Le Due città.  Charles Dickens
Capitolo 6. Il calzolaio
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— Buon giorno! — disse Defarge, inchinandosi alla testa canuta curva sul lavoro.

La testa si levò per un momento, e una fievolissima voce rispose al saluto, come se fosse lontana.

— Buon giorno!

— Veggo che lavorate ancora senza stancarvi.

Dopo un lungo silenzio, la testa si levò per un altro istante, e la voce rispose: — Sì... lavoro ancora. — Questa volta un paio d'occhi infossati avevano guardato colui che aveva fatta la domanda, prima che la faccia si fosse di nuovo chinata.

La debolezza della voce era pietosa e terribile. Non era la debolezza della spossatezza fisica, benchè la segregazione e il cattivo cibo vi avessero la loro parte. La sua triste particolarità consisteva nel fatto ch'era la debolezza della solitudine e del disuso. Era come l'ultima, fievole eco d'un suono emesso lungo, lungo tempo innanzi. E aveva perduto così completamente la vita e la risonanza della voce umana, da far sui sensi l'effetto d'un colore, una volta bellissimo, e finito in una lieve misera macchia. Era così sommersa e attenuata che sembrava una voce sotterranea. Ed era così espressiva dello smarrimento e della disperazione d'una creatura, che un viaggiatore affannato, estenuato dal lungo errare in un deserto, avrebbe con lo stesso tono ricordato la casa e gli amici, prima di abbandonarsi al suolo e morire.

Passarono alcuni minuti di lavoro silenzioso; e gli occhi infossati si levarono di nuovo: non con qualche interesse e curiosità, ma con un'ottusa meccanica percezione, anticipata, che non era ancora vuoto il punto dove era stato l'unico visitatore che conoscevano.

— Voglio, — disse Defarge, che non aveva distolto lo sguardo dal calzolaio, — lasciare entrar qui un po' più di luce. Potete sopportare un po' di più?

Il calzolaio interruppe il lavoro; guardò distratto il pavimento da un lato, poi allo stesso modo il pavimento dall'altro lato; poi, in su, colui che aveva parlato.

— Che avete detto?

— Potete sopportare un po' più di luce?

— Debbo, se la lasciate entrare, — disse l'altro, calcando leggerissimamente sulla prima parola.

Il battente socchiuso fu aperto un po' più, e per quel momento lasciato così. Un largo raggio di luce si riversò nella soffitta e mostrò l'artigiano, che aveva interrotto il lavoro, con una scarpa non finita in grembo. I suoi pochi comuni utensili e vari pezzi di cuoio gli giacevano ai piedi e sul deschetto. Aveva la barba bianca, mal tagliata, ma non molto lunga, la faccia incavata, e degli occhi straordinariamente lucidi. La faccia incavata ed emaciata avrebbe dovuto farli sembrar grandi sotto le sopracciglia ancora scure e la candida chioma scarmigliata, benchè fossero stati in realtà diversi; ma erano naturalmente grandi, e apparivano più grandi del naturale. La camicia gialla e cenciosa era aperta sul petto e mostrava un corpo stento e consunto. Lui e la sua vecchia casacca di telaccia, le calze cadenti e tutti i miseri brandelli che lo coprivano, s'erano stinti, nella lunga segregazione dalla luce diretta e dall'aria, in un tal giallo uniforme di vecchia pergamena, che sarebbe stato difficile distinguere ogni oggetto a parte a parte.

Aveva sollevato, per schermirsi dalla luce, una mano, e le ossa ne sembravano trasparenti. E rimaneva così, inerte, con gli occhi fissi nel vuoto. E non li posava mai innanzi alla persona che gli stava dinanzi, senza prima volgerli da un lato, poi dall'altro, come se avesse perduto l'abitudine d'associare il luogo col suono; e non parlava mai, senza prima divagare in questa maniera e dimenticarsi di parlare.

— Volete finire oggi codesto paio di scarpe? — domandò Defarge, con un cenno al signor Lorry di farsi innanzi.

— Che avete detto?

— Ho detto se intendete di finir oggi codesto paio di scarpe.

— Non posso dire che intendo di finirlo. Credo. Non so. Ma la domanda gli rammentò il lavoro, e si chinò a riprenderlo.

