Le Due città.  Charles Dickens
Capitolo 8. Una partita a carte
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Fortunatamente ignara della nuova sciagura, la signorina Pross camminava per le anguste vie, e traversò la Senna sul Ponte Nuovo, mentalmente noverando le compere indispensabili da fare. Il signor Cruncher, con la sporta, le procedeva a fianco. Entrambi guardavano a destra e a sinistra, nella maggior parte delle botteghe innanzi a cui passavano, osservavano con caute occhiate tutti i crocchi, e giravano al largo per evitare qualche gruppo assai accalorato di oratori. Era una serata rigida, e il fiume nebbioso, rivelato all'occhio da fiammeggianti luci e all'orecchio da stridenti rumori, mostrava dov'erano ormeggiate le barche ove i fabbri lavoravano i cannoni per l'esercito della repubblica. Guai a chi faceva dei tiri a quell'esercito, o vi aveva delle promozioni immeritate! Meglio per lui che la barba non gli fosse mai cresciuta, perchè il rasoio nazionale lo radeva con grande accuratezza.

Dopo aver acquistato un po' di roba di drogheria e un po' d'olio per la lampada; la signorina Pross si rammentò del vino che le occorreva. Si affacciò in parecchie bettole, mai poi si fermò all'insegna «Il Buon repubblicano Bruto», non lungi dal Palazzo Nazionale, una volta (e ancora una volta) le Tuileries, dove l'aspetto delle cose le parve più attraente. La bettola le parve più tranquilla di altri luoghi dello stesso genere, innanzi ai quali era passata, e benchè rossa di patriottici berretti, non era così rossa come le altre. Consultando il signor Cruncher, e trovandolo della sua opinione, la signorina Pross si diresse al «Buon repubblicano Bruto», accompagnata dal suo cavaliere.

Dando un fuggevole sguardo ai lumi fumosi, alle persone che, con la pipa in bocca, giocavano con dei mazzi di carte sudici o coi domino gialli, all'operaio dal petto nudo, dalle braccia nude e sporco di fuliggine, che leggeva il giornale ad alta voce, e agli altri che lo ascoltavano, alle armi che parecchi avevano indosso o a quelle messe da un canto per essere riprese, ai due o tre frequentatori che dormivano con la testa sulle braccia, e che nella pelosa casacca alta di spalle, sembravano, in quell'atteggiamento, orsi dormienti o cani, i due avventori stranieri s'avvicinarono al banco, e mostrarono ciò che desideravano.

Mentre veniva misurato il vino, un tale si separò da un altro in un angolo, e si levò per andarsene. Nell'andarsene doveva incontrarsi a faccia a faccia con la signorina Pross, la quale, come se lo vide di fronte, cacciò uno strillo e congiunse le mani.

In breve, tutti gli astanti si levarono in piedi. Era più che probabile che qualcuno fosse assassinato da qualche altro, che rivendicava una diversità di trattamento. Tutti s'aspettavano di veder qualcuno abbattersi al suolo; ma non videro che un uomo e una donna guardarsi fissi l'un l'altro, l'uomo con l'aspetto di un francese e perfetto repubblicano, la donna, senza dubbio, inglese.

Quello che dicevano i discepoli del «Buon repubblicano Bruto», nella loro delusione, scambiandosi ad alta voce e con gran precipitazione le loro impressioni, sarebbe stato, per la signorina Pross e il suo protettore, ebreo o caldeo, anche se fossero stati tutti orecchi. Ma nella loro sorpresa non sentivano più nulla. Poichè, si deve notare, non soltanto la signorina Pross era sbalordita e agitata, ma il signor Cruncher — benchè semplicemente per proprio conto — era più stupito che mai.

— Che c'è? — disse quegli che aveva fatto strillare la signorina Pross, parlando in tono irritato e imperioso (benchè basso) e in inglese.

— Oh, Salomone, caro Salomone! — esclamò la signorina Pross, battendo di nuovo le mani. — Da tanto tempo che non ti vedo e non sapevo più nulla di te, dovevo trovarti qui!

— Non mi chiamare Salomone. Vuoi essere la mia morte?

— Fratello, fratello! — esclamò la signorina Pross, scoppiando in lagrime. — Sono stata mai crudele con te per dirmi una cosa simile?

