Le Due città.  Charles Dickens
Capitolo 2. Uno spettacolo
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— Senza dubbio, conosci bene l'Old Bailey? — disse uno degli impiegati più decrepiti a Jerry il messaggero.

— Sì, signore, — rispose Jerry, in maniera non perfettamente ossequiosa. — Conosco il Bailey.

— Bene. E conosci il signor Lorry?

— Conosco il signor Lorry molto meglio del Bailey. Molto meglio, — disse Jerry, non troppo diverso da un testimone riluttante nella corte accennata, — di quanto io, da onesto lavoratore, desidero di conoscere il Bailey.

— Benissimo. Trova la porta di dove entrano i testimoni, e mostra al portiere questo biglietto per il signor Lorry. Egli ti lascerà entrare.

— Nella corte, signore?

— Nella corte.

Gli occhi del signor Cruncher parvero avvicinarsi un po' più e scambiarsi questa domanda: «Che ne pensi?».

— Debbo aspettare nella corte? — egli chiese, come risultato di questa conferenza.

— Ora ti dico. Il portiere consegnerà il biglietto al signor Lorry, e tu farai un gesto per attirare l'attenzione del signor Lorry e mostrargli dove stai. Allora non avrai da far altro che rimaner lì, finchè non sarai chiamato.

— Nient'altro, signore?

— Nient'altro. Egli desidera d'aver pronto un fattorino. Questo per dirgli che ci sei tu.

Il vecchio impiegato piegava il biglietto e vi scriveva l'indirizzo, e il signor Cruncher, dopo averlo seguito in tutte le operazioni in silenzio, fino alla fase della carta asciugante, osservò:

— Immagino che questa mattina si giudichino delle falsificazioni?

— Un alto tradimento.

— Allora si tratta di squartamento, — disse Jerry. — Che crudeltà!

— È legge, — osservò il vecchio impiegato, volgendo sorpreso gli occhiali su di lui, — è legge.

— Credo che sia una legge crudele sconciare un uomo. E già crudele ucciderlo; ma sconciarlo a quel modo!

— Niente affatto, — rispose il vecchio impiegato. — Non dir male della legge. Abbi cura del tuo petto e della tua voce, mio caro amico, e non ti curar della legge. Ti dò questo consiglio.

— È l'umido, signore, che mi rovina il petto e la voce, — disse Jerry. — Lascio giudicare a voi tutta l'umidità con la quale son costretto a guadagnarmi la vita.

— Bene, bene, — disse il vecchio impiegato; — tutti abbiamo una maniera diversa di guadagnarci la vita. Chi l'ha umida, e chi l'ha asciutta. Ecco il biglietto, va.

Jerry prese il biglietto, e, notando fra sè con meno deferenza intima di quanta ne mostrava all'esterno: «Anche tu sei una buona lana!» fece un inchino, informò il figliuolo, passando, della meta alla quale si dirigeva, e si pose in cammino.

In quei giorni s'impiccava a Tybum, e la via fuori della prigione di Newgate non aveva ancora quella infame notorietà che poi l'è toccata. Ma la prigione era un triste luogo, dove si svolgevano gran quantità di scelleratezze e di furfanterie, e dove covavano orribili morbi, che andavano sin nella corte coi prigionieri, e dal loro banco si scagliavan talvolta contro lo stesso presidente, facendolo stramazzare dal suo seggio. Era più d'una volta accaduto che il giudice in tocco nero pronunciasse sicuramente la propria condanna come quella del prigioniero, e morisse anche prima. Del resto l'Old Bailey era famoso come una specie di stazione di morte, dal quale partivano continuamente, in vetture e carrette, dei pallidi passeggeri per un viaggio violento nell'altro mondo, traversando un paio di miglia e mezzo di strada pubblica, e non facendo inorridire, se mai, che pochissimi buoni cittadini. Tanta forza ha l'abitudine, e tanto è importante che l'abitudine in principio sia buona! L'Old Bailey era famoso anche per la gogna, un'antica saggia istituzione, che infliggeva una pena di cui nessuno poteva misurare le conseguenze; per il pilastro delle vergate, anche, un'altra cara, antica istituzione, molto educativa e dolce a mirare in azione; per i numerosi contratti in moneta di sangue, inoltre, originati dalle delazioni, un altro frammento della saggezza dei nostri maggiori, che conduceva sistematicamente ai più nefandi delitti mercenari che si potessero commettere sotto la cappa del cielo. Il vecchio Bailey, a quel tempo, era una magnifica illustrazione del detto che «Tutto ciò che è, è giusto»; aforisma che sarebbe conclusivo, com'è stupido, se non supponesse la triste conseguenza che nulla, che mai fu, fu ingiusto.

