Le Due città.  Charles Dickens
Capitolo 1. In segreto
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Il viaggiatore che si dirigeva a Parigi dall'Inghilterra nell'autunno dell'anno millesettecentonovantadue procedeva con gran lentezza. Cattive strade, carrozze sgangherate, cavalli sfiancati ne avrebbe incontrato più che a sufficienza a rallentargli il cammino, se il caduto e infelice re di Francia avesse ancora sfolgorato sul trono in tutta la sua gloria; ma i tempi mutati avevano moltiplicato gli ostacoli. Le porte di tutte le città e di tutti i più piccoli comuni avevano le loro bande di cittadini patrioti coi moschetti nazionali sempre pronti a esplodere, e chiunque andava e veniva era fermato, interrogato, frugato, costretto a rivelare il suo essere, che doveva avere un esatto riscontro nelle liste e nelle carte ufficiali, mandato indietro o fatto proseguire, o arrestato e messo in gattabuia, come meglio giudicava il capriccioso giudizio o la fantasia delle bande per l'albeggiante repubblica una e indivisibile, della libertà, dell'eguaglianza, della fratellanza o della morte.

Non ancora aveva percorso molte leghe del suo viaggio in Francia, quando Carlo Darnay cominciò a comprendere che per quelle strade non c'era più speranza di ritorno, se non avesse ottenuto un brevetto di civismo a Parigi. Qualunque cosa potesse accadergli, doveva egli terminare il viaggio. Non che i paesi che attraversava gli si chiudessero alle spalle o che le barriere sulle strade s'abbassassero dietro di lui; ma egli sapeva che c'era un'altra porta di ferro nella serie degli ostacoli che correva fra lui e l'Inghilterra.

Una sorveglianza generale lo cingeva in tal guisa, che se fosse stato acchiappato in una rete o fosse stato trasportato in una gabbia verso la meta, egli non avrebbe avuto una sensazione più precisa d'aver perduto completamente la libertà.

La sorveglianza generale non soltanto lo fermava sulla strada maestra venti volte in una tappa, ma lo faceva indugiare in cammino venti volte in un giorno, raggiungendolo a cavallo e riconducendolo indietro, arrivando prima di lui e andandogli incontro a fermarlo, procedendo di conserva con lui e tenendolo ben custodito. Da parecchi giorni era in viaggio solo, quando in una cittadina sulla strada maestra, ancora a molta distanza da Parigi, se n'andò a letto assai stanco.

Soltanto la presentazione della lettera dell'infelice Gabelle, prigioniero dell'Abbazia, poteva farlo giunger così lontano. Le sue difficoltà al corpo di guardia della cittadina erano state tante, che il viaggio era arrivato a una crisi. E perciò egli non fu molto sorpreso di essere svegliato durante la notte nell'alberghetto dov'era stato consegnato fino alla mattina.

Fu svegliato da un timido funzionario locale e da tre patrioti armati, in berretto rosso e con le pipe in bocca, che s'erano seduti sul suo letto.

— Emigrato, — disse il funzionario, — io debbo mandarvi a Parigi scortato.

— Cittadino, io non desidero altro che d'andare a Parigi, ma della scorta farei volentieri a meno.

— Silenzio! — ringhiò un berretto rosso, picchiando sulla coltre col calcio del moschetto. — Taci, aristocratico!

— Proprio come dice l'eccellente patriota, — osservò il funzionario, timidamente. — Voi siete un aristocratico, e dovete avere una scorta... a pagamento.

— Giacchè non posso dir di no, — disse Carlo Darnay.

— Non può dir di no! Sentitelo! — esclamò lo stesso accigliato berretto rosso. — Come se non gli si facesse un favore, risparmiandogli il ferro d'un fanale.

— Sempre come dice il buon patriota, — osservò il funzionario. — Alzatevi e vestitevi, emigrato.

