sinuosi rivi di fiamme. Grandi crepacci e spaccature si diramavano nei muri massicci, come dovuti a cristallizzazione; uccelli intontiti scorazzavano intorno e precipitavano nella fornace; i quattro feroci viandanti s'allontanarono verso oriente, ponente, settentrione e mezzogiorno, sulle strade avvolte nella notte, guidati dal faro ch'essi avevano acceso, alla loro prossima meta. Il villaggio illuminato s'era impadronito delle campane, e facendo a meno del legittimo sonatore, martellava a festa.

E non soltanto questo; ma il villaggio, fatto spensierato e ardito dalla fame, dallo spettacolo dell'incendio e dello scampanìo, immaginando che il signor Gabelle entrasse in qualche modo nella riscossione delle tasse e delle pigioni — benchè in quei giorni egli non avesse avuto che un avviso di pagamento per sè e non avesse riscosso nulla — sentì l'impazienza di parlargli, e circondandogli la casa, gl'intimò d'uscire senz'altro per un colloquio. Ma a questo il signor Gabelle sbarrò fortemente l'uscio e si ritirò per consigliarsi seco stesso. E il risultato del consiglio fu che Gabelle si rifugiò di nuovo sul tetto dietro i comignoli, risoluto, questa volta, se l'uscio fosse stato sfondato (egli era un piccolo meridionale di carattere vendicativo) di gettarsi a capofitto dal parapetto e di schiacciare un paio di persone là sotto.

Probabilmente il signor Gabelle passò una lunga notte lassù, col lontano castello che gli faceva da fuoco e da lume, e con i colpi alla porta e lo scampanìo festoso, che gli facevano da musica; per non dir nulla del malaugurato fanale innanzi alla porta dell'ufficio di posta, che il villaggio con molta buona volontà voleva spostare per lui. Tormentoso passare tutta la notte d'estate sull'orlo dell'oceano nero, pronto a far quel tuffo che il signor Gabelle aveva meditato. Ma apparve finalmente l'amica alba, e, sgocciolante tutte le candele del villaggio, la popolazione fortunatamente si disperse, e il signor Gabelle potè discendere ancora in vita.

A un centinaio di miglia di là, e al bagliore di altri incendi, vi furono altri funzionari meno fortunati, quella notte e altre notti, che il sole del mattino trovò sospesi sulle vie, una volta tranquille, dov'essi erano nati e cresciuti; come anche vi furono altri terrazzani e cittadini meno fortunati dello stradino e dei suoi compagni, contro i quali i funzionari e la soldatesca si volsero con successo, e che impiccarono a loro volta. Ma i feroci viandanti continuarono ad andare a oriente, ponente, settentrione e mezzogiorno, qualunque cosa avvenisse; e chiunque fosse impiccato il fuoco ardeva. L'altezza delle fonti che facessero cader l'acqua per spegnerlo, nessun funzionario, con nessun sforzo matematico, era in grado di calcolare con precisione.