— Non far tante chiacchiere, — disse Salomone, — e andiamo fuori, se vuoi parlarmi. Paga il vino, e andiamo: fuori. Chi è costui?

La signorina Pross, scotendo affettuosamente e malinconicamente il capo al suo, tutt'altro che affezionato, fratello, disse piangendo: — Il signor Cruncher.

— Fa venir fuori anche lui, — disse Salomone. — Mi crede uno spettro?

A giudicare dai suoi sguardi, il signor Cruncher così credeva. Non disse una parola però, e la signorina Pross, esplorando, a traverso le lagrime, la profondità della sua borsetta, pagò il vino. Intanto, il fratello si volgeva ai seguaci del «Buon repubblicano Bruto», dicendo loro qualcosa in francese, che li fece tutti rioccupare i loro posti e ripigliare le loro occupazioni interrotte.

— Ora, — disse Salomone, fermandosi alla cantonata buia, — che cosa vuoi?

— Son questi i modi di un fratello, al quale io ho voluto sempre bene, nonostante tutto! — esclamò la signorina Pross. — Darmi un saluto simile, mostrarsi così indifferente!

— Ecco. Che il diavolo mi porti! Ecco, — disse Salomone, avvicinando le labbra a quelle della signorina Pross. — Sei contenta?

La signorina Pross scosse soltanto il capo, piangendo in silenzio.

— Se tu credi che io debba sorprendermi, — disse il fratello, — io non son sorpreso. Io sapevo che tu eri qui; io so di moltissime persone che son qui. Se realmente non vuoi mettere in pericolo la mia esistenza... il che son quasi disposto a credere che tu fai... vattene per i fatti tuoi al più presto, e lasciami andar per i miei. Io ho molto da fare. Io sono impiegato.

— Mio fratello Salomone, — lamentò la signorina Pross, — che aveva le qualità innate di uno dei migliori e maggiori uomini del suo paese nativo, impiegato fra gli stranieri, e che stranieri! Avrei quasi preferito di veder il caro ragazzo perire in...

— L'ho detto, — esclamò il fratello, interrompendola, — lo sapevo! Tu cerchi la mia morte. Io sarò messo fra le persone sospette, per opera e fatto di mia sorella. Mentre sto facendomi strada!

— Che il cielo ce ne scampi! — esclamò la signorina Pross. — Preferisco non rivederti più, caro Salomone, nonostante io ti voglia tanto bene e te lo abbia sempre voluto! Dimmi un'unica parola affettuosa, dimmi che non c'è alcun rancore fra di noi, nessun allontanamento, e io non ti tratterrò più.

Povera signorina Pross! Come se l'allontanamento fra loro due fosse avvenuto per colpa sua. Come se il signor Lorry non avesse saputo di certa scienza, molti anni prima, nel tranquillo angolo di Soho, che quel caro fratello aveva piantato in asso la sorella, dopo averla spogliata di tutto.

Egli stava dicendo la parola affettuosa, però, con molto più burbera condiscendenza e aria di protezione di quante ne avrebbe potuto mostrare, se la loro posizione e i loro meriti rispettivi fossero stati rovesciati (come avviene sempre, in tutto il mondo), quando il signor Cruncher, toccandogli la spalla, improvvisamente lo interruppe e con la sua voce rauca gli fece la seguente strana domanda:

— Sentite! Posso farvi una domanda? Vi chiamate Giovanni Salomone o Salomone Giovanni?

L'impiegato si volse verso di lui con improvvisa diffidenza. Non aveva ancora detto una parola.

— Su, — disse il signor Cruncher. — Parlate, avete capito? Giovanni Salomone o Salomone Giovanni? Essa vi chiama Salomone, e lo deve sapere, essendo vostra sorella. E io, sapete, so che siete Giovanni. Quale dei due nomi è messo prima? E anche per quel che riguarda il nome di Pross. Non vi chiamavate così in Inghilterra.

— Che cosa intendete dire?

— Veramente non lo so neanch'io, perchè non riesco a ricordarmi di come vi chiamavate in Inghilterra.

— No?

— No. Ma giurerei ch'era un nome di due sillabe.

— Veramente?

— Sì. Quello di quell'altro era un nome d'una sola sillaba. Vi conosco. Voi eravate una spia del Bailey. Come, in nome del padre della menzogna, ch'è vostro padre, vi chiamavate a quel tempo?