Darnay obbedì, e fu ricondotto nel corpo di guardia, dove altri patrioti dal berretto rosso fumavano, bevevano o dormivano innanzi a un fuoco acceso. Lì egli pagò una grossa somma per la scorta e s'avviò con essa per le strade fangose alle tre dopo mezzanotte.

La scorta consisteva di due patrioti a cavallo, coi berretti rossi e le coccarde tricolori, che procedevano accanto a lui, l'uno da un lato, l'altro dall'altro, armati di moschetti e di sciabole. Lo scortato guidava lui la sua cavalcatura, ma c'era una corda legata alla briglia che andava a finire al polso d'uno dei due patrioti. In questo assetto si misero in via, staffilati in faccia da una pioggia furiosa, trottando a un passo pesante di cavalleria sul ciottolato ineguale della città, e poi fuori sulle strade disseminate di profonde pozzanghere. E così percorsero, senz'altro mutamento che quello dei cavalli e dell'andatura tutte le leghe fangose che li separavano dalla capitale.

Viaggiavano di notte, si fermavano un paio d'ore dopo l'alba, e non si movevano più fino a sera. I due della scorta erano così miseramente vestiti che intorno alle gambe nude e sulle spalle cenciose si legavano un po' di paglia per difendersi dalla pioggia. A prescindere dal disagio personale datogli da quella compagnia, e a prescindere dalle considerazioni del pericolo momentaneo rappresentato da uno dei patrioti, continuamente ubbriaco, che portava il moschetto con molta imprudenza, Carlo Darnay non vedeva alcuna ragione di albergar dei seri timori in cuore per la restrizione messa alla sua libertà; poichè essa, egli ragionava fra sè e sè, non poteva avere alcuna attinenza col giudizio di un caso individuale, che non era stato ancora esaminato, e con le allegazioni non ancora prodotte, che sarebbero state confermate dal prigioniero nell'Abbazia.

Ma quando arrivarono alla città di Beauvais, in sul far della sera, con le strade piene di gente, non potè nascondersi che l'aspetto delle cose era tutt'altro che incoraggiante. Una folla sinistra si raccolse a vederlo smontare innanzi alla posta, e molte voci schiamazzarono: — Abbasso l'emigrato!

Egli si arrestò nell'atto di smontare, e rimettendosi in sella come nel posto più sicuro, disse:

— Emigrato, amici miei! Non sapete che ritorno qui in Francia di mia propria volontà?

— Tu sei un maledetto emigrato, — esclamò un fabbroferraio, facendosi largo tra la folla, col martello in mano, — e un maledetto aristocratico!

L'ufficiale di posta si frappose tra il fabbroferraio e la briglia del cavaliere (alla quale quegli evidentemente si dirigeva), e disse conciliativo: — Lascia stare! Lascia stare! Sarà giudicato a Parigi.

— Giudicato, — ripetè il fabbroferraio, agitando il martello, — e condannato come traditore. — La folla ruggì con un urlo di approvazione.

Facendo un cenno all'ufficiale di posta, che voleva voltare la testa del cavallo verso il cortile (il patriota ubbriaco assisteva composto in sella, con la corda intorno al polso), Darnay disse, appena potè farsi sentire:

— Amici, o v'ingannate o v'ingannano. Io non sono un traditore.

— Egli mente! — gridò il fabbro. — Secondo il decreto è un traditore. La sua vita appartiene al popolo. La sua maledetta vita è nostra!

Nell'istante che Darnay vide come una vampa d'odio negli occhi della folla, che, dopo un altro istante, si sarebbe avventata contro di lui, l'ufficiale postale trasse il cavallo nel cortile, la scorta si mosse contemporaneamente ai fianchi del cavallo, e la doppia porta tarlata fu chiusa e sbarrata. Il fabbro vi picchiò una martellata, e la folla ringhiò delusa; ma non avvenne altro.

— Di che decreto parla il fabbro? — chiese Darnay all'ufficiale postale, quando, dopo averlo ringraziato, si trovò accanto a lui nel cortile.

— Del decreto sulla vendita dei beni degli emigrati.

