Le Due città.  Charles Dickens
Capitolo 13. Cinquantadue
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Nella prigione nera della Conciergerie, i condannati del giorno attendevano il loro destino. Ragguagliavano il numero delle settimane dell'anno. Cinquantadue dovevano rotolare quel giorno sull'onda di vita della città all'oceano sempiterno e senza confini. Prima che le loro celle si vuotassero, erano stati designati i nuovi occupanti; prima che il loro sangue si confondesse col sangue versato il giorno innanzi, era già riserbato il sangue che si doveva mescolare col loro il giorno dopo.

Erano contati cinquantadue. Dall'intendente generale di settant'anni, le cui ricchezze non potevano comprargli la vita, alla cucitrice di vent'anni, la cui povertà e la cui oscurità non potevano salvarla. I contagi fisici, generati dai vizi e dalle colpose negligenze degli uomini, attaccano vittime di tutte le classi; e lo spaventoso disordine morale, nato da indicibili sofferenze, da una intollerabile oppressione e dalla spietata indifferenza, colpisce egualmente senza alcuna distinzione.

Carlo Darnay, solo in una cella, s'era sostenuto senza alcuna illusione, da che s'era presentato al tribunale. In ogni riga della narrazione da lui ascoltata, aveva ascoltato la sua condanna. Aveva compreso a pieno che nessuna influenza personale avrebbe potuto salvarlo, ch'era virtualmente giudicato da milioni, e che le unità non potevano giovargli a nulla.

Ciò nondimeno non era facile, con l'immagine della moglie, fresca dinanzi a lui, compor la mente a ciò che doveva sopportare. Egli sentiva un forte attaccamento alla vita, ed era duro, durissimo staccarsene. Con sforzi lenti e graduali il legame che lo stringeva si allentava un po' da una parte, si rafforzava un po' dall'altra; e quando, premendolo un po' più, pareva che volesse cedere, ecco che di bel nuovo si stringeva. V'era anche un'ansia nei suoi pensieri, un torbido e frettoloso impulso del cuore che lottava contro la rassegnazione. Se, per un momento, si sentiva rassegnato, la moglie e la bambina che dovevano vivere dopo di lui sembravano protestare, dicendogli d'essere un egoista.

Ma tutto questo avvenne in principio. Poco dopo, la considerazione che non v'era alcuna onta nel fato che doveva affrontare, e che numerose persone percorrevano ingiustamente la stessa via, e vi camminavano intrepidamente ogni giorno, sorse a un tratto a stimolarlo. Poi seguì il pensiero che molta della gran pace futura dei suoi cari dipendeva dalla sua calma serenità. Così, a grado a grado, egli si trovò in una condizione migliore e potè levar molto più alta la mente, e trarne conforto.

Prima che fosse apparsa la tenebra, la sera della sua condanna, egli s'era spinto già così lontano nella sua ultima via. Avendo avuto il permesso di procacciarsi il necessario per scrivere e una candela, si sedette a scrivere fino all'ora( ) in cui i lumi della prigione si dovevano spegnere.

Scrisse una lunga lettera a Lucia, dicendole ch'egli non aveva saputo nulla della prigionia del padre, finchè non glielo aveva detto lei stessa, e che lui era stato assolutamente ignaro della colpa del proprio padre e dello zio, fino al momento che l'occultamento usato con lei del nome da lui abbandonato era stata l'unica condizione — pienamente comprensibile ora — richiesta dal padre di lei per il loro fidanzamento, ed era l'unica promessa che aveva ancora voluta da lui la mattina del loro matrimonio. Egli la supplicava per amore del padre, di non cercar mai di sapere se questi aveva dimenticato l'esistenza del memoriale, o se gli fosse stata ricordata dalla storia della Torre, in quell'antica domenica sotto il platano del cortile. Se egli ne aveva conservato qualche definito ricordo, non vi poteva esser dubbio alcuno che l'aveva creduto distrutto con la Bastiglia, non avendone trovata alcuna menzione fra le reliquie dei prigionieri scoperte dalla popolazione assalitrice e descritte a tutto il mondo. La supplicava — Benchè aggiungesse di saper ch'era inutile — di consolare il padre, facendogli intendere, con qualsiasi più tenero mezzo immaginabile, che egli non aveva fatto nulla di cui potesse giustamente rimproverarsi, ma che s'era interamente sacrificato per il loro amore. Dopo averla pregata di conservare il suo ultimo ricordo d'amore e la sua benedizione e di superare ogni angoscia, per dedicarsi alla loro cara bambina, egli la scongiurava di confortare il padre.

