Le Due città.  Charles Dickens
Capitolo 24. Tratto allo scoglio calamitato
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In simili bagliori di fuoco e sobbollimenti di mare — la solida terra invasa da un oceano tempestoso che non aveva flusso e riflusso, ma che si levava sempre più alto, con terrore e meraviglia di chi lo guardava dalla sponda — tre anni di sconvolgimento passarono. Altri tre genetliaci di Lucietta erano stati inseriti col filo d'oro nel morbido tessuto della sua vita domestica.

Molte notti e molti giorni gli abitanti della casa di Soho avevano ascoltato, col cuore che si stringeva, gli echi dei passi furiosi della folla. Perchè al loro spirito quei passi sonavano come quelli d'un popolo, tumultuoso sotto una bandiera rossa e col paese in pericolo, trasformato tutto in belve, per un lungo, maligno incantesimo.

Monsignore, come classe, non era più esposto allo strano caso di non essere degnamente considerato, giacchè di lui si aveva in Francia così poco bisogno, ch'egli correva continuamente il pericolo di esser bandito dalla Francia e nello stesso tempo di lasciarvi la vita. Come il villico della fiaba, che evocò il diavolo con uno sforzo infinito, e che fu così atterrito, vedendolo, da non fargli alcuna domanda e immediatamente fuggire; così monsignore, dopo aver per un gran numero d'anni letto audacemente il paternostro all'indietro, e aver compiuto molti altri potenti incantesimi per evocare il maligno, non appena lo vide, levò in aria rabbrividendo i suoi nobili tacchi e si raccomandò alle gambe.

Il fulgido Occhio di Bue della Corte se n'era andato, per non essere il bersaglio d'un uragano di palle nazionali. Non era stato mai un occhio che vedesse bene — da lungo tempo aveva la macchia dell'orgoglio di Lucifero, della lussuria di Sardanapalo e la cecità della talpa — ma s'era distaccato e se n'era andato. La Corte s'era tutta dileguata, dal circolo più interno fino all'estremo fradicio anello dell'intrigo, della corruzione e della falsità. La regolarità era scomparsa; era stata assediata nella reggia, e «sospesa», quando arrivarono le ultime notizie.

Era l'agosto dell'anno millesettecentonovantadue, e monsignore s'era già sparpagliato lontano.

Com'era naturale, il quartier generale e il principal punto di convegno di monsignore, in Londra, era la banca Tellson. Si crede che gli spiriti dei morti appaiano nei luoghi da essi più frequentati in vita; e monsignore senza più denari in tasca appariva dove una volta soleva tenerli. Era quello il luogo, inoltre, dove prima arrivavano le notizie più sicure di Francia. E poi Tellson era un magnifico istituto, che si dimostrava molto liberale coi vecchi clienti caduti in miseria. E lì, di quei nobili che avevano veduto a tempo arrivare la tempesta e che in previsione di saccheggi e di confische avevano fatto dei provvidi depositi alla banca Tellson, si poteva sempre saper qualcosa dai loro confratelli bisognosi. A questo si deve aggiungere che quanti arrivavano nuovi dalla Francia si presentavano tutti alla banca Tellson, con notizie fresche, quasi che fosse la cosa più naturale del mondo. Per tutte queste ragioni, la banca Tellson, in quei giorni, era, quanto a informazioni francesi, una specie di grande agenzia; e la cosa era così nota al pubblico, e le richieste che vi si facevano erano quindi così numerose, che la banca Tellson talvolta scriveva le ultime notizie in un paio di righe e le incollava alle finestre, per tutti quelli che in Temple Bar avevano il desiderio di apprenderle.

In un pomeriggio fumante e nebbioso, il signor Lorry sedeva alla sua scrivania, e Carlo Darnay, appoggiato di fronte, parlava con lui sottovoce. La cella penitenziale, che una volta serviva ai colloqui col direttore, era diventata allora la borsa delle notizie, ed era piena da traboccarne. Mancava mezz'ora o presso a poco per la chiusura.