— Quando è stato pubblicato?

— Il giorno quattordici.

— Il giorno che ho lasciato l'Inghilterra!

— Dicono che non sia che uno fra tanti, e che ve ne saranno altri... se non son già stati pubblicati... che bandiscono tutti gli emigrati e condannano a morte quelli che ritornano. Ecco perchè ha detto che la vostra vita non vi apparteneva.

— Ma dove sono codesti decreti?

— Che volete che ne sappia? — disse l'ufficiale postale, stringendosi nelle spalle; — forse ci sono e forse non ci sono. È la stessa cosa. Che volete farci?

Dormirono in soffitta su un po' di paglia fino a mezzanotte, e poi si rimisero di nuovo in viaggio, mentre la città era tutta addormentata. Fra i molti strani mutamenti che si potevan qua e là osservare, e che facevano di quel viaggio una cavalcata irreale, uno era la soppressione del sonno e del riposo, che pareva non esistessero più. Dopo un lungo cammino a traverso le campagne solitarie, arrivavano a un gruppo di povere case non immerse nel buio, ma sfolgoranti di luce, e gli abitanti, fantasticamente in piedi nel cuor della notte, si tenevano per mano e danzavano intorno a un albero disseccato della libertà, o, raccolti in gruppo, cantavano la canzone della libertà. Fortunatamente, però, quella notte a Beauvais si dormiva; e uscitine tranquillamente, si trovarono ancora una volta nella solitudine e nel buio. Cavalcarono col freddo e l'umidità, sopraggiunti innanzi tempo fra i campi isteriliti, che quell'anno non avevan dato alcun raccolto, e lungo le macerie annerite di case incendiate, di tanto in tanto arrestati dall'improvvisa comparsa di pattuglie di patrioti in agguato, sparsi su tutte le strade.

All'alba finalmente si trovarono innanzi alle mura di Parigi. La barriera era chiusa e fortemente guardata.

— Dove sono le carte di questo prigioniero? — domandò un uomo di aspetto risoluto, che la guardia era corsa a chiamare.

Sorpreso, naturalmente, da quella spiacevole parola, Carlo Darnay pregò quello che interrogava di notare che egli era un libero viaggiatore e un cittadino francese, affidato a una scorta impostagli dalle condizioni turbolente del paese, scorta per la quale egli aveva pagato.

— Dove, — ripetè la stessa persona, senza badargli affatto, — dove sono le carte di questo prigioniero?

Il patriota ubbriaco le aveva nel berretto, e le presentò. Dando un'occhiata alla lettera di Gabelle, la stessa persona autorevole mostrò qualche segno di confusione e di sorpresa, e guardò Darnay con viva attenzione.

Lasciò la scorta e lo scortato senza dire una parola, però, ed entrò, nel corpo di guardia: intanto i tre rimanevano a cavallo fuori la porta. Guardando in giro nell'attesa, Carlo Darnay osservò che la porta era sorvegliata da una guardia mista di soldati e di patrioti, i quali ultimi erano molto più numerosi; e che mentre l'ingresso in città per i carri dei contadini, che portavano provviste, e per simile traffico e trafficanti, era abbastanza facile, l'uscita, anche per le persone più innocue, era difficilissima. Una numerosa folla di uomini e di donne, per non dir delle bestie e dei veicoli d'ogni genere, aspettava di andare; ma la verifica dei nomi e delle persone era così rigorosa, che l'uscita avveniva assai lentamente. Alcuni, sapendo che il loro turno sarebbe giunto molto tardi, si sdraiavano a terra a dormire e a fumare, mentre altri si mettevano in crocchio a chiacchierare o oziavano in giro. Il berretto rosso e la coccarda tricolore erano adottati generalmente, fra uomini e donne.

