Le Due città.  Charles Dickens
Capitolo 3. Le ombre notturne
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Strana circostanza, degna di meditazione, il fatto che ogni creatura umana è composta in modo da esser per tutte le altre un profondo segreto e un profondo mistero. Una solenne considerazione, quando entro in una grande città di notte, quella che ciascuna di quelle case, oscuramente raggruppate, chiude un suo particolare segreto; che ogni stanza in ciascuna di esse chiude un suo particolare segreto; che ogni cuore pulsante nelle centinaia di migliaia di petti che respirano nella stessa città, è, in alcuni dei suoi pensieri, un segreto per il cuore che gli è più vicino. C'è in questo un senso di spavento pari a quello della stessa morte. Non posso più volgere i fogli di questo caro libro che amavo, e spero invano col tempo di leggerlo tutto. Non posso più guardare nelle profondità di quest'acqua insondabile, nella quale, come luci istantanee, m'erano lampeggiati bagliori di tesori sepolti e di altri oggetti sommersi. Era destinato che il libro dovesse chiudersi con uno scatto, in sempiterno, quando io non ne avevo letto che una pagina. Era destinato che l'acqua si dovesse rapprendere in un ghiaccio eterno, quando la luce si trastullava sulla sua superficie, e io me ne rimanevo ignaro sulla sponda. Il mio amico è morto, il mio vicino è morto, il mio amore è morto, la diletta dell'anima mia è morta; è il consolidamento inesorabile, la perpetuazione del segreto che fu sempre in quella personalità, e che io porterò nella mia fino all'ultimo respiro. In qualcuno dei luoghi di sepoltura delle città che attraverso, v'è un dormiente più imperscrutabile dei suoi abitanti vivi, nella loro intima personalità, o più imperscrutabile di quel che io non sia per loro?

Quanto a questo, suo retaggio naturale e inalienabile, il messaggero a cavallo aveva esattamente gli stessi poteri del re, del primo ministro di stato e del più ricco mercante di Londra. Allo stesso modo i tre passeggeri chiusi nell'angusto spazio d'una vecchia diligenza traballante, che erano l'un per l'altro misteri, e completi, come se ciascuno si trovasse in una vettura propria a sei cavalli o nella vettura propria a sessanta cavalli, con la distanza d'una contea fra lui e il vicino.

Il messaggero faceva il viaggio di ritorno a piccolo trotto, entrando sì, piuttosto spesso, a bere nelle bettole sulla strada, ma con una certa tendenza al silenzio e a tenersi il cappello calcato fin sugli occhi. Aveva occhi che s'adattavano bene a quel suo contegno; neri, ma senza profondità nella forma e nel colore e troppo ravvicinati, come se temessero, tenendosi lontani, d'esser sorpresi, ciascuno per sè e a parte, in qualche cosa. Avevano una espressione sinistra al disotto d'un vecchio tricorno, che somigliava a una sputacchiera a tre punte, e al disopra d'una gran sciarpa per il mento e la gola, che discendeva quasi fino alle ginocchia del loro proprietario.

Quand'egli si fermava a bere, moveva la sciarpa con la sinistra, solo nell'atto di portare il liquido alla bocca con la destra; e, ciò fatto, si rimbacuccava.

— No, Jerry, no! — disse il messaggero, tornando al suo soggetto, mentre cavalcava. — Non ti sarebbe piacevole, Jerry. Non converrebbe, Jerry, onesto lavorante, al tuo ramo d'industria. Risuscitato! Che mi pigli il diavolo, se non aveva bevuto!

Il messaggio che portava lo tormentò tanto, che fu costretto, parecchie volte, a togliersi il cappello e a grattarsi la testa. Eccetto sul cranio, quasi interamente nudo, aveva dei capelli rigidi e neri che si rizzavano intorno intorno a punta, e che gli crescevan giù quasi fin sul naso vasto e camuso. La testa rassomigliava al lavoro d'un fabbro, e la capigliatura più a una vetta di muro solidamente ferrata che a una chioma, e il più agile saltatore, al giuoco del cavalluccio, avrebbe rifiutato di scavalcarla, come assai pericolosa.

Mentre Jerry trottava col messaggio che doveva riferire alla guardia notturna nel suo casotto alla porta della banca Tellson, presso Temple Bar, la qual guardia notturna doveva riferirlo alle superiori autorità nell'interno, le ombre della notte assumevano innanzi a lui quelle forme che prestava loro il messaggio, e innanzi alla giumenta quelle forme che loro prestavano le sue particolari ragioni di disagio. E dovevano esser molto numerose, perchè sobbalzava impaurita a ogni ombra sulla strada.

Intanto, la diligenza sobbalzava e strepitava, gemeva e scricchiolava nel suo tedioso viaggio, coi tre compagni imperscrutabili al di dentro. Ai quali, parimenti, le ombre notturne si rivelavano in quelle forme evocate dai loro occhi sonnecchianti e dai loro pensieri errabondi.