— Ma, nonostante che voi siate ancora giovanissimo. — disse Carlo Darnay, con qualche esitazione, — pure io debbo dirvi...

— Capisco. Che son troppo vecchio? — disse il signor Lorry.

— Che il tempo è cattivo, che il viaggio è lungo, che i mezzi di trasporto son malsicuri, tutto il paese è disorganizzato, e la capitale pericolosa anche per voi.

— Mio caro Carlo, — disse il signor Lorry, con lieta fiducia, — voi accennate ad alcune delle ragioni che mi costringono ad andare: chi volete si curi d'un vecchio di circa ottant'anni, quando vi son tanti giovani a cui mette conto di pensare. Quanto alla disorganizzazione del paese e della capitale, se non fosse per la disorganizzazione, non vi sarebbe necessità di mandar qualcuno della nostra casa di Londra alla nostra casa di Parigi, che conosca la città e gli affari da molto tempo e goda di tutta la fiducia della banca. Quanto al lungo viaggio, i mezzi malsicuri di trasporto e il tempo cattivo, se io non fossi preparato a sopportare qualche disagio per amor della banca, dopo tanti anni, chi dovrebbe essere?

— Ci andrei anch'io, — disse Carlo Darnay, con qualche agitazione, e come se pensasse ad alta voce.

— Davvero! E poi mi fate delle obiezioni e mi consigliate di non andarci! — esclamò il signor Lorry. — E ci andreste anche voi! E siete di nazionalità francese! Bel consigliere che siete!

— Mio caro signor Lorry, appunto perchè son francese, m'è venuto spesso in mente questo pensiero (che, del resto, non avrei voluto dir qui). Non si può non pensare, avendo qualche simpatia per la misera popolazione, e avendole abbandonato qualche cosa, — e a questo punto parlò nella sua prima maniera riflessiva, — che, chi sa, si potrebbe essere ascoltato, e si potrebbe avere il potere d'indurla a qualche mitezza. Appunto ieri sera, quando voi ci lasciaste, stavo dicendo a Lucia...

— Stavate dicendo a Lucia, — ripetè il signor Lorry. — Ah! Io vi domando se non vi vergognate di nominare Lucia, dicendo che in questi tempi vorreste andare in Francia!

— Però, io non ci vado, — disse Carlo Darnay, con un sorriso. — Siete voi che dite di voler andare.

— E davvero ci voglio andare. Il fatto sta, mio caro Carlo, disse il signor Lorry, dando un'occhiata al direttore in distanza, e abbassando la voce, — voi non potete farvi alcuna idea delle difficoltà che impacciano i nostri affari e del pericolo che corrono laggiù i nostri registri e le nostre carte. Dio solo sa a quali tristi conseguenze andrebbero incontro molte persone, se alcuni dei nostri documenti andassero dispersi o distrutti; e, sapete, non ci vuol molto per questo, perchè chi può assicurarci che Parigi non vada in fuoco oggi o non sia saccheggiata domani! Ora una giudiziosa scelta fra tutte le carte, fatta con la maggior rapidità possibile, e la cura della loro conservazione in luogo sicuro, per sottrarle alla distruzione, non possono essere affidate, così in quattro e quattr'otto, che a me. E, quando la banca, che mi dà da mangiare da sessant'anni, dice così e vuole così, posso io esitare un momento solo, perchè mi sento un po' irrigidito alle giunture? Ma io sono un ragazzo di fronte a una dozzina di vecchi barbogi.

— Io ammiro la baldanza del vostro spirito giovanile, signor Lorry!

— Baie, caro! — disse il signor Lorry. — E dovete ricordare che in questi giorni portar via della roba da Parigi, qualunque roba, è presso che impossibile. Delle carte e degli oggetti preziosi ci sono stati portati oggi stesso qui (io vi parlo in gran confidenza, e in materia d'affari non è prudente parlare, neppure con voi) dai più strani portatori che voi possiate immaginare, la cui vita, all'uscita dalle varie barriere, era sospesa ad un unico capello. In altri tempi, le nostre spedizioni andavano e venivano con la stessa facilità che nella vecchia Inghilterra commerciale; ma ora s'è tutto arrestato.