Al suocero egli scrisse nello stesso tono, dicendogli che affidava alla sua tenerezza la moglie e la figlia. Gli scrisse con molta vivezza, con la speranza di guardarlo da un eventuale abbattimento o da una pericolosa ricaduta nelle antiche condizioni morbose, nelle quali facilmente sarebbe potuto ripiombare.

Raccomandò poi tutti al signor Lorry, e gli spiegò tutti i suoi interessi mondani. Compiuto questo, con molte frasi di calda amicizia e riconoscente affetto, non aveva da far altro. Egli non pensò neppure a Carton. La mente era così occupata dagli altri, che a costui non pensò neppure un momento.

Ebbe tempo di finir la lettera prima che fossero spenti i lumi. Quando si gettò sul suo pagliericcio, credette di aver rotto definitivamente ogni relazione col mondo.

Ma col mondo, rivestito dei suoi più lucenti colori, riebbe da fare di nuovo in sogno. Libero e felice, ancora nella vecchia casa di Soho (Benchè non vedesse nulla di simile alla casa reale) miracolosamente liberato e senza alcuna cura, egli si trovava di nuovo con Lucia, che gli diceva che era tutto un sogno e ch'egli non era mai partito. Una pausa d'oblìo, durante la quale aveva anche sofferto, e poi era ritornato da lei, risorto e in pace, e pure senza alcuna differenza da quel di prima. Un'altra pausa di dimenticanza, e s'era svegliato nell'oscura mattina, non sapendo dove si trovasse o che cosa fosse accaduto, finchè non gli lampeggiò in mente: — Questo è il giorno della mia morte!

Così, a traverso le ore, era arrivato al giorno in cui le cinquantadue teste dovevano cadere. E ora, mentre era preparato e sperava di poter affrontare la fine con calmo eroismo, cominciò la serie di pensieri, ch'era molto difficile padroneggiare.

Egli non aveva mai veduto lo strumento che doveva troncargli la vita. A che altezza stava da terra, quanti gradini aveva, dove sarebbe stato messo lui, come sarebbe stato afferrato, se le mani si sarebbero tinte di rosso, da qual parte gli avrebbero fatto voltare il viso, se lui sarebbe stato il primo, o forse l'ultimo; queste e altre simili domande, assolutamente involontarie, gli si presentavano e si ripresentavano alla mente innumerevoli volte. Nè derivavano dalla paura; egli non avvertiva traccia di paura. Derivavano piuttosto da uno strano, vivo desiderio di sapere che cosa doveva fare giunta l'ora: un desiderio grandiosamente sproporzionato ai pochi rapidi movimenti ai quali si riferiva: da una curiosità che era più curiosità di qualche altro spirito dentro il proprio, che del proprio.

Le ore passavano mentre egli passeggiava su e giù, e agli orologi scoccavano le ore che non avrebbe più udite. Le nove passate per sempre, le dieci passate per sempre, le undici passate per sempre, le dodici che s'avvicinavano e che sarebbero passate per sempre. Dopo una dura lotta con quella strana serie di pensieri, che l'aveva infine quasi soggiogato, egli infine si sentì vittorioso. Camminò su e giù, dolcemente ripetendo i nomi dei suoi cari. Il peggio era superato. Egli poteva camminare su e giù, libero da fantasie che lo turbassero, e pregare per sè e per i suoi cari.

Le dodici passate per sempre.