— Barsad, — disse un'altra voce, intervenendo fra i due.

— È questo il nome, giurabacco! — esclamò Jerry.

Colui che aveva pronunciato il nome di Barsad era Sydney Carton. Aveva le mani dietro la schiena, sotto le falde del soprabito, e se ne stava ritto presso il signor Cruncher, con la stessa noncuranza che se si fosse trovato nell'Old Bailey.

— Non temete, mia cara signorina Pross. Sono arrivato all'improvviso, ieri sera, dal signor Lorry. Convenimmo che non mi sarei presentato a nessuno, finchè tutto non fosse stato accomodato, o non potessi rendermi utile: ora appaio qui per aver l'onore d'un piccolo colloquio con vostro fratello. Vorrei che aveste un fratello impiegato meglio del signor Barsad. Per amor vostro, non vorrei che il signor Barsad fosse una pecora delle prigioni.

Nel gergo dei carcerieri, a quel tempo, si diceva pecora per indicare una spia. La spia, che era pallida, diventò più pallida e gli domandò come osasse...

— Vi dirò, — disse Sydney. — Mi son imbattuto in voi, che uscivate dalla prigione della Conciergerie, mentre ne contemplavo le mura, un'ora e più fa. Voi avete una fisionomia che non si dimentica, e io ricordo bene le fisionomie. Incuriosito dall'avervi visto da fare con la prigione, e avendo una ragione, che voi conoscete benissimo, per mettervi in relazione con le disgrazie d'un amico ora assai disgraziato, v'ho seguito. Sono entrato nella bettola dietro di voi, e mi sono seduto accanto a voi. Non ho avuto alcuna difficoltà per dedurre, dalla vostra pubblica conversazione e da ciò che si dice apertamente fra i vostri ammiratori, il genere della vostra professione. E gradatamente, ciò che ho fatto a caso, signor Barsad, s'è concretato in uno scopo.

— Quale scopo? — domandò la spia.

— Sarebbe incomodo, e potrebbe esser pericoloso, spiegarlo qui in istrada. Potete farmi il favore di concedermi qualche minuto della vostra compagnia... nell'ufficio della banca Tellson, per esempio?

— Minacciandomi?

— Ah! Vi ho minacciato?

— Allora perchè dovrei venir lì?

— Realmente, signor Barsad, non so dire, se non potete.

— Volete dire che non parlerete? — domandò la spia, irresoluta.

— Voi mi comprendete benissimo, signor Barsad. Non parlerò.

I modi noncuranti di Carton aiutavano grandemente la sua prontezza e la sua abilità, in una faccenda come quella che aveva in mente, e con un uomo come quello che aveva innanzi a lui. Con occhio accorto egli vide il vantaggio della propria posizione e ne approfittò largamente.

— Ecco, te l'avevo detto, — disse la spia, dando una occhiata di rimprovero alla sorella, — se mi accadrà qualche guaio, sarà colpa tua.

— Su, su, signor Barsad! — esclamò Sydney. — Non siate ingrato. Se non fosse il gran rispetto che ho per vostra sorella, non sarei arrivato alla piccola proposta che desidero di farvi per la nostra vicendevole soddisfazione. Volete venir con me alla Banca?

— Sentirò ciò che avete da dirmi. Sì, verrò con voi.

— Accompagniamo prima vostra sorella alla cantonata della via in cui abita. Datemi il braccio, signorina Pross. In questi tempi, questa non è una città ove possiate andare in giro sola; e siccome il vostro cavaliere conosce il signor Barsad, io lo invito a venir con noi dal signor Lorry. Pronti? Su, allora.

La signorina Pross, subito dopo, si rammentò e se lo rammentò per tutta la vita, che quand'ella poggiò la mano sul braccio di Sydney e lo guardò in viso, implorandolo di non far male a Salomone, v'era una fermezza in quel braccio e una specie d'ispirazione negli occhi, che non soltanto contrastavano con la leggerezza di maniere dell'uomo, ma lo mutavano e in un certo modo lo rialzavano. Ella allora era troppo occupata dai timori per il fratello, che meritava agli occhi di lei così poco il suo affetto, e dalle amichevoli assicurazioni di Sydney, per far molto caso di ciò che osservava.