Il signor Lorry si fece innanzi pian piano, lasciando la fanciulla accanto alla porta. Dopo che per un paio di minuti quegli si fu trattenuto accanto a Defarge, il calzolaio levò gli occhi. Questi non mostrò alcuna sorpresa vedendo un'altra persona, ma si portò alle labbra le tremule dita di una mano (le labbra e le unghie erano dello stesso colore plumbeo); e poi le riportò sul lavoro, e ancora una volta si chinò sulla scarpa. Lo sguardo e l'azione non erano durati che un istante.

— Vedete, c'è un visitatore, — disse Defarge.

— Che avete detto?

— C'è un visitatore.

Il calzolaio levò lo sguardo come prima, ma senza allontanar la mano dal lavoro.

— Su, — disse Defarge. — Qui è un signore che s'intende di scarpe ben fatte. Mostrategli la scarpa che avete in mano. Prendetela, signore.

Il signor Lorry la prese.

— Dite al signore di che specie di scarpa si tratta e il nome di chi la fa.

Vi fu una pausa più lunga delle altre, prima che il calzolaio rispondesse:

— Ho dimenticato che cosa mi avete domandato. Che avete detto?

— Ho detto: questo signore vuol sapere di che specie di scarpa si tratta.

— È una scarpa da donna. È una scarpa da passeggio per signorina. La scarpa di moda. Io non ho mai vista la moda, ma ho avuto nelle mani un modello. — E diede alla scarpa un'occhiata che s'accese d'una fuggevole scintilla d'orgoglio.

— E il nome di chi la fa? — disse Defarge.

In quel momento che non aveva il lavoro da reggere, il calzolaio mise le giunture della destra nel cavo della sinistra, e quindi si passò una mano a traverso il mento barbuto, e così in vicenda alternata, senza l'interruzione d'un istante. Il compito di richiamarlo dalla distrazione in cui cadeva sempre, dopo aver parlato, era come quello di far tornare in sè una persona debole presa da uno svenimento, di allungare la vita d'un moribondo.

— Avete domandato il mio nome?

— Sì, che l'ho domandato.

— Centocinque, Torre del Nord.

— Ed è tutto?

— Centocinque, Torre del Nord.

Con un triste suono che non era un sospiro, nè un gemito, si rimise a lavorare, finchè il silenzio non fu rotto di nuovo.

— Voi non siete calzolaio di mestiere? — disse il signor Lorry, guardandolo fisso.

Gli occhi infossati del calzolaio si volsero a Defarge, come per affidargli la cura della risposta; ma siccome da quella parte non veniva alcun aiuto, essi, dopo aver dato uno sguardo al pavimento, ritornarono alla persona che aveva fatta la domanda.

— Se non sono calzolaio di mestiere? No, di mestiere non sono calzolaio. L'ho... l'ho imparato qui. L'ho imparato da me. Domandai il permesso di...

S'interrompeva, anche per qualche minuto, facendo intanto con le mani le stesse variazioni di prima. Infine, i suoi sguardi, pian piano, ritornarono al viso dal quale si erano distolti, e, allora, egli sussultò, e riprese, a mo' d'un dormiente che a un tratto si sveglia e si riporta all'argomento interrotto la sera innanzi:

— Domandai il permesso d'imparare da me, e imparai con molta difficoltà dopo molto tempo, e da allora non ho fatto che scarpe.

Mentre egli stendeva la mano per prender quella che gli era stata tolta, il signor Lorry disse, sempre guardandolo fisso:

— Signor Manette, non vi ricordate di me?

La scarpa cadde a terra, e il calzolaio rimase a fissare colui che lo interrogava.

— Signor Manette, — disse il signor Lorry, tenendo la mano sul braccio di Defarge; — non ricordate nulla di costui? Guardatelo. Guardate me. Non vi torna in mente, signor Manette, qualche vecchio banchiere, qualche vecchio affare, qualche vecchio servo, qualche memoria dei vecchi tempi?