Gli era stato detto che sarebbe stata quella delle tre l'ora finale, e sapeva che sarebbe stato chiamato un po' prima, perchè le carrette facevan molto lentamente il percorso. Perciò risolse di tener le due in mente come quell'ora, e così rafforzarsi nell'intervallo, per poter poi far forza agli altri.

Camminando regolarmente su e giù, con le braccia conserte al petto, molto diverso dal prigioniero che aveva camminato su e giù alla Force, egli udì lontano scoccar l'una senza sorpresa. L'ora era trascorsa come le altre, devotamente grato al cielo per aver riacquistato il dominio di sè stesso, pensò: — Non ve n'è che un'altra, — si rimise a passeggiare.

Dei passi nel corridoio lastricato fuori l'uscio. Si fermò.

La chiave fu infilata nella serratura, e girò. Prima che porta si aprisse o mentre si apriva, uno disse sottovoce, inglese: — Egli non mi ha mai veduto qui; io l'ho evitato sempre. Entrate solo; mi terrò qui presso. Non perdete tempo!

La porta fu rapidamente aperta e chiusa, ed eccogli dinanzi, a faccia a faccia, calmo, intento in lui, con la luce d'un sorriso sui lineamenti, e l'indice per avvertimento sul labbro, Sydney Carton.

V'era qualcosa di così radioso e strano nel suo aspetto, che, nel primo momento, il prigioniero ebbe il dubbio che quell'apparizione fosse una sua improvvisa allucinazione. Ma Carton parlò, e parlò con la sua voce; prese la mano del prigioniero, e la stretta era veramente quella di Carton.

— Fra tanta gente al mondo non avreste mai e poi mai immaginato che fossi io? — egli disse.

— Non lo avrei potuto immaginare, e a stento lo credo ora. Voi non siete, — il timore gl'invase a un tratto la mente, — prigioniero?

— No. Per caso io ho qualche influenza su uno dei custodi qui dentro, e perciò son qui dinanzi a voi. Io vengo da parte di lei... di vostra moglie, caro Darnay.

Il prigioniero si torse le mani.

— Io vi porto una preghiera da parte sua.

— Che cosa?

— Un'ardentissima, urgente, vivissima preghiera, nel tono più patetico della voce a voi più cara, e che ben ricordate.

Il prigioniero volse un po' il viso da parte.

— Voi non avete tempo di chiedermi perchè ve la porto, o che significato abbia. Io non ho tempo di dirvelo. Dovete obbedire... Cacciatevi le scarpe che portate, e calzatevi con queste mie.

V'era una sedia contro il muro della cella, dietro il prigioniero. Carton, senza indugiarsi, ve lo aveva già, con la rapidità del lampo, fatto sedere, mentre lui gli stava dinanzi scalzo.

— Mettetevi le scarpe mie. Pigliate... con tutta la volontà. Presto!

— Carton, da questo luogo non si scappa; è impossibile. Voi non farete che morire con me. È una pazzia.

— Sarebbe una follìa, se vi domandassi di scappare. Ma vi dico forse di scappare? Se vi dico d'uscire da questa porta, ditemi che è una pazzia e rimanete qui. Toglietevi codesta cravatta, e mettetevi la mia; pigliatevi questo soprabito mio. Intanto, io tolgo questo nastro dai vostri capelli, e ve li accomodo un po' come i miei.

Con prodigiosa rapidità, e con una concentrazione di volontà e di azione, che sembrava assolutamente soprannaturale, egli lo costrinse a tutti i cambiamenti desiderati. In mano sua il prigioniero era diventato un fanciullo.

— Carton! Caro Carton, è una pazzia. Non si può fare, è stato tentato altre volte, ma invano. Vi supplico di non aggiungere la vostra morte all'angoscia della mia.

— V'ho detto, caro Darnay, di passar la porta forse? Se ve lo dico, rifiutate. Sul tavolino c'è tutto il necessario per scrivere. La vostra mano è abbastanza ferma?

— Era ferma nel momento che siete entrato.

— Sia di nuovo ferma, e scrivete ciò che vi detto. Presto, amico, presto!