Fu lasciata all'angolo della via in cui abitava, e Carton si diresse verso la banca, ch'era a pochi minuti di distanza. Giovanni Barsad, o Salomone Pross, gli camminava a fianco.

Il signor Lorry aveva finito appena di desinare, e s'era seduto innanzi a un paio di ceppi ardenti e scoppiettanti — forse cercando nelle fiamme il ritratto di quel signore, molto più giovane, della banca Tellson, che aveva guardato, parecchi anni prima, fra i carboni rossi del Royal George a Dover. Volse la testa mentre entravano, e parve sorpreso vedendo un estraneo.

— Il fratello della signorina Pross, caro, — disse Sydney. — Il signor Barsad.

— Barsad? — ripetè il vecchio. — Barsad? Mi par di ricordare il nome... e la faccia.

— Vi ho detto che avete una fisionomia che non si dimentica, signor Barsad, — osservò con freddezza Carton.

— Prego di accomodarvi.

Mentre si prendeva anche lui una sedia, fornì l'anello che mancava al signor Lorry, dicendo, con aggrottamento della fronte: — Testimone in quel processo. — Il signor Lorry immediatamente si rammentò, e guardò il nuovo visitatore con un'evidente occhiata di aborrimento.

— Il signor Barsad è stato riconosciuto dalla signorina Pross come l'affezionato fratello del quale sapete, — disse Sydney, — ed egli non ha negata la parentela. Passo a notizie peggiori. Darnay è stato di nuovo arrestato.

Profondamente scosso, il vecchio esclamò: — Che cosa mi dite! L'ho lasciato sicuro e libero due ore fa, e stavo per ritornar da lui.

— E pure è arrestato. Quando è avvenuto, signor Barsad?

— Appunto ora, se mai.

— Il signor Barsad può dare le più accurate informazioni, — disse Sidney; — e ho appreso appunto da una sua comunicazione a un amico e confratello «pecora» nella bettola, che è accaduto l'arresto. Egli ha lasciato gli esecutori alla porta, e ha visto che il portinaio li ha fatti entrare. Non v'è alcun dubbio che Darnay è stato ripreso.

L'occhio pratico del signor Lorry lesse sul viso di Carton che sarebbe stato tempo perduto discuter sul fatto. Perplesso, ma pur convinto che qualcosa poteva dipendere dalla sua calma, si dominò e rimase attento in silenzio.

— Ora io confido, — gli disse Sidney, — che il valore e l'autorità del dottor Manette possano giovare domani al prigioniero... avete detto che sarebbe stato condotto innanzi al tribunale domani, signor Barsad?...

— Sì, così credo.

—... gli possano giovare domani come gli hanno giovato oggi. Ma chi sa poi! Debbo confessarvi, signor Lorry, che la mia fiducia è scossa dal fatto che il dottor Manette non ha avuto il potere d'impedire questo arresto.

— Egli non l'avrà saputo a tempo, — disse il signor Lorry.

— Ma questa stessa circostanza dovrebbe impensierire, considerando com'egli sia tutto una cosa col genero.

— È vero, — riconobbe il signor Lorry, tenendosi il mento con la mano che gli tremava e con gli occhi turbati su Carton.

— A farla breve, questi son tempi disperati in cui si fanno dei giuochi disperati per poste disperate. Che il dottore giuochi per la vincita; io giocherò per la perdita. Qui non ha valore la vita di alcuno. Chi è stato accompagnato in trionfo dal popolo oggi, può esser condannato domani. Ora la posta che io ho risoluto di giocare, nel caso peggiore, è un amico nella Conciergerie. E l'amico che io mi propongo di guadagnare è il signor Barsad.

— Occorre che abbiate delle buone carte, — disse la spia.

— Darò loro una guardatina, e vedrò quel che possono promettermi... Signor Lorry, voi sapete che io sono vizioso: mi ci vorrebbe un po' d'acquavite.

L'acquavite gli fu messa dinanzi, ed egli ne bevve un bicchiere... e poi un altro... e quindi spinse da un canto la bottiglia.