Dopo aver atteso a cavallo una mezz'ora, osservando questi particolari, Darnay si trovò di fronte alla stessa persona autorevole di prima, la quale con lo sguardo fece cenno di aprir la barriera. Poi diede ai due della scorta, il sobrio e l'ubbriaco, una ricevuta per lo scortato, e allo scortato ordinò di scendere da cavallo. Egli obbedì, e i due patrioti, tirandosi dietro il cavallo stanco, fecero dietro fronte e se n'andarono senza entrare in città.

Darnay seguì il suo conduttore in una stanza del corpo di guardia, esalante odor di vino e di tabacco, e in cui stavano in piedi o sdraiati parecchi soldati e patrioti, addormentati o svegli, ubbriachi o sobri, o in varie fasi fra il sonno o la veglia, fra l'ubbriachezza e la sobrietà. La luce nel corpo di guardia, che veniva un po' dalle languenti lampade della notte e un po' dal giorno annuvolato, era nella stessa incerta condizione. Alcuni registri stavano aperti su un tavolino, dominato da un ufficiale dalla faccia grossolana e scura.

— Cittadino Defarge, — egli disse al conduttore di Darnay, prendendo un foglio di carta. — È questi l'emigrato Evrémonde?

— È lui.

— La vostra età, Evrémonde?

— Trentasette.

— Ammogliato, Evrémonde?

— Sì.

— Dove vi siete ammogliato, Evrémonde?

— In Inghilterra.

— Appunto. Dov'è vostra moglie, Evrémonde?

— In Inghilterra.

— Appunto. Voi siete mandato, Evrémonde, nella prigione della Force.

— Giusto cielo! — esclamò Darnay. — In forza di qual legge e per qual delitto?

L'ufficiale levò per un momento gli occhi dal foglio di carta.

— Noi abbiamo delle leggi nuove, Evrémonde, e dei delitti nuovi, da quando eravate qui, — egli rispose con un duro sorriso, e si rimise a scrivere.

— Io vi supplico d'osservare che vengo in Francia volontariamente, in risposta alla domanda scritta che vi sta dinanzi, di un concittadino. Io non chiedo che di fare senza indugio ciò che mi si domanda. Non è questo il mio diritto?

— Gli emigrati non hanno diritti, Evrémonde, — rispose l'ufficiale imperturbato. Egli continuò a scrivere, lesse ciò che aveva scritto, vi sparse del polverino, e consegnò il foglio a Defarge con le parole: — Nella segreta.

Defarge fece con la carta cenno al prigioniero di seguirlo. Il prigioniero obbedì, e la guardia di due patrioti armati li accompagnò.

— Siete voi, — disse Defarge, sottovoce, mentre discendevano i gradini del corpo di guardia per entrare nella città, — che avete sposato la figlia del dottor Manette, già prigioniero nella Bastiglia distrutta?

— Sì, — rispose Darnay, guardandolo sorpreso.

— Io mi chiamo Defarge, e ho una bettola nel quartiere Sant'Antonio. Forse avrete sentito parlar di me.

— Mia moglie venne in casa vostra a ripigliarsi il padre! Sì.

La parola «moglie» parve suggerisse oscuramente a Defarge di dire, a un tratto, impaziente: — In nome di quell'affilata signora, nata da poco, e chiamata la Ghigliottina, perchè siete venuto in Francia?

— Ve ne ho detto il perchè un minuto fa. Non credete che io v'abbia detto la verità?

— Una brutta verità per voi, — disse Defarge, parlando con le ciglia aggrottate, e guardando fisso innanzi a sè.

— Veramente io qui son perduto. Qui tutto è così strano, così mutato, così inaspettato e ingiusto, che mi sento assolutamente perduto. Volete aiutarmi un po'?

— In nessuna maniera. — Defarge parlava sempre con lo sguardo fisso dinanzi a sè.

— Volete rispondermi a una sola domanda?

— Forse. Secondo che domanda. Di che si tratta?

— Nella prigione dove sono, senza alcuna ragione condotto, potrò avere qualche comunicazione col mondo esterno?

— Vedrete voi.

— Debbo rimaner sepolto colà, senza alcun giudizio, e senza alcun modo di difendermi?