Premendo la mano sulla fronte che gli ardeva, Darnay si sedette al tavolino. Carton, con la destra nel petto, gli stava ritto accanto.

— Scrivete ciò che vi dico.

— A quale indirizzo?

— A nessuno. — Carton teneva ferma la mano nel petto.

— Con che data?

— Senza data.

Il prigioniero levava il viso a ogni domanda. Carton, in piedi su di lui, con la mano nel petto, lo guardava.

— «Se ricordate», — disse Carton, dettando, — «le parole che ci dicemmo, lungo tempo fa, comprenderete subito questa, leggendo. So che voi le ricordate. Non è nella vostra natura dimenticarle».

Egli trasse la mano dal petto. Per caso il prigioniero alzò gli occhi in fretta meravigliato, mentre scriveva, e vide la mano fermarsi e chiudersi su qualche cosa.

— Avete scritto «dimenticarle»? — domandò Carton.

— Sì. Avete un'arma in mano?

— No, non sono armato.

— E che avete in mano?

— Lo saprete subito. Scrivete: non si tratta che di altre poche parole. — Egli dettò ancora: «Son lieto che sia venuto il momento di provarle. E quello che faccio non è argomento di rimpianto o di ambascia». Mentre diceva queste parole con gli occhi fissi su colui che scriveva, la mano lentamente e dolcemente si mosse verso il viso di colui che scriveva. La penna cadde dalle dita di Darnay sul tavolino, e questi volse in giro gli occhi con uno sguardo vuoto.

— Che esalazione è questa? — egli domandò.

— Esalazione?

— Qualche cosa che mi ha stordito?

— Io non avverto nulla; qui non ci può esser nulla. Prendete la penna e finiamo. Presto, presto!

Come se la sua memoria fosse indebolita o le sue facoltà sconcertate, il prigioniero fece uno sforzo per concentrarsi. E mentre guardava Carton con gli occhi offuscati, e con un respiro faticoso, Carton, di nuovo con la mano nel petto, lo guardava fisso.

— Presto, presto!

Il prigioniero si chinò ancora una volta sulla carta.

— «Se fosse stato diversamente»; — la mano di Carton si moveva pian piano di nuovo verso il basso; — «non mi sarei mai servito dell'occasione più lunga. Se fosse stato diversamente», — la mano era sul viso del prigioniero, — «avrei dovuto tanto più giustificar le mie parole. Se fosse stato diversamente...» — Carton guardò la penna e vide che non tracciava più che dei segni indecifrabili.

La mano di Carton non ritornò più al petto. Il prigioniero si levò subito con uno sguardo di rimprovero, ma la mano di Carton si premè e strinse forte le nari, mentre con la destra teneva il prigioniero per i fianchi. Per qualche istante questi lottò debolmente con l'uomo ch'era andato lì a sacrificare la sua vita per lui; ma, al termine di qualche minuto, giaceva steso insensibile sul pavimento.

Rapidamente, con mani fedeli al disegno quanto il cuore, Carton indossò le vesti che il prigioniero aveva messe da parte, si accomodò i capelli e li legò col nastro già portato dal prigioniero. Poi chiamò sottovoce: — Venite. Su! — e la spia si presentò.

— Vedete? — disse Carton, levando gli occhi, mentre stava curvo su un ginocchio accanto al corpo esanime, mettendosi la carta in petto; — è molto grande il vostro rischio?

— Signor Carton, — rispose la spia, con un timido schiocco delle dita, — il mio rischio, nella molteplicità delle faccende qui dentro, non è questo, se rimanete fedele a tutti i patti.

— Non temete di me. Sarò fedele fino alla morte.

— Dovete essere, signor Carton, se il conto di cinquantadue deve tornare. Se lo fate tornare in codesto costume, io non ho nulla da temere.

— Non abbiate paura. Fra poco non avrò più alcun potere di farvi del male, e gli altri, piacendo a Dio, saran tosto lungi di qui. Ora, prestate il vostro aiuto e conducetemi alla carrozza.