— Il signor Barsad, — continuò, nel tono di chi veramente guardasse una mano di carte, — pecora delle prigioni, emissario dei comitati repubblicani, ora carceriere, ora prigioniero, sempre spia e informatore segreto, tanto più prezioso qui per la sua qualità d'inglese, che un inglese è meno esposto ai sospetti d'un francese, si presenta, a quelli che lo impiegano, sotto un falso nome. Questa è un'ottima carta. Il signor Barsad, ora al soldo del governo repubblicano francese, fu già al soldo del governo aristocratico inglese, nemico della Francia e della libertà. Questa è una carta eccellente. Deduzione chiara come la luce del giorno, in questa regione del sospetto, che il signor Barsad, ancora agli stipendi del governo aristocratico inglese, sia la spia di Pitt, il serpe traditore della repubblica, la quale lo porta annidato in seno, il traditore e l'agente inglese d'ogni malvagità, dal quale si parla tanto e che è così difficile trovare. Questa è una carta che non si può battere. Avete seguito tutte le mie carte, signor Barsad?

— Ma senza intendere il giuoco, — rispose la spia, con evidente disagio.

— Io giuoco il mio asso: denuncia del signor Barsad al più vicino comitato della sezione. Guardate in mano vostra, signor Barsad, e vedete ciò che avete. Senza fretta.

Carton si tirò accanto la bottiglia, se ne versò un altro bicchiere e lo tracannò. E sentì che la spia ebbe il timore che s'ubbriacasse in modo da andare immediatamente a denunciarla. E perciò egli si versò un altro bicchiere e si bevve anche quello.

— Guardate attentamente le vostre carte, signor Barsad. Fate adagio.

Erano più deboli e misere che lo stesso Carton non sospettasse. Il signor Barsad, vide delle carte perdenti, delle quali Sydney Carton non sapeva nulla. Cacciato dal suo onorato impiego in Inghilterra per troppi giuramenti falsi che non avevano approdato a nulla — non perchè non si avesse bisogno di lui: il nostro vanto per la pubblicità e la mancanza di spie è di data assai più recente — egli sapeva d'aver traversato la Manica e d'aver accettato di servire in Francia: primo, come un agente provocatore e un ascoltatore fra i suoi concittadini in Francia; a poco a poco, come un agente provocatore e un ascoltatore fra gl'indigeni. Egli sapeva che sotto il governo rovesciato era stato una spia in Sant'Antonio e nella bettola di Defarge; che aveva ricevuto dalla occhiuta polizia tali capi d'informazioni sulla prigionia, sulla liberazione e la storia del dottor Manette, da servirsene largamente per insinuarsi nella familiarità dei Defarge; e che, tentando di servirsene con madama Defarge, aveva fatto un famoso buco nell'acqua. Ricordava sempre, con un tremito di paura, che quella terribile donna aveva lavorato di maglia nell'atto ch'egli parlava, guardandolo sinistramente mentre agitava le dita. Da quell'ora l'aveva veduta, nella sezione di Sant'Antonio, presentare continuamente le sue annotazioni a maglia, e denunciar persone la cui vita la ghigliottina aveva poi sicuramente inghiottita. Sapeva, come tutti quelli dello stesso suo mestiere, di non stare al sicuro, che la fuga era impossibile, ch'era legato stretto sotto l'ombra della terribile lama, e che nonostante tutte le cabale e tutti i tradimenti nel favorire il regno del terrore, una sola parola poteva far piombare la ghigliottina su di lui. Una volta denunciato, e per i motivi che gli erano stati testè rammentati, egli prevedeva che la formidabile donna, il cui animo spietato conosceva per molte prove, avrebbe presentato contro di lui il fatale registro, disperdendo per lui ogni probabilità di salvezza. Oltre al fatto che tutte le spie son presto atterrite, v'erano abbastanza carte di un unico corpo nero da far diventar piuttosto livido colui che le teneva.

— Mi par che la vostra mano di carte vi quadri poco, — disse Sydney con la maggiore compostezza. — Giocate?

— Credo, signore, — disse la spia, nella maniera più vile, volgendosi al signor Lorry, — di potermi appellare a un gentiluomo della vostra età e della vostra rispettabilità, per dire a quest'altro signore, tanto più giovane di voi, se egli immagina mai che si convenga al suo grado giocar quell'asso di cui ha parlato. Io ammetto d'essere una spia, professione che non ha una buona reputazione, sebbene sia necessario che qualcuno la eserciti; ma questo signore non è spia, e non veggo la ragione perchè debba abbassarsi a far la spia.