Siccome il prigioniero di molti anni rimaneva con lo sguardo fisso ora sul signor Lorry ora su Defarge, dei segni, in mezzo alla fronte da lungo tempo cancellati di una intelligenza alacremente viva, si sforzarono, a traverso la nebbia che li avvolgeva, di aprirsi un varco a poco a poco. Ma di nuovo furono coperti da una nuvola, si fecero più deboli, si dileguarono. Pure erano apparsi. E con tanta esattezza si ripetè l'espressione sul bel viso giovanile di colei che aveva strisciato lungo il muro fino al punto donde si poteva vedere il vecchio, e donde ora lo guardava, con le mani, che prima s'erano levate in un gesto di pietà atterrita, se non per tenerlo lontano e nascondersene la vista, ma che in quel momento si stendevano verso di lui, tremanti dalla voglia di stringersi quella faccia spettrale sul caldo petto filiale, e amorosamente ridarle la vita e la speranza — e con tanta esattezza si ripetè l'espressione (benchè in segni più forti) sul bel viso della fanciulla, che parve come se da lui a lei fosse passato un mobile raggio di luce.

La tenebra era ricaduta su di lui, che fissava le due persone sempre meno intento, e poi girò gli sguardi, tristemente distratti, sul pavimento, come prima. Infine, con un lungo, profondo sospiro, raccolse la scarpa e si rimise al lavoro.

— Lo avete riconosciuto, signore? — domandò Defarge con un bisbiglio.

— Sì; per un momento. In principio m'è parsa assolutamente un'impresa disperata, ma in un solo istante ho veduto senza ombra di dubbio la faccia che una volta m'era così familiare. Zitto! Tiriamoci un po' più indietro. Zitto!

La fanciulla dalla parete s'era avvicinata molto al deschetto innanzi al quale sedeva il vecchio. Che cosa terribile! Egli era lì, mentre si teneva così curvo sul lavoro, inconsapevole della persona che avrebbe potuto sporger la mano e toccarlo.

Non una parola fu pronunciata, non un suono emesso. Ella rimase come uno spirito accanto a lui chino sul suo lavoro.

Accadde, infine, ch'egli avesse bisogno di cambiare lo strumento che aveva in mano col coltello da calzolaio, da un lato, non da quello stesso dove era ritta la fanciulla. L'aveva impugnato, e s'era chinato di nuovo a lavorare, quando gli occhi scorsero un lembo della veste di lei. Li levò, e vide il bel viso. I due spettatori balzarono innanzi, ma la fanciulla con un cenno della mano li arrestò: non aveva come essi paura d'esser colpita col coltello.

Egli la fissò con uno sguardo pauroso, e dopo un po' cominciò a formar con le labbra delle parole, ma senza pronunciarne sillaba. A poco a poco, negl'intervalli del suo rapido e faticoso respiro, si sentì che diceva:

— Cos'è?

Con le lagrime che le rigavano il viso, ella si portò le mani alle labbra e le baciò all'indirizzo di lui; poi se le strinse sul petto, come se vi cingesse la bianca testa del vecchio.

— Non siete la figlia del carceriere?

Ella sospirò: — No!

— Chi siete?

Non fidandosi ancora del tono della propria voce, ella si sedette sul panchetto accanto a lui. Lui si ritrasse, ma lei gli mise una mano sul braccio. Uno strano brivido lo invase a quell'atto e gli corse visibilmente su tutta la persona, mentre, sotto lo sguardo della fanciulla, egli deponeva pian piano il coltello.

La capigliatura d'oro, ch'ella portava in lunghi riccioli, e ch'era stata in fretta tirata indietro, le cadde sul collo. Stendendo pian piano la mano, lui la toccò e la guardò. Durante quest'atto si distrasse, e, con un altro profondo sospiro, riprese a lavorare sulla scarpa.

Ma non per lungo tempo. Ella, liberando il braccio, gli mise la mano sulla spalla. Dopo aver guardato la mano due o tre volte, come per assicurarsi che veramente fosse là, egli depose il lavoro, si tastò il collo, e ne prese uno spago annerito alla cui estremità era attaccato un pezzo di cencio. Aperse il cencio attentamente su un ginocchio: conteneva un minuscolo ciuffetto di capelli, pochi lunghi fili d'oro che, un giorno lontano, s'era attorti intorno al dito.

Prese di nuovo la chioma d'oro in mano, e la osservò attentamente.

— È la stessa. Come può essere, come dunque, perchè?