— Vedrete voi. Ma perchè tante domande? Altri, prima di voi, sono rimasti sepolti in prigioni anche peggiori.

— Ma non mai mandativi da me, cittadino Defarge.

Defarge lo guardò torvo per tutta risposta, e continuò a camminar tacito e cupo. Più cupo e tacito rimaneva, e meno speranza v'era — almeno così pensava Darnay — che si rammorbidisse di qualche poco. Perciò il prigioniero s'affrettò a dire:

— È della massima importanza per me (lo sapete, cittadino, anche meglio di me, di quanta importanza) poter avvisare il signor Lorry della banca Tellson, un inglese che si trova in questi giorni a Parigi, che io sono stato condotto nella prigione della Force. Mi fareste il favore di avvisarlo voi?

— Io non farò nulla per voi, — rispose Defarge ostinato. — Il mio dovere è di servire il mio paese e il popolo. Io sono il servo giurato di entrambi, contro di voi. Per voi non farò nulla.

Carlo Darnay capì ch'era inutile continuare a supplicarlo, e si sentì ferito nell'amor proprio. Seguitando ad andare in silenzio, non potè non notare come la gente fosse avvezza allo spettacolo dei prigionieri. Perfino i ragazzi appena gli badavano. Pochi nelle vie volsero la testa a vederlo passare, e alcuni tesero minaccioso l'indice contro l'aristocratico; ma, d'altra parte, il caso d'una persona ben vestita condotta in prigione non era più singolare di quello d'un operaio che si recasse al lavoro in abito da fatica. In una via buia, sudicia e angusta che attraversarono, un oratore infiammato, i piedi su uno sgabello, parlava a degli uditori infiammati sui delitti del re e della famiglia reale contro il popolo. Le poche parole che Carlo Darnay sorprese sulle labbra dell'oratore gli appresero la prima volta che il re era in prigione e che gli ambasciatori stranieri avevano tutti quanti abbandonato Parigi. Per strada (tranne che a Beauvais) egli non aveva saputo assolutamente nulla. La scorta e la sorveglianza universale lo avevano completamente isolato.

Naturalmente, egli in quel momento comprese subito d'esser piombato in pericoli maggiori di quelli che l'avevano circondato il giorno che aveva lasciato l'Inghilterra. Naturalmente, in quel momento comprese che intorno a lui i pericoli s'erano addensati rapidamente e potevano infittirsi sempre più rapidamente; ma senza mai dirsi che, forse, se avesse preveduto gli avvenimenti di quei pochi giorni, non avrebbe intrapreso il viaggio. E pure i suoi presentimenti non erano così oscuri, come sarebbero dovuti apparirgli rispetto alle ultime prove. Torbido come era, l'avvenire era ignoto, e nella sua oscurità v'era la speranza ignara. L'orribile massacro di lunghi giorni e di lunghe notti, che fra pochi giri d'orologio, doveva mettere una gran macchia di sangue sulla stagione felice della conservazione del raccolto, era così lontano da ogni sua previsione, che sarebbe potuto essere centomila anni lontano. «L'affilata signora, apparsa di recente col nome di Ghigliottina» era appena nota a lui e alla maggior parte della popolazione. Gli spaventosi delitti che tosto sarebbero stati perpetrati a quel tempo non s'immaginavano neppure nel cervello dei loro autori. Come potevano trovar campo nelle incerte concezioni d'un nobile spirito?

Dell'ingiusto trattamento e della sua durezza nella prigionia e della crudele separazione dalla moglie e dalla bambina, egli presentiva la probabilità o la certezza; ma, oltre a ciò, non temeva nulla di determinato. Con questo in mente, ch'era un carico abbastanza grave da portare in una triste segreta, egli arrivò alla prigione della Force.

Un uomo dalla faccia gonfia, al quale Defarge presentò «l'emigrato Evrémonde», aperse il cancelletto di ferro.