— E voi realmente partite stasera?

— Realmente parto stasera, perchè v'è tanta urgenza, che non è possibile alcun indugio.

— E nessuno vi accompagna?

— Molte persone mi sono state proposte, ma nessuna con cui io abbia qualche cosa da dire. Io intendo condurre con me Jerry. Da lungo tempo Jerry è stata la mia guardia del corpo le sere di domenica, e io mi sono abituato a lui. Nessuno sospetterà che Jerry possa esser altro che una specie di mastino inglese, o d'aver altro proposito in testa che quello di avventarsi contro chiunque osi di toccare il padrone.

— Io debbo dire di nuovo che ammiro cordialmente la vostra baldanza e il vostro spirito giovanile.

— E io debbo dir di nuovo baie, baie! Dopo che io avrò eseguito la mia piccola commissione, forse accetterò la proposta della direzione di ritirarmi a vivere in pace. Avrò tempo abbastanza, allora, di pensare a diventar vecchio.

Questo dialogo s'era svolto sulla scrivania del signor Lorry, mentre monsignore sciamava a qualche passo di lì, menando vanto di ciò che avrebbe fatto fra poco per vendicarsi della plebaglia. Era invalsa l'abitudine in monsignore, disgraziatamente costretto ad emigrare, ed era invalsa l'abitudine nell'indigeno inglese ortodosso, di parlare di quella terribile rivoluzione come se fosse l'unica raccolta, nata mai sotto i cieli, che non fosse stata seminata — come se nulla fosse stato mai fatto, o nulla omesso di fare che avesse potuto farla scoppiare, — come se gli osservatori dei milioni d'infelici in Francia e dei tempi male diretti e male impiegati che li avrebbero fatti prosperare, non l'avessero veduta inevitabilmente avanzare, da anni, e non avessero in parole assai chiare registrato ciò che vedevano. Quelle fantasie, unite con le stravaganti congiure di monsignore per la restaurazione d'uno stato di cose che s'era assolutamente esaurito e aveva stancato contemporaneamente la pazienza celeste e terrena, erano dalle persone di buon senso, che vedevano la verità in viso, difficili a sopportare senza qualche rimostranza. Ed era tutto quel chiacchierio che gli ronzava alle orecchie, come un torbido afflusso di sangue alla testa, insieme con un latente disagio psichico, che aveva già fatto Carlo Darnay irrequieto, e continuava a tenerlo nello stesso stato.

Fra quelli che discutevano e fra i più rumorosi era Stryver, avvocato del King's Bench, sul punto d'esser promosso a un grande ufficio pubblico. Egli incantava monsignore coi suoi piani per far saltare in aria la plebaglia, disperderla dalla faccia della terra e continuare ad esistere senza di essa; e inoltre con molti altri progetti dello stesso genere di quello che si propone di sopprimere le aquile con un pizzico di sale sulla coda d'ogni individuo della specie. Darnay ascoltava quella discussione con un sentimento speciale di protesta, e pencolava a l'andarsene, per non udir più nulla, e il rimanere per dire il proprio pensiero, quando quello che doveva accadere cominciò a delinearsi.

Il direttore si diresse verso il signor Lorry, e mettendogli dinanzi una lettera gualcita ma non aperta, gli domandò se avesse infine scoperto qualche traccia della persona alla quale era indirizzata. Il direttore depose la lettera sulla scrivania così da presso a Darnay che questi scorse l'indirizzo — e tanto più rapidamente, perchè portava il suo vero nome. L'indirizzo, tradotto, diceva: «Urgentissimo. Al signore già marchese St. Evrémonde, di Francia. Presso i signori Tellson e Co. banchieri in Londra, Inghilterra».