Fra la trista folla, sparsa su e giù per quell'odiosissimo luogo, il messaggero, aprendosi un varco con l'abilità di chi è avvezzo a muoversi con calma, trovò la porta che cercava e consegnò la lettera a traverso uno sportello. Poichè allora la gente per assistere allo spettacolo dell'Old Bailey pagava, appunto come pagava per vedere lo spettacolo del Bedlam — soltanto che il primo era più caro. Perciò tutti gli ingressi dell'Old Bailey erano ben guardati — eccetto, per dire il vero, le porte ospitali di dove entravano i delinquenti, sempre spalancate.

Dopo qualche indugio e qualche difficoltà, la porta, cigolando sui cardini, si aprì un pochino, e fu concesso al signor Jerry Cruncher d'incunearvisi e sgusciare nella corte

— A che si è? — domandò, con un bisbiglio, allo sconosciuto che si trovò vicino.

— A nulla ancora.

— Che si tratterà?

— Il processo di tradimento.

— Quello dello squartamento, eh?

— Già, — rispose l'altro deliziato; — sarà tirato su per essere mezzo impiccato, e poi sarà calato e innanzi agli occhi suoi stessi sventrato e le sue viscere arse, intanto che guarda, e poi gli sarà tagliata la testa, e finalmente diviso in quarti.

— Se sarà condannato, volete dire? — aggiunse Jerry, condizionalmente.

— Oh! Sarà condannato, — disse l'altro, — non temete.

L'attenzione del signor Cruncher fu in quel momento volta al portiere, che si dirigeva verso il signor Lorry, col biglietto in mano. Il signor Lorry sedeva a un tavolino, fra i signori in parrucca, non lontano da un gentiluomo in parrucca, il difensore del prigioniero, che aveva dinanzi un gran fascio di carte, e quasi di fronte a un altro gentiluomo in parrucca con le mani in tasca, tutta l'attenzione del quale, ogni volta che al signor Cruncher capitava di guardarlo, sembrava concentrata nel soffitto della sala. Dopo un po' di brevi colpi di tosse, di sfregatine al mento e di segnalazioni con la mano, Jerry attrasse l'osservazione del signor Lorry, che si levò a guardarlo, e dopo avergli fatto un cenno, tornò tranquillo a sedere.

— Lui che c'entra in questo processo? — domandò a Jerry lo sconosciuto con cui aveva parlato.

— Che volete che ne sappia? — disse Jerry.

— E allora voi che c'entrate, se è permesso domandare?

— Non so neppure questo, — disse Jerry.

L'ingresso del giudice, e il gran trambusto che ne seguì per i preparativi nella sala, interruppero il dialogo. Subito il banco dell'accusato divenne il punto centrale dell'interesse generale. Due carcerieri, che erano stati lì presso, uscirono a prendere il prigioniero, che fu condotto al suo posto.

Tutti i presenti, tranne quel signore con la parrucca che guardava il soffitto, si volsero al prigioniero. Tutto il respiro umano di quella sala corse verso il prigioniero come un mare, un vento, un fuoco. Facce curiose si torsero intorno ai pilastri e negli angoli per dargli uno sguardo; gli spettatori delle file in fondo si levarono in piedi per esaminarlo minutamente; quelli sul pavimento della corte misero la mano sulle spalle di quelli ch'erano dinanzi, per vederlo, anch'essi, a ogni costo: stettero in punta di piedi, salirono su ogni sporgenza, si librarono quasi su nulla, per osservarlo tutto, dal capo alle piante. Cospicuo fra questi ultimi, come un pezzo animato del muro a punte di ferro di Newgate, era Jerry, che mirò il prigioniero col fiato impregnato della birra che s'era bevuta in cammino, e lo scaricò fondendolo con le onde di altra birra, gin, tè e caffè, che fluivano verso il prigioniero e già si rompevano sulle grandi finestre dietro di lui in una sudicia nebbia e una sudicia pioggia.