— Che diavolo! Quanti altri! — esclamò l'uomo dalla faccia gonfia.

Defarge prese la sua ricevuta senza badare a quell'osservazione, e si ritirò coi due compagni patrioti.

— Che diavolo ancora! — esclamò il custode rivolto alla moglie. — Quanti altri!

La moglie del custode, non avendo altra risposta a disposizione, disse semplicemente: — Si deve aver pazienza, mio caro! — Tre carcerieri, che accorsero allo squillo d'un campanello, fecero eco a quell'espressione, e uno aggiunse: «Per amore della libertà», che, in quel luogo, sonò come una conclusione incoerente.

La prigione della Force era un edificio cupo, buio e sudicio, col nauseante lezzo d'un sonno morboso. Strano come nei luoghi negletti si manifesti presto il tanfo del sonno imprigionato!

— E anche nella segreta, — brontolò il custode, guardando il foglio scritto. — Come se non fosse già piena da scoppiare.

Infilò il foglio su un chiodo con molti altri, di malumore, e Carlo Darnay aspettò i comodi di lui per una mezz'ora, un po' passeggiando su e giù nella stanza con una volta alta, un po' riposandosi su un sedile di pietra, in entrambi i casi perchè la sua immagine rimanesse bene impressa nella memoria del carceriere capo e dei suoi subordinati.

— Su! — disse il capo, prendendo infine le chiavi, — venite con me, emigrato.

Per la lugubre ombra della prigione, il nuovo guardiano accompagnò Carlo Darnay per il corridoio e la scala, facendo cigolare e chiudendo molte porte, finchè non giunsero in un gran camerone basso a volta, gremito di prigionieri di entrambi i sessi. Le donne erano sedute a una lunga tavola, occupate a leggere e scrivere, a lavorare alla calza, a cucire, a ricamare; e gli uomini, la maggior parte, se ne stavan ritti dietro le sedie delle donne, mentre gli altri s'aggiravan su e giù per lo stanzone.

Alla vista di quella strana assemblea, il nuovo arrivato, pensando che si trattasse di prigionieri carichi di chi sa quali gravi e orrendi delitti, si ritrasse perplesso. Ma l'ultima inverosimiglianza di quel suo lungo, inverosimile viaggio, fu il loro levarsi tutti in piedi a riceverlo con tutta la raffinatezza di maniere note a quel tempo e con tutte le più attraenti grazie e le cortesie del vivere civile.

Ma quelle raffinatezze erano così ottenebrate dall'aria e dalla tristezza della prigionìa, e apparivano così spettrali nella cornice di squallore e di infelicità in cui si svolgevano, che a Carlo Darnay sembrò di trovarsi in un'assemblea di morti! Tutti non erano che spettri: lo spettro della bellezza, lo spettro della magnificenza, lo spettro dell'eleganza, lo spettro dell'orgoglio, lo spettro della frivolezza, lo spettro dello spirito, lo spettro della giovinezza, lo spettro della vecchiaia, tutti in attesa del loro congedo da quella desolata sponda, tutti fissi su di lui, con gli occhi trasformati dalla morte sofferta entrando lì dentro.

Egli era rimasto immobile. Il carceriere che gli stava accanto, e gli altri carcerieri che gli stavano da presso e che non avrebbero sfigurato nell'esercizio ordinario delle loro funzioni, presentavano un aspetto così grossolano, di fronte alle madri dolenti e alle figliuole fiorenti lì innanzi — con i tipi della civettuola, della giovine bellezza e della matrona delicatamente allevata — che il contrasto d'ogni realtà e d'ogni probabilità rappresentato da quella scena di ombre sepolcrali, raggiungeva il massimo grado. Certo, tutti quanti non erano che spettri. Certo, il lungo fantastico viaggio era stato il lento progredire d'un morbo che aveva condotto Darnay fino al regno di quelle squallide ombre.