— Io giocherò il mio asso, signor Barsad, — disse Carton, assumendosi lui la risposta, e guardando l'orologio, — senza scrupolo di sorta, fra pochi minuti.

— Avrei sperato, signori miei, — disse la spia, sempre sforzandosi di attrarre il signor Lorry nella discussione, — che il vostro rispetto per mia sorella...

— Io non potrei attestar meglio il mio rispetto per vostra sorella che liberandola finalmente dal fratello, — disse Sydney Carton.

— Non lo dite sul serio, signore.

— La mia risoluzione è irremovibile.

Le dolci maniere della spia, stranamente in contrasto col suo abbigliamento ostentatamente grossolano e probabilmente col suo contegno solito, ebbe tale uno scacco dalla impenetrabilità di Carton — il quale era un mistero anche per degli uomini molto più saggi e onesti — che a questo punto si fecero assai mal sicure. Mentre la spia rimaneva così impacciata, Carton disse, avendo l'aria di mettersi di nuovo a contemplare le carte:

— E veramente, ora che ci penso, ho l'impressione d'avere qui un'altra carta, che non ancora ho fatta valere. Quell'amico e collega pecora, che ha parlato di sè come di chi pascolava nelle prigioni di provincia, chi è?

— È francese. Voi non lo conoscete, — disse la spia, vivamente.

— Francese, eh? — ripetè Carton, meditabondo, e con l'aria di non badare affatto alla spia, benchè facesse eco alla sua parola. — Bene, può darsi.

— Sì, ve lo assicuro, — disse la spia, — benchè la cosa non importi molto.

— Benchè la cosa non importi molto, — ripetè Carton nella stessa maniera automatica, — benchè la cosa non importi molto... No, non importa molto. No. Pure, quella faccia io la conosco.

— Credo di no. Son sicuro di no. Non può essere, — disse la spia.

— Non... può... essere, — mormorò Carton, pensoso, riempiendosi di nuovo il bicchiere, che fortunatamente era piccolo. — Non può... essere. Parlava bene francese. Pure, come uno straniero, m'è parso.

— È un provinciale, — disse la spia.

— No, straniero! — esclamò Carton, picchiando la mano aperta sul tavolino, come un lampo gli illuminò la mente. — Cly! Travestito, ma la stessa persona. Noi vedemmo colui dinanzi a noi nell'Old Bailey.

— Ora andate troppo in fretta, signore, — disse Barsad, con un sorriso che gli fece inclinare un po' più da un lato il naso aquilino, — e mi date del vantaggio su di voi. Cly (che, come io francamente ammetto, a questa distanza di tempo, era mio collega) è morto da parecchi anni. Lo vegliai io nella sua ultima malattia, e lo seppellirono a Londra, nel cimitero di San Pancrazio. L'antipatia con cui mi vedeva la folla in quei momenti, m'impedì d'accompagnarlo al funerale; ma io diedi una mano a chiuderlo nella bara.

A questo punto il signor Lorry avvertì, dal posto ove era seduto, una strana, spettrale ombra sul muro. Risalendo alle sue origini, scoprì che proveniva dai capelli del signor Cruncher, che s'erano a un tratto sollevati e irrigiditi.

— Cerchiamo di esser ragionevoli, — disse la spia, — e cerchiamo d'esser giusti. A dimostrarvi il vostro errore e l'infondatezza della vostra asserzione, vi farò vedere un certificato della sepoltura di Cly, che per caso ho in tasca, — e con mano frettolosa lo prese e l'aperse, — fin d'allora. Eccolo. Ah, guardate! Prendetelo in mano; non è falso.

A questo punto il signor Lorry vide l'ombra sulla parete allungarsi, e il signor Cruncher levarsi e farsi innanzi. I suoi capelli, se egli avesse sofferto una grande paura, non sarebbero potuti essere più rigidi e irti.

Inosservato dalla spia, egli le si mise accanto e le toccò la spalla, come uno spettro che l'aspettasse.

— Quel Ruggero Cly, padrone, — disse il signor Cruncher con una faccia cupa e come cinta di punte di ferro, — lo metteste, dunque, nella bara?

— Sì.

— E chi lo tolse di lì?

Barsad indietreggiò con le spalle sulla sedia, e balbettò:

— Che cosa intendete dire?

— Intendo, — disse il signor Cruncher, — che nella bara non c'era. No, non c'era. Vorrei che mi tagliassero la testa, se ci fu mai.