La mattina del matrimonio il dottor Manette aveva raccomandato caldamente a Carlo Darnay che il segreto di questo nome dovesse rimanere — tranne che il dottore lo sciogliesse dall'obbligo — inviolato fra loro due. Nessun altro sapeva che fosse il suo; e sua moglie stessa non sospettava di nulla; il signor Lorry non poteva averne alcun sentore.

— No, — disse il signor Lorry in risposta al direttore; — ho domandato a tutti quanti qui, ma nessuno ha saputo dirmi dove si trovi questo signore.

Le lancette dell'orologio indicavano quasi l'ora di chiusura della banca, e quelli che se n'andavano passavano innanzi alla scrivania del signor Lorry. Questi teneva in alto la lettera, interrogando a destra e a sinistra, e monsignore, in persona di questo o di quello degli emigrati indignati e congiurati, la guardava; e questo, quello e quell'altro avevano tutti qualcosa di sprezzante da dire, in francese o in inglese, sul marchese che non si trovava.

— Un nipote credo... ma a ogni modo un successore degenere... dell'ottimo marchese che fu assassinato, — disse uno. — Son lieto di dire che non l'ho mai conosciuto.

— Un codardo che ha disertato il suo posto, — disse un altro. — Questo monsignore se la svignò da Parigi, alcuni anni fa, a gambe all'insù e mezzo soffocato in un carico di fieno.

— Infetto dalle nuove dottrine, — disse un terzo, dando un'occhiata all'indirizzo a traverso le lenti; — si mise in opposizione col marchese suo zio, abbandonò i beni quando li ereditò, e li lasciò alla marmaglia. Che, spero, ora lo ricompenserà come merita.

— Ah sì? — esclamò sdegnato Stryver. — Si tratta di un individuo simile? Vediamo questo nome infame. Che vada all'inferno!

Darnay, incapace di frenarsi più, toccò il signor Stryver sulla spalla e disse:

— Lo conosco io.

— Voi, per Giove? — disse Stryver. — Me ne dispiace.

— Perchè?

— Perchè, signor Darnay? Non avete sentito? Non domandate allora perchè.

— Ma io dico perchè?

— Allora, vi dirò ancora, signor Darnay, me ne dispiace. Mi dispiace d'udir da voi tali strane domande. Conoscete un uomo infetto dalle più pestifere e diaboliche dottrine che abbian mai avuto voga in terra, un uomo il quale ha abbandonato la sua proprietà alla più vile canaglia che abbia mai esercitato l'assassinio all'ingrosso, e mi domandate perchè mi dispiaccia che una persona che fa la professione dell'educatore si sia impacciato con lui. Allora vi dirò: mi dispiace perchè credo che un briccone simile sia contagioso. Ecco perchè.

Tenuto al segreto, Darnay si frenò con gran difficoltà, e disse: — Voi non sapete il cuore dell'uomo...

— So a ogni modo come tapparvi la bocca, signor Darnay, — disse Stryver stizzoso. — Se codesto signore è un gentiluomo, io non lo capisco. Diteglielo, coi miei saluti. Potete anche dirgli, da parte mia, che dopo aver abandonato i suoi beni e la sua dignità a quella canaglia assassina, non so perchè non si trovi alla loro testa. Ma o, signori, — disse Stryver, guardando in giro e schioccando le dita; — io m'intendo un po' della natura umana, e vi dico che voi non vedrete mai una persona simile confidar nella grazia dei suoi protetti. No, signori, al primo tafferuglio, leverà il tacco, e se la darà a gambe.

Con queste parole e un ultimo schiocco delle dita, il signor Stryver si avviò, per aprirsi il varco verso Fleet-Street, fra l'unanime approvazione degli uditori. E nella generale partenza dalla banca, il signor Lorry e Carlo Darnay, rimasero soli.

— Volete incaricarvi della consegna della lettera? — disse il signor Lorry. — Sapete dove consegnarla?