L'espressione di concentrazione gli tornò sulla fronte, e parve egli avvertisse ch'era anche sulla fronte di lei. La volse alla luce in pieno, e la guardò.

— Lei mi s'era appoggiata con la testa sulla spalla, la sera ch'io fui chiamato a comparire... aveva paura della mia andata, mentre io non temevo nulla... e quando fui condotto nella Torre del Nord mi trovarono questi sulla manica. «Mi permettete di tenerli? Non potranno aiutarmi a fuggire fisicamente, ma spiritualmente sì». Dissi così, e lo ricordo benissimo.

Egli accennò con le labbra a queste parole molte volte, prima di poterle pronunziare. Ma quando le pronunziò, lo fece correntemente, benchè lentamente.

— Come può essere?... Sei tu?

Ancora una volta i due spettatori diedero un balzo, giacchè egli s'era volto a lei con terribile subitaneità. Ma ella rimase perfettamente calma nella stretta di lui, e disse soltanto, sottovoce: — Vi supplico, cari signori, non vi avvicinate, non parlate, non vi movete!

— Silenzio! — egli esclamò. — Di chi è questa voce?

Cacciando questo grido, si sciolse da lei, e si portò le mani ai capelli, strappandoseli frenetico. Ma questo accesso finì come tutto, tranne la sua fatica di calzolaio, finiva in lui; ed egli ripiegò il piccolo involtino e tentò di legarselo al collo, guardando intanto la fanciulla e scotendo tristemente il capo.

— No, no, no; tu sei troppo giovane, troppo fiorente. Non può essere. Guarda a che è ridotto il prigioniero! Queste non sono le mani che lei conosceva, questa non è la faccia che lei conosceva, questa non è la voce sentita da lei. No, no. Lei fu... e lui fu... prima dei lenti anni della Torre del Nord... or fanno dei secoli. Angiolo bello, come ti chiami?

Salutando come un buon indizio il dolce tono e i dolci modi del vecchio, la figliuola cadde in ginocchio innanzi a lui, volgendogli al petto le supplici mani.

— O signore, un'altra volta saprete il mio nome, e chi era mia madre, e chi mio padre, e come io non sapessi mai la loro triste, dolorosa storia. Ma questa volta non posso parlare, e non posso parlare qui. Tutto quello che posso dirvi qui ora, è che vi prego di toccarmi e di benedirmi. Baciatemi, baciatemi. O caro, o caro!

La testa gelida e canuta del vecchio si confuse con la radiosa chioma giovanile, che lo scaldava e lo illuminava, come se fosse la luce della libertà diffusa su di lui.

— Se udite nella mia voce... non so se è così, ma spero di sì... se udite nella mia voce qualche nota d'una che una volta sonava come musica nel vostro orecchio, piangete pure, piangete! Se toccate, toccandomi i capelli, qualcosa che vi ricorda una testa amata che vi si posava sul petto, quand'eravate giovane e libero, piangete pure, piangete! Se accennandovi a una casa che ci aspetta, e dove io vi circonderò di tutto il mio dovere, di tutta la mia devozione, vi ridesterò la memoria d'una casa da lungo tempo desolata, mentre il vostro cuore era straziato, piangete pure, piangete!

Ella lo teneva stretto intorno al collo e se lo cullava sul petto come un bambino.

— Se dicendovi, caro amore, che il vostro strazio è finito, che io son venuta qui per liberarvene, e che dobbiamo andare in Inghilterra a godere la pace e riposare, vi faccio pensare alla vostra utile vita sciupata e alla nostra Francia natìa così malvagia con voi, piangete pure, piangete! E se dicendovi del mio nome, e di mio padre che è vivo, e di mia madre che è morta, apprendete che ho da inginocchiarmi innanzi al mio onorato padre e implorare il suo perdono per non essermi sforzata di giorno in giorno per lui e non esser rimasta tutta la notte a piangere, perchè l'amore della mia povera madre mi nascose le torture che lo martoriavano, piangete pure, piangete! Piangete per lei, poi, e per me! Ringraziamo il cielo, miei buoni signori. Io sento sul viso le sue sante lagrime, e i suoi singulti mi sussultano sul petto! Oh, vedete! Ringraziamo Iddio, ringraziamo Iddio!