— Condur voi? — disse la spia, impaurita.

— Lui, caro, quello con cui mi sono scambiato. Uscite dalla porta per dove sono entrato?

— Naturalmente.

— Ero debole e fiacco quando m'avete accompagnato dentro; e ora che m'accompagnate fuori son molto più debole. L'ultimo colloquio m'ha ridotto un cencio. Delle scene simili qui sono accadute spesso, assai spesso. La nostra vita è in mano vostra. Presto! Chiamate aiuto.

— Giurate di non tradirmi? — disse la spia, tremebonda, fermandosi un ultimo momento.

— Uomo di poca fede! — rispose Carton, battendo il piede, — non ho già reso un solenne giuramento che non avrei fatto altro che questo, per sciupare ora dei momenti preziosi? Portatelo voi stesso nel cortile che conoscete, mettetelo voi stesso nella carrozza, mostratelo voi stesso al signor Lorry, ditegli voi stesso di non dargli altro cordiale che l'aria, e di ricordare le mie parole di ieri sera, e la sua promessa di ieri sera e partire!

La spia si ritirò, e Carton si sedette al tavolino, sostenendosi la fronte con le mani. La spia tornò immediatamente con due uomini.

— Ma come? — disse uno, mirando la persona a terra. — Così afflitto perchè l'amico ha vinto un premio nella lotteria di Santa Ghigliottina?

— Un buon patriota, — disse l'altro, — si sarebbe dovuto affliggere di più, se l'aristocratico fosse rimasto con la polizza bianca.

Sollevarono il corpo svenuto, lo misero su una barella lasciata nel corridoio, e si curvarono per sollevarla.

— C'è poco tempo, Evrémonde, — disse la spia, in tono d'avvertimento.

— Lo so bene, — rispose Carton. — Badate al mio amico, ve ne supplico, e lasciatemi.

— Su, allora, figli miei, — disse Barsad. — Sollevatelo, e andiamo!

La porta si chiuse, e Carton fu lasciato solo. Aguzzando al massimo il suo potere auditivo, attese di sentire qualche rumore che indicasse sospetto o allarme. Non sentì nulla. Le chiavi giravano, le porte cigolavano, i passi s'udivano via per i corridoi lontani: non si sentì alcun grido, alcun trambusto, che sembrasse insolito. Respirando dopo poco più liberamente, si sedette al tavolino, e origliò di nuovo finchè l'orologio non scoccò le due.

Rumori che non temeva, pur indovinandone il significato si cominciarono a sentire. Parecchie porte furono aperte l'una dopo l'altra, e finalmente la sua. Un carceriere, con una lista in mano, vi s'affacciò dicendo semplicemente: — Seguitemi, Evrémonde! — ed egli lo seguì a distanza in una sala buia. Era una triste giornata invernale, e fra le ombre di dentro e di fuori potè a mala pena distinguere gli altri che erano condotti colà ad aver le braccia legate. Alcuni stavano in piedi; altri seduti. Alcuni gemevano e s'agitavano in continuazione; ma erano pochi. La gran maggioranza se ne rimaneva calma e silenziosa a guardare immobile il pavimento.

Mentre egli se ne stava accanto al muro in un angolo buio, mentre alcuni dei cinquantadue erano introdotti dietro di lui, uno si fermò, passando, per abbracciarlo, come se lo conoscesse. Carton ebbe un brivido per paura di essere scoperto; ma l'altro andò via. Pochi momenti dopo, una giovane donna, snella come una fanciulla, un dolce magro viso nel quale non rimaneva alcuna traccia di colore e dei grossi occhi pazienti spalancati, si levò dal posto dov'era stata a sedere e andò a parlargli.

— Cittadino Evrémonde, — ella disse, toccandolo con la mano fredda. — Io sono la povera cucitrice, ch'era con voi nella Force.

Egli mormorò: — Già. Ho dimenticato di che siete accusata.

— Di cospirazione. Ma il cielo sa che io sono assolutamente innocente. Chi volete che cospiri con una povera creatura come me?

Il sorriso doloroso, con cui ella parlava, lo commosse in modo da fargli spuntare le lagrime.

— Non temo di morire, cittadino Evrémonde; ma io non ho fatto nulla. Non muoio mal volentieri, se la repubblica che deve far tanto bene a noi poveri, si gioverà della mia morte; ma non so come possa avvenire una cosa simile, cittadino Evrémonde. Una misera creatura come me!

Il cuore di Carton si commosse e s'intenerì per quell'infelice fanciulla, l'ultima cosa al mondo per la quale si sarebbe commosso e intenerito.

— Avevo sentito ch'eravate stato liberato, cittadino Evrémonde. E avevo sperato che fosse vero.

— Sì, era vero. Ma sono stato ripreso di nuovo e condannato.

— Se io posso esser trasportata con voi, cittadino Evrémonde, permetterete che vi tenga la mano? Non ho paura, ma son così piccola e debole, che tenervi la mano mi darà coraggio.

Come gli occhi pazienti della fanciulla si levarono verso di lui, egli vi scorse un dubbio improvviso e poi dello stupore. Strinse le piccole dita, consunte dalla fatica e dagli stenti, e se le portò alle labbra.

— Volete morire per lui? — ella bisbigliò.

— E per sua moglie e la sua bambina. Zitta. Sì.

— Oh, lasciatemi tenere la vostra mano generosa, straniero!

— Piano! Sì, mia piccola sorella; fino all'ultimo momento.

Le stesse ombre che cadono sulla prigione cadono nella stessa ora del pomeriggio sulla barriera con la folla in giro, quando una carrozza che esce da Parigi s'avvicina per essere visitata.

— Chi va là? Chi c'è dentro? Le carte!

Le carte sono consegnate e lette.

— Alessandro Manette. Dottore. Francese. Qual è?

È quello, quel misero vecchio che mormora delle parole inintelligibili.

— A quanto pare il cittadino dottore non ha tutti i venerdì. La febbre rivoluzionaria gli avrà dato di volta al cervello?

Sì, gli ha fatto questo effetto.

— Ah! A molti è successo lo stesso. Lucia. Sua figlia. Francese. Qual è?

È quella.

— A quanto pare dev'esser lei. Lucia, moglie di Evrémonde. No?

— Sì.

Ah! Evrémonde ha un'altra destinazione. Lucia, sua figlia. Inglese. È questa.

Proprio lei.

— Baciami, figlia di Evrémonde. Ora, tu hai baciato un buon repubblicano; qualche cosa di nuovo nella famiglia. Ricordatelo! Sydney Carton. Avvocato. Inglese. Qual è?

Giace lì, in quell'angolo della vettura. Anche lui è indicato.

— A quanto pare l'avvocato inglese è mezzo svenuto.

Si spera che si riavrà all'aria fresca. E poi egli, gode una buona salute, e s'è separato con grande angoscia da un amico che ha incontrato il dispiacere della repubblica.

— Questo è tutto? Non è poi molto. Molti hanno incontrato il dispiacere della repubblica e debbono guardare per il finestrino. Jarvis Lorry. Banchiere, Inglese. Qual è?

— Son io. Necessariamente, non essendoci altri.

È Jarvis Lorry che ha risposto a tutte le domande precedenti. È Jarvis Lorry ch'è disceso e sta con la mano sullo sportello della carrozza, rispondendo a un gruppo di ufficiali. Questi a tutto loro agio girano intorno alla carrozza, a tutto loro agio salgono a cassetta per visitare il piccolo bagaglio ch'è sull'imperiale. La gente di campagna gironda lì presso, fa ressa agli sportelli e guarda curiosa nell'interno: a un bambino, in braccio alla madre, vien fatto sporgere il braccio perchè possa toccare le moglie d'un aristocratico che è andato alla ghigliottina.

— Ecco qui le vostre carte vidimate, Jarvis Lorry.

— Si può partire, cittadino?

— Si può partire. Avanti, postiglioni! Buon viaggio!