— Sì.

— Spiegherete che è stata indirizzata qui, nell'ipotesi che noi sapessimo dove mandarla, e che è rimasta qui qualche tempo?

— Ma certo. Partite da qui per Parigi?

— Da qui, alle otto.

— Ritornerò per salutarvi.

Di molto malumore con sè, con Stryver e la maggior parte degli uomini, Darnay s'allontanò nella pace del Temple, aprì la lettera e la lesse. Ecco ciò che diceva:

«Parigi, prigione dell'Abbazia, 21 giugno 1792.

«Signore già marchese,

«Dopo essere stato per molto tempo in pericolo di perdere la vita fra le mani degli abitanti del villaggio, io sono stato arrestato, violentemente ed oltraggiosamente, e condotto con un lungo viaggio a piedi a Parigi. In cammino ho sofferto molto. Nè questo è tutto; m'è stata distrutta la casa — meglio, rasa al suolo.

«Il delitto per il quale sono stato imprigionato, mio signore già marchese, e per il quale sarò condotto innanzi al tribunale, e perderò la vita (senza il vostro generoso aiuto) è, mi si dice, tradimento contro la maestà del popolo, perchè io mi sarei adoperato contro di esso, a favore d'un emigrato. Invano io asserisco che mi sono adoperato per esso e non contro di esso, secondo i vostri ordini. Invano asserisco che, prima della confisca della proprietà degli emigrati, io avevo rimesso a tutti le imposte che avevano cessato di pagare; che io non avevo riscosso alcuna pigione, che io non avevo intentato alcuna azione innanzi al tribunale. Ma si continua a dire che io ho rappresentato gl'interessi d'un emigrato, e si continua a domandare: dov'è questo emigrato?

«Ah, gentilissimo signore già marchese, dov'è questo emigrato? Io grido in sogno: dov'è? Io domando al cielo, non verrà a liberarmi? Nessuna risposta. Ah, signore già marchese, io mando il mio grido desolato a traverso il mare, sperando che possa, chi sa, raggiungere il vostro orecchio per mezzo della gran banca Tellson nota a Parigi.

«Per l'amor del cielo, della giustizia, della generosità, dell'onore del vostro nobile nome, io vi supplico, mio signore già marchese, di soccorrermi e liberarmi. La mia colpa è d'esservi stato fedele. Ah, mio signore già marchese, vi supplico d'essere anche voi fedele con me!

«Da questa prigione di orrore, donde mi avvicino sempre più a un fato degno di pietà, io vi mando mio signore già marchese, l'assicurazione della mia dolorosa e infelice devozione. Il vostro angosciato: Gabelle».

L'affanno latente di Darnay ebbe un vigoroso impulso da questa lettera. Il pericolo d'un vecchio e buon servitore, che non aveva commesso altra colpa che di conservarsi fedele a lui e alla sua famiglia, si presentò al suo spirito con tanta forza di riprensione, che, mentre camminava su e giù per il Temple considerando il da fare, egli nascondeva il viso per non farsi scorgere dai passanti.

Nell'orrore per il delitto che aveva messo un termine alle angherie e alla cattiva fama della sua vecchia famiglia nobiliare, nel risentimento e nel dispetto per suo zio e nell'avversione con la quale la sua coscienza considerava l'edificio che si supponeva sostenesse, egli sapeva d'essersi comportato male. Sapeva benissimo che, nel suo amore per Lucia, la rinuncia al proprio grado sociale, benchè da lungo tempo vagheggiata, era stata frettolosa e incompleta. Sapeva che avrebbe dovuto arrivarci metodicamente, e con cautela, e se aveva avuto il proposito di farlo, aveva finito col non curarsene.