— Nel nome di tutti i compagni di sventura, — disse un gentiluomo con l'aspetto e le qualità d'un personaggio di corte, facendosi innanzi, — ho l'onore di darvi il benvenuto nella prigione della Force e di condolermi con voi per la sciagura che vi ha portato fra noi. Che possa presto terminare felicemente. Sarebbe un'indiscrezione altrove, ma non qui, domandare il vostro nome e la vostra condizione.

Carlo Darnay si riscosse, e diede le informazioni richieste nelle parole più adatte che gli vennero alle labbra.

— Ma io spero, — disse il gentiluomo, seguendo con gli occhi il carceriere capo, che s'aggirava per lo stanzone, — che non siate destinato alla segreta.

— Non so il significato della parola, ma così mi s'è detto.

— Ah, che peccato! Ce ne dispiace proprio. Ma fatevi coraggio; parecchi della nostra compagnia, sono stati nella segreta, non per molto però! — Poi aggiunse levando la voce: — Mi dispiace di dirlo alla compagnia... nella segreta.

Vi fu un mormorio di commiserazione quando Carlo Darnay traversò la sala verso un cancello dove il carceriere attendeva, e molte voci — fra le quali delle femminili, dolci e pietose — sonarono di auguri e di parole d'incoraggiamento. Al cancello egli si volse, per ringraziare, cordialmente; esso si chiuse sotto la mano del carceriere; e le apparizioni si dileguarono dagli occhi di Carlo Darnay per sempre.

Il cancello si apriva su una scala di pietra, che conduceva di sopra. Dopo che ebbero superati quaranta gradini (il prigioniero di mezz'ora già li contava), il carceriere aperse una porticina nera ed entrarono in una cella solitaria. Era fredda e umida, ma non era buia.

— È la vostra cella, — disse il carceriere.

— Perchè son rinchiuso solo?

— Che volete che io ne sappia?

— Posso comprare penne, inchiostro e carta?

— È cosa che non dipende da me. Voi avrete una visita, e allora farete la domanda. Per ora, non potete comprarvi che da mangiare.

V'erano nella cella una sedia, un tavolino e un pagliericcio. Mentre il carceriere, prima d'andarsene, faceva una ispezione generale di quegli oggetti e delle quattro pareti, una strana idea vagò per la mente del prigioniero, appoggiato al muro in fondo: che il carceriere era così morbosamente gonfio, nella faccia e nella persona, da sembrar un annegato riempito d'acqua. Dopo che il carceriere se ne fu andato, egli pensò nella stessa vaga maniera: «Ora son qui abbandonato come se fossi morto». Chinandosi a guardare il pagliericcio, se ne ritrasse con un senso di nausea, e pensò: «E queste creature striscianti rappresentano la prima condizione del corpo dopo la morte».

«Cinque passi per quattro e mezzo, cinque passi per quattro e mezzo». Il prigioniero passeggiava su e giù nella cella, contando, e il brusìo della città si levava come un rullo di tamburo soffocato, al quale si aggiungevano alcune voci. «Egli faceva le scarpe, faceva le scarpe, faceva le scarpe». Il prigioniero contava di nuovo i passi, e camminava più rapido, come per sottrar lo spirito a quest'ultima ripetizione. «Gli spettri sono svaniti, quando il cancello s'è chiuso. Ve ne era uno, la figura di una donna vestita di nero, appoggiata nel vano d'una finestra, che aveva come un'aureola sui capelli d'oro, e somigliava a... Per amor di Dio, continuiamo a cavalcare per i villaggi illuminati con tutta la popolazione sveglia!... Egli faceva le scarpe, faceva le scarpe, faceva le scarpe... Cinque passi per quattro e mezzo». Con simili brandelli d'idee che gli s'agitavano e turbinavano in mente dalle profondità dello spirito, il prigioniero s'affrettava su e giù sempre più veloce, contando e ricontando ostinatamente, e il brusìo della città si mutò in modo che gli giunse ancora come un rullo di tamburi soffocati, ma traversato, nell'onda che se ne levava, dal gemito di voci ch'egli conosceva.