La banca Tellson fu soggetto d'una lunga meditazione nella diligenza. Con un braccio infilato nella cinghia di cuoio, la quale faceva ciò che poteva per impedirgli di cozzare contro il vicino e di cacciarlo nell'angolo, tutte le volte che la diligenza faceva un balzo speciale, il passeggero della banca chinava pian piano la testa, con gli occhi semichiusi, e i finestrini, la luce fioca dei fanali che li attraversava, e il fagotto voluminoso del passeggero di fronte diventavano la banca e facevano dei magnifici affari e delle magnifiche contrattazioni. Lo strepito dei finimenti rappresentava il tintinnio del denaro ed erano pagati più assegni e tratte in cinque minuti, di quanti Tellson, con tutte le sue relazioni interne ed estere, ne avesse mai pagati in un tempo tre volte maggiore. Poi le sale corazzate nei sotterranei della banca Tellson, con quelle loro preziose riserve e quei segreti noti al passeggero (e non era da poco che egli le conosceva) gli si spalancarono dinanzi, ed egli vi s'aggirò con delle grosse chiavi e il fioco lume d'una candela, e le trovò sicure, solide, forti e tranquille, esattamente come le aveva vedute l'ultima volta.

Ma, sebbene la banca fosse sempre con lui e sebbene la diligenza (in maniera confusa, come il senso d'un dolore sotto l'influsso d'un oppiaceo) fosse sempre con lui, vi fu un altro flusso d'impressioni che non cessò mai di scorrere, tutta quanta la notte. Egli era nell'atto di disseppellire qualcuno da una fossa.

Ora, quale, fra la moltitudine di facce che gli apparivano dinanzi, fosse la vera faccia della persona sepolta, le ombre notturne non indicavano; ma erano tutte d'un uomo di circa quarantacinque anni, e differivano specialmente nelle passioni che esprimevano, e nell'apparenza spettrale della loro consunzione. Orgoglio, disprezzo, sfida, ostinazione, rassegnazione, compianto, erano sentimenti che si avvicendavano in esse; e allo stesso modo si avvicendavano le guance diversamente infossate, il colorito cadaverico, le mani e i corpi emaciati. Ma la faccia era in generale un'unica faccia, e ogni testa era precocemente canuta. Cento volte il passeggero sonnecchiante domandò a quello spettro:

— Da quanto tempo sepolto?

La risposta era sempre la stessa: — Da quasi diciotto anni.

— Avevate abbandonato ogni speranza d'essere esumato?

— Da lungo tempo.

— Sapete che siete richiamato da morte a vita?

— Così dicono.

— Spero che abbiate voglia di vivere?

— Non saprei dire.

— Ve la debbo far vedere? Verrete a vederla?

Le risposte a questa domanda erano varie e contradittorie. A volte la risposta malcerta era: — Un momento! Potrei sopportarlo un incontro così improvviso? — A volte, era data con un tenero fiotto di lagrime, e poi era: — Conducetemi da lei. — A volte aveva un tono di stupore e di sconcerto, e poi: — Non la conosco. Io non capisco.

Dopo una simile conversazione immaginaria, il passeggero continuava con la fantasia a scavare, a scavare, a scavare — ora con una vanga, ora con una grossa chiave, ora con le mani — a scavare e a disseppellire quell'infelice creatura. Tirata fuori finalmente, con la terra appiccicata alla faccia e ai capelli, si dissolveva improvvisamente in polvere. Il passeggero tornava in sè con un balzo, e abbassava il finestrino, per sentirsi sul viso la realtà della nebbia e della pioggia.

Pure anche quando i suoi occhi erano aperti alla nebbia e alla pioggia, alla mobile striscia di luce dei fanali, alla siepe della strada maestra che si ritraeva a balzi, le ombre notturne al di fuori della diligenza solevano di nuovo confondersi nel corso delle ombre notturne al di dentro. La vera banca presso Temple Bar, i veri affari del giorno innanzi, le vere sale corazzate, il vero messaggio che lo aveva raggiunto e il vero messaggio con cui aveva risposto erano tutti là dentro. Al di fuori della loro nebbia, si levava la faccia spettrale, ed egli la interrogava di nuovo.

— Da quanto tempo sepolto?

— Da quasi diciotto anni.

— Spero che abbiate voglia di vivere?

— Non saprei dire.

Ed eccolo a scavare, scavare, scavare, finchè un movimento d'impazienza d'uno dei due passeggeri lo ammonì di sollevare il finestrino, d'infilare bene il braccio nella cinghia di cuoio, e di fantasticare sulle due figure assonnate, e finchè il suo spirito non se le fece sfuggire e non scivolò di nuovo nella banca e nella fossa.

— Da quanto tempo sepolto?

— Da quasi diciotto anni.

— Avevate abbandonato ogni speranza d'essere esumato?

— Da lungo tempo.

Le parole gli sonavano all'orecchio come pronunziate un momento prima — più distinte di quante altre mai gli era toccato di udire — quando lo stanco passeggero sobbalzò alla coscienza della luce diurna e s'accorse che le ombre notturne s'erano dileguate.

Abbassò il finestrino, e guardò sull'orizzonte il sole che si levava. V'era un pendio di terra arata, con un aratro infitto nel punto dove la sera innanzi i cavalli erano stati staccati; più in là, una certa boscaglia cedua, con molte foglie di rosso ardente e di giallo aureo sugli alberi. Benchè il suolo fosse freddo e bagnato, il cielo era limpido, e il sole si levava lucente, placido e magnifico.

— Diciotto anni! — disse il passeggero, guardando il sole. — Clemente creatore del giorno! Sepolto vivo per diciott'anni!