La felicità della famiglia che s'era creata in Inghilterra, la necessità d'essere sempre attivamente occupato, i rapidi mutamenti e le turbolenze di quegli anni susseguitisi con tanta precipitazione, che gli eventi d'una settimana annullavano i progetti non ancora completamente delineati di quella precedente, e quelli della seguente li confondevano tutti, erano tutte circostanze che, com'egli sapeva benissimo, avevan pesato sulle sue risoluzioni — non senza dargli qualche inquietudine, ma pur senza una continua e crescente forza di resistenza. Che egli aveva aspettato l'occasione per muoversi, che se l'era fatta sfuggire irreparabilmente e che la nobiltà abbandonava a schiere la Francia, mentre tutti i beni aviti venivano confiscati e distrutti e perfino i nomi delle stirpi cancellati, eran tutte cose note a lui come forse alla nuova autorità francese, che poteva fargliene un capo d'accusa.

Ma egli non aveva oppresso nessuno, imprigionato nessuno, e lungi dall'aver duramente riscosso ciò che gli si doveva, l'aveva spontaneamente abbandonato, buttandosi in un mondo senza privilegi, nel quale s'era fatto un po' di largo, guadagnandosi il pane. Il signor Gabelle aveva amministrato la terra impoverita e indebitata, secondo le istruzioni scritte che gli erano state date, per favorire la popolazione, darle quel po' che c'era da darle — quel po' di legna per l'inverno che i creditori non si pigliavano, quel po' di frumento e d'orzo in estate che si salvava dalla stessa stretta; e senza dubbio ogni cosa risultava per iscritto, in modo da non apparire una risoluzione tardiva.

Questo favorì il proposito che Carlo Darnay aveva cominciato a formulare, di partire per Parigi.

Sì. Come il marinaio della vecchia leggenda, che i venti e le correnti avevano cacciato entro l'ambito del monte calamitato, che l'attirava a sè, Carlo Darnay doveva andare. Tutto ciò che gli si presentava in mente lo spingeva, sempre con maggiore rapidità, sempre con maggior forza verso la terribile attrazione. La ragione della sua inquietudine nascosta era nel fatto che, nella sua patria infelice, dei cattivi strumenti miravano a malvagi scopi, e che lui, che non poteva non sapere d'esser migliore di loro, non era sul luogo a tentar di far qualcosa per arrestare il torrente di sangue e asserire i diritti della pietà e della umanità. Con quella inquietudine, mezza soffocata e mezza irta di rimproveri, egli era arrivato a uno stridente parallelo fra se stesso e il fedele Gabelle, in cui il sentimento del dovere era così vivo; e dopo il parallelo per lui svantaggioso, aveva immediatamente ricordato i sogghigni di monsignore così pungenti, e quelli di Stryver, specialmente brutali e pieni di fiele, per vecchie ragioni. Allora la lettera di Gabelle aveva vinto: il grido rivolto a lui, al suo sentimento di giustizia, al suo onore, al suo buon nome, da un prigioniero innocente in pericolo di morte.

E la risoluzione fu presa: andare a Parigi.

Sì. Lo scoglio calamitato lo attirava, ed egli doveva veleggiare fino a toccarlo. Ma non pensava ad alcuno scoglio di sorta, e appena scorgeva qualche pericolo. L'intenzione con cui aveva fatto ciò che aveva fatto, anche se l'aveva lasciato incompleto, gli si presentava in un aspetto che sarebbe stato segnalato con riconoscenza in Francia, non appena egli si sarebbe presentato a dichiararlo. Allora gli si levò davanti la gloriosa speranza di fare il bene, che è così spesso l'ardente miraggio di tante anime generose, ed egli ebbe l'illusione di avere qualche potere di guidare l'orrenda rivoluzione, che infuriava come una belva scatenata.

Passeggiando su e giù con la sua deliberazione maturata, pensò che nè Lucia nè il padre dovevano saper nulla, finchè non fosse partito. A Lucia doveva essere risparmiato il dolore della separazione, e al padre, sempre riluttante a volgere il pensiero verso il pericoloso terreno d'un tempo, doveva giungere la notizia del passo come già fatto e non nell'oscillazione dell'incertezza e del dubbio. Quanto dell'indeterminatezza della propria condizione si riferiva al suocero, per la penosa ansietà di non ravvivargli le vecchie memorie di Francia, egli neppure discusse fra sè e sè. Ma anche questa circostanza ebbe il suo peso nella risoluzione adottata.