La spia guardò dal signor Lorry al signor Carton, che guardavano ineffabilmente stupiti Jerry.

— Vi dico, — disse Jerry, — che voi metteste dei ciottoli e della terra in quella bara. Non mi state a dire che seppelliste Cly. Voleste darla a bere. Io e altri due lo sappiamo.

— Come lo sapete?

— A voi che importa? Diavolo! — brontolò il signor Cruncher; — proprio con voi ci ho un vecchio rancore da sfogare per i vostri vergognosi ricatti agli onesti commercianti. Se vi acchiappo alla gola, vi strozzo per mezza ghinea.

Sydney Carton, che, col signor Lorry, era rimasto muto dallo stupore alla nuova piega presa dalla faccenda, invitò il signor Cruncher a moderarsi e a spiegarsi.

— Un'altra volta, signore, — egli rispose evasivamente; — questa non è ora adatta alle spiegazioni. Ciò che sostengo si è, ch'egli sa che quel Cly in quella bara non c'era. Dica lui che c'era, anche con una sillaba, e io lo acchiapperò alla gola e lo strozzerò per mezza ghinea. — Il signor Cruncher presentava questo particolare come un'offerta assai liberale: — e poi... lo annuncerò.

— Ahi, una cosa è certa, signor Barsad, che tengo un'altra ottima carta. E qui, in questa Parigi infuriata, con l'aria piena di sospetti, vi sarà impossibile non soggiacere alla denunzia, legato come siete ad un'altra spia aristocratica con gli stessi vostri precedenti, la quale, inoltre, si trae dietro il mistero d'una finta morte e d'una susseguente risurrezione! Un complotto nelle prigioni, di stranieri contro la repubblica. Una carta magnifica... una carta che vi annunzia con certezza la ghigliottina! Giocate?

— No! — rispose la spia. — Ci rinunzio. Confesso che eravamo così malvisti dalla plebaglia, che io potei fuggir d'Inghilterra soltanto col rischio d'andare a finire sott'acqua, e che Cly, cercato per mare e per terra, non sarebbe mai riuscito a venirne via, senza quella burletta della morte. Ma come costui sia riuscito a sapere della burletta, è una cosa di cui non potrò mai capacitarmi.

— Non rompetevi la testa su come questo fusto sia riuscito a saperlo, — ribattè il signor Cruncher, aggressivo, — avete già abbastanza da pensare a quello che vi dice questo signore. E guardate qui, ancora una volta, — il signor Cruncher non poteva frenarsi dall'ostentare la propria generosità, — vi acchiapperò alla gola e vi strozzerò per mezza ghinea.

La pecora delle prigioni si volse da lui a Sydney Carton, e disse, con maggior risolutezza: — Non giova continuare la discussione. Debbo andar via presto e non posso perder tempo. Mi avete detto che avete una proposta da farmi: di che si tratta? Ora, è inutile domandar da me troppo. Se mi chiedeste di far qualcosa che mi esponesse al pericolo di lasciar la testa sulla ghigliottina, per me sarebbe meglio affrontare le conseguenze d'un rifiuto, che quelle d'un consenso. Per farla breve, arrischierò le conseguenze d'un rifiuto. Voi parlate di disperazione! Noi qui giochiamo a un giuoco disperato. Ricordatelo. Io posso denunciarvi, se mi sembra conveniente, e giurare quello che mi talenta, come tanti altri. Da me, dunque, che cosa desiderate?

— Non desidero molto. Voi fate il carceriere alla Conciergerie?

— Vi dico una volta per sempre, che una fuga è assolutamente impossibile, — disse con fermezza la spia.

— È inutile rispondere a ciò che non ho domandato. Siete carceriere alla Conciergerie?

— Qualche volta sì.

— Potete fare il carceriere quando volete?

— Posso entrare e uscire quando mi pare e piace.

Sydney Carton si riempì un altro bicchiere d'acquavite, lo versò lentamente sul focolare, e lo guardò gocciare. Dopo che l'ultima goccia fu caduta, si levò dicendo:

— Finora, noi abbiamo parlato innanzi a questi due, perchè era bene che il valore delle carte non fosse soltanto noto a noi due. Ora seguitemi in quest'altra stanza buia, e diciamoci un'ultima parola a quattr'occhi.