L'oggetto di tutta quell'avidità e quel trambusto era un giovane di circa venticinque anni, di bella statura e di bello aspetto, dal viso abbronzato e gli occhi oscuri. La sua condizione era di gentiluomo. Era vestito semplicemente di nero, o di un grigio molto oscuro; e i capelli, ch'erano lunghi e neri, gli pendevano raccolti in un nastro dietro la testa, più per non sentirne il fastidio che per ornamento. Siccome una commozione si rivela a traverso ogni velo corporeo, così il pallore cagionato dalla sua condizione, gli affiorava sul bruno della guancia, mostrando che aveva l'anima più forte del sole. Del resto era assolutamente padrone di sè, s'inchinò al giudice e attese tranquillo.

La specie d'interesse che si appuntava e concentrava in quell'uomo non era tale ch'elevasse il sentimento dell'umana onorabilità. Fosse stato minacciato dal pericolo d'una sentenza meno orribile, vi fosse stata la probabilità che gli sarebbe stato risparmiato qualcuno degli orrendi particolari della condanna, egli avrebbe, sol per questo, perduto tutto il suo fascino. La persona che doveva essere condannata a essere sbranata formava lo spettacolo; la creatura umana che doveva essere macellata e squartata dava il sapore all'eccitazione. Quale che si fosse la spiegazione che i vari spettatori davano della propria curiosità, secondo la diversa specie di mezzi e di facoltà adatti a ingannar se stessi, in fondo la curiosità era sete di sangue.

Silenzio nella sala! Carlo Darnay s'era il giorno innanzi dichiarato innocente contro l'atto d'accusa che lo denunciava (con infiniti sonanti particolari) come traditore del nostro sereno, magnifico, eccellente, eccetera, principe sua Maestà il Re, per avere in diverse occasioni, e con diversi modi e maniere, aiutato il re di Francia, Luigi, nelle sue guerre contro il nostro suddetto, sereno, magnifico, eccellente, eccetera, cioè a dire, venendo e andando, fra i domini del nostro suddetto sereno, magnifico, eccellente, eccetera, e quelli del suddetto Luigi di Francia, e malvagiamente, falsamente, subdolamente e altri tristi avverbi in «mente», rivelando al suddetto Luigi di Francia quali forze del nostro sereno, magnifico, eccellente, eccetera, si stavano preparando per la spedizione del Canada e nel Nord America. Tutto questo, da Jerry, con la testa che gli diventava sempre più irta a misura che vi si ammucchiavano i termini di legge, fu appreso con la massima soddisfazione; ed egli arrivò così per mezzo d'un lungo circuito alla comprensione che il nominato, e da capo, e di nuovo ancora da capo nominato Carlo Darnay era ritto lì dinanzi a lui, attendendo il verdetto; che la giurìa stava prendendo il giuramento e che il signor procuratore generale si accingeva a parlare.

L'accusato, che era (e sapeva d'essere) mentalmente impiccato, decapitato e squartato da tutti gli spettatori, nè vacillò per quella sua condizione, nè assunse un'aria teatrale. Rimase calmo e attento; ascoltò i preliminari con un grave interesse, e stette con le mani poggiate sulla mensoletta di legno che aveva dinanzi, con tanta compostezza, che non spostò una fogliolina dell'erba di cui era cosparsa. La sala era tutta disseminata di erbe e spruzzata d'aceto, per precauzione contro l'aria e la febbre delle prigioni.

Pendeva sulla testa del prigioniero uno specchio per dargli luce. Centinaia di malvagi e malvagi v'erano stati specchiati, ed erano scomparsi dalla sua superficie e insieme da questa terra. Che folla di spettri avrebbe gremito quell'orribile sala, se lo specchio avesse potuto rievocare le sue immagini, come l'oceano che un giorno deve rendere i suoi morti! Qualche pensiero fuggitivo sugli infami e gli sciagurati che s'erano rimirati in quel cristallo potè forse traversare la mente del prigioniero. Comunque fosse, un mutamento nel suo atteggiamento, che lo fece avvertito che una striscia di