Egli era stretto nelle braccia della fanciulla, col viso sul petto di lei: uno spettacolo così commovente, e pure così terribile per le ingiustizie e le sofferenze che lo avevano preceduto, che i due spettatori si coprirono il volto.

Dopo che la quiete della soffitta si fu protratta a lungo, e dopo che il petto affannoso e la persona scossa del vecchio ebbero ricuperata la calma che deve seguire tutte le tempeste — simbolo all'umanità del riposo e del silenzio in cui la tempesta chiamata vita deve finalmente tacere — i due spettatori si fecero innanzi per sollevare padre e figlia da terra. Egli s'era abbandonato a poco a poco sul pavimento, e v'era rimasto come in letargo, esausto. Ella s'era rannicchiata con lui, in modo che la testa canuta potesse poggiarle sul braccio e la chioma d'oro difenderlo dalla luce.

— Se senza disturbarlo, — ella disse, levando la mano verso il signor Lorry, che si chinava su loro due, dopo essersi soffiato più volte il naso, — potessimo preparare il necessario alla nostra partenza da Parigi, subito, dalla porta di questa casa...

— Ma riflettete. Potrà sopportare il viaggio? — domandò il signor Lorry.

— Sopporterà piuttosto il viaggio che il soggiorno in questa città, per lui così terribile.

— È vero, — disse Defarge che s'era inginocchiato a vedere e a udire. — E poi, il signor Manette, a ogni modo, si troverà meglio fuori di Francia. Ditemi, debbo noleggiare una carrozza e dei cavalli di posta?

— Se si tratta d'affari, — disse il signor Lorry, ripigliando senza indugio le sue maniere metodiche, — e se qualcosa si deve fare, è meglio farla.

— Allora siate così buoni, — sollecitò la signorina Manette, — da lasciarci. Vedete come s'è calmato? Ora non potete più temere di lasciarlo con me. Di che cosa temereste? Se chiuderete la porta, che nessuno ci disturbi, son sicura che lo troverete, al ritorno, tranquillo com'è ora! In qualunque caso, baderò io a lui fino al vostro ritorno, e poi lo porteremo via subito.

Tanto il signor Lorry quanto Defarge si dimostrarono piuttosto riluttanti a questa proposta, e avrebbero preferito, l'uno o l'altro, di rimaner lì. Ma siccome si trattava non soltanto di noleggiare carrozza e cavalli, ma anche di documenti di viaggio; e siccome il tempo urgeva, e la sera s'avvicinava, si venne infine a una frettolosa divisione delle incombenze da sbrigare, e corsero via a sbrigarle.

Poi, come si fece buio, la fanciulla si mise con la testa sul duro suolo accanto al padre, e lo vegliò. La tenebra si fece sempre più densa, e giacquero entrambi cheti finchè un lume non s'insinuò per le fessure nel muro.

Il signor Lorry e il bettoliere Defarge avevano disposto tutto per il viaggio, e avevano, oltre mantelli e sciarpe, portato pane e carne, vino e caffè caldo. Defarge mise le provviste, e la lanterna che aveva in mano, sul panchetto del calzolaio (nella soffitta non v'era altro che un giaciglio), e insieme col signor Lorry destò il prigioniero e lo fece levare.

Nessun intelletto umano avrebbe potuto leggere, nello strano, vuoto stupore del suo viso, i misteri dell'anima sua. Nessuna sagacia avrebbe potuto indovinare se egli sapesse ciò che accadeva, se ricordasse ciò che gli avevano detto, se sapesse d'esser libero. Essi tentarono di parlargli, ma lo videro così confuso e così lento a rispondere, che ebbero paura del suo sbalordimento e convennero di non continuare a infastidirlo.

Egli faceva un gesto selvaggio e smarrito, che ancora non gli avevano mai visto, di stringersi, di tanto in tanto, la testa nelle mani; pure, si avvertiva che provava qualche gioia al semplice suono della voce della figliuola, e che si volgeva sempre a lei, appena la sentiva parlare. Nella maniera sommessa d'uno avvezzo da lungo tempo a obbedire sotto l'impero della costrizione, mangiò e bevve ciò che gli diedero da mangiare e da bere, e indossò il mantello e le sciarpe che gli diedero da indossare. Si compiacque senz'altro che la figliuola lo pigliasse a braccetto, e prese e tenne la mano di lei nelle proprie.