Egli passeggiò su e giù, con la mente agitata dai pensieri, finchè non fu l'ora di tornare alla banca e congedarsi dal signor Lorry. Appena sarebbe arrivato a Parigi, si sarebbe presentato a lui, ma in quel momento doveva tacergli l'intenzione che gli era maturata in mente.

Una carrozza con cavalli di posta era in attesa alla porta della banca, e Jerry, calzato di stivaloni ed equipaggiato di tutto punto, era pronto.

— Ho consegnato quella lettera, — disse Carlo Darnay, al signor Lorry. — Non ho intenzione di affidarvi nessuna risposta scritta; ma mi farete il piacere di portarne una verbale?

— Volentieri, — disse il signor Lorry, — se non è pericolosa.

— Per nulla affatto. Si tratta, però, d'un prigioniero nell'Abbazia.

— Come si chiama? — disse il signor Lorry col taccuino aperto in mano.

— Gabelle.

— Gabelle. E che bisogna dire al disgraziato prigioniero?

— Questo semplicemente: ch'egli ha ricevuto la lettera, e verrà.

— Bisogna dir la data?

— Partirà domani sera.

— Non bisogna dirgli nessun nome?

— No.

Egli aiutò il signor Lorry ad avvilupparsi in parecchi soprabiti e mantelli, e uscì con lui dalla calda atmosfera del vecchio istituto nell'aria nebbiosa di Fleet Street. — I miei saluti a Lucia e a Lucietta, — disse il signor Lorry, nel momento della partenza; — abbiate molta cura di loro fino al mio ritorno. — Carlo Darnay scosse il capo e sorrise malinconicamente, mentre la carrozza s'allontanava.

Quella notte — era il 14 d'agosto — egli stette in piedi fin tardi a scrivere due ardenti lettere: l'una a Lucia per dirle la gran necessità ch'egli aveva di partire per Parigi e spiegarle tutte le ragioni che gli facevano ritenere di non correre pericolo di sorta; l'altra al dottore, per affidargli Lucia e la loro cara bambina, diffondendosi sugli stessi argomenti con le più fiduciose assicurazioni. E promise, tanto alla moglie che al padre, che avrebbe loro spedito delle lettere in prova della propria sicurezza, immediatamente dopo il suo arrivo.

Fu un brutto giorno quello ch'egli passò in famiglia la prima volta, dopo la loro riunione, con una restrizione mentale. E fu duro seguitare in quell'innocente inganno, di cui nessuno aveva il più lontano sospetto. Ma un'affettuosa occhiata alla moglie, così felice ed affaccendata, lo persuase a non dirle nulla di ciò che incombeva (egli aveva sentito l'impulso di parlare, abituato com'era a consigliarsi sempre con lei in qualunque cosa), e il giorno passò rapidamente. Prima di sera abbracciò lei e la sua non meno cara piccola omonima, dicendo loro che sarebbe tornato subito (allegando un fantastico appuntamento, e portandosi segretamente una valigia con la biancheria) ed uscì nell'aria grave delle vie melanconiche col cuore oppresso.

La forza invisibile lo attraeva rapidamente ora, e tutte le correnti e i venti lo spingevano sicuramente a quella volta. Lasciò le due lettere a un messaggero fidato perchè le consegnasse mezz'ora avanti mezzanotte e non prima; prese un cavallo per Dover, e cominciò il suo viaggio. «Per amor del cielo, della giustizia, della generosità, dell'onore del vostro nobile cuore!». Questo grido dell'infelice prigioniero gli rafforzò il cuore vacillante, mentre lasciava tutto ciò che gli era caro al mondo e cominciava la rotta per lo scoglio calamitato.