— Vi saluto, cittadini... E il primo pericolo è passato!

Queste sono le parole di Jarvis Lorry, mentre congiunge le mani, e guarda in su. V'è del terrore nella carrozza, vi son pianti, v'è il grave respiro del viaggiatore insensibile.

— Non si va troppo piano? Non si può farli andare più presto? — domanda Lucia, stringendosi al vecchio.

— Sembrerebbe una fuga, cara. Non debbo sollecitarli troppo; desteremmo dei sospetti.

— Guardate, guardate indietro, e vedete se non siamo inseguiti.

— Nella strada non si vede nessuno, cara. Finora nessuno c'insegue.

Le case passano a due, a tre, accanto a noi, fattorie solitarie, fabbriche dirute, tintorie, concerie e simili, campagne aperte, viali di alberi nudi. Il duro ciottolato ineguale è sotto di noi, il fango alto e cedevole è all'uno e l'altro lato. Talvolta affondiamo nel fango sul limite, per evitare i sassi che strepitano e ci fanno sobbalzare; talvolta si affonda nei solchi e nelle pozzanghere. L'ansia della nostra impazienza è allora così grande che per il nostro sgomento e la fretta scenderemmo e correremmo a nasconderci, a far qualunque cosa per non fermarci.

Oltre, l'aperta campagna, di nuovo fra le fabbriche dirute, le fattorie solitarie, le tintorie, le concerie e simili, gruppi di casucce, viali di alberi nudi. Ci hanno ingannato questi uomini, e ci riportano indietro per un'altra strada? Non è questo lo stesso punto di prima? Grazie al cielo, no. Un villaggio. Guardate, guardate indietro, e vedete se siamo inseguiti. Zitti! La posta.

Con la massima tranquillità, i cavalli sono staccati; con la massima tranquillità la carrozza resta nella stradicciola, senza più i cavalli, e sembra che non vi sia più alcuna probabilità che possa muoversi di lì; con la massima tranquillità vengono i nuovi cavalli, a uno a uno, in visibile esistenza; con la massima tranquillità appaiono i nuovi postiglioni che succhiano e intrecciano le punte delle fruste; con la massima tranquillità i vecchi postiglioni contano il loro denaro, fanno delle somme sbagliate e arrivano a poco soddisfacenti risultati. In tutto questo tempo, il nostro cuore sovraccarico batte a una velocità che supererebbe di gran lunga il più rapido galoppo dei più rapidi cavalli che siano mai stati allevati.

Finalmente i nuovi postiglioni sono in sella, e i vecchi sono lasciati indietro. Attraversiamo il villaggio, ci inerpichiamo per la collina, discendiamo dalla collina, siamo in basso nei terreni acquitrinosi. A un tratto i postiglioni si scambiano delle frasi con vivi gesti, e i cavalli sono frenati, quasi da farli impennare. Siamo inseguiti?

— Oh! Voi di dentro. Parlate dunque?

— Che c'è? — domanda il signor Lorry, affacciandosi allo sportello.

— Quanti hanno detto?

— Io non vi comprendo.

—... Quanti hanno detto lì alla posta? Quanti ne vanno oggi alla ghigliottina?

— Cinquantadue.

— Lo dicevo! Un bel numero. I miei compagni sostenevano quarantadue. Non bisogna perdere altre dieci teste. La ghigliottina lavora ottimamente. Io le voglio bene. Ih, avanti! Ih!

La sera si fa buia. L'uscito dalla prigione si muove un po' più; comincia a rianimarsi e a parlare intelligibilmente; pensa d'essere ancora insieme coi suoi; domanda a Lorry, chiamandolo a nome, che cosa ha in mano. Pietà di noi, giusto cielo, e aiutaci! Guardate fuori, guardate fuori, e vedete se siamo inseguiti.

Il vento si precipita dietro di noi, le nuvole volano dietro di noi, la luna veleggia dietro di noi, e tutta la notte selvaggia c'insegue; ma, finora, nessun altro c'insegue.