Poi cominciarono a discendere; Defarge andava innanzi con la lanterna; il signor Lorry chiudeva la processione. Non erano ancor discesi per molti gradini della lunga scala principale, ch'egli si fermò, guardando il soffitto e le pareti in giro.

— Ti ricordi del luogo, padre mio? Ti ricordi di quando sei venuto qui?

— Che hai detto?

Ma prima ch'ella potesse ripetere la domanda, egli mormorò la risposta, come se avesse sentito ripetere la domanda.

— Ricordare? No, non ricordo. Si tratta di tanto, tanto tempo fa.

Era evidente ch'egli non aveva alcun ricordo del suo trasferimento dalla prigione in quella casa. E lo udirono mormorare: «Centocinque, Torre del Nord»; e come guardava in giro era chiaro che cercava i massicci muri della prigione che lo avevano tenuto così a lungo rinchiuso. Quando raggiunsero il cortiletto, istintivamente egli modificò il passo, come in attesa d'un ponte levatoio; ma non appena, mancando il ponte levatoio, vide la carrozza che attendeva in istrada, si staccò dalla mano della fanciulla e si strinse di nuovo la testa.

Non c'era folla lì presso; non si scorgeva alcuno a nessuna delle molte finestre; nella via non c'era neppure un passante. Vi regnava l'assoluto silenzio e l'abbandono. C'era soltanto un'anima, madama Defarge, che appoggiata allo stipite della porta, lavorava a maglia, e non guardava nulla.

Il prigioniero era salito nella vettura, e la figliuola l'aveva seguito, quando quegli arrestò sul predellino il piede del signor Lorry, chiedendo lamentosamente i suoi strumenti da calzolaio e il paio di scarpe non ancora finito. Madama Defarge disse subito al marito che sarebbe corsa lei a pigliarli, e sempre lavorando attraversò, oltre la luce del fanale, il cortiletto. Ritornò presto da basso, e consegnò la roba; e, immediatamente dopo, s'appoggiò contro lo stipite, lavorando, e non guardando nulla.

Defarge montò a cassetta, e diede l'ordine «alla barriera!». Il postiglione fece schioccare la frusta, e via fra uno strepito di zoccoli sotto i fiochi fanali penzolanti.

Via sotto i fanali penzolanti — che penzolavano sempre più lucenti nelle vie più belle e sempre più fiochi nelle vie più brutte — e fra le botteghe illuminate, la folla lieta, i caffè fulgidi, gl'ingressi ai teatri, a una delle porte della città. Ecco là, dal corpo di guardia, soldati con le lanterne. «Le vostre carte, viaggiatori!». «Vedete qui, allora, signor ufficiale», disse Defarge, scendendo, e traendolo gravemente da parte, — queste son le carte del signore dentro, quello con la testa bianca. Mi furono consegnate, con lui, al...». Abbassò la voce, vi fu una agitazione fra le lanterne militari, una fu sollevata nella vettura da un braccio in uniforme, e gli occhi imparentati col braccio guardarono — non una visione di tutti i giorni e di tutte le notti — il signore dalla testa bianca. «Bene. Avanti!» sonò dall'uniforme. «Adieu!» da Defarge. E così sotto una breve fila sempre più fioca di fanali penzolanti, via sotto la gran cupola di stelle.

Sotto quell'arco di luci immobili ed eterne, alcune così remote da questa minuscola terra che i loro raggi, dicono i dotti, è dubbio l'abbiano ancora scoperta come un punto dello spazio dove si soffra o si faccia qualcosa, le ombre notturne erano larghe e nere. Per tutto la fredda e irrequieta tappa fino all'alba, ancora una volta esse sussurrarono alle orecchie del signor Jarvis Lorry — che sedeva di fronte all'uomo esumato, domandandosi quali sottili facoltà quegli avesse perdute per sempre e quali fossero capaci di essere ridestate — la domanda di qualche notte prima:

— M'auguro che abbiate voglia di vivere?

E la stessa risposta di qualche notte prima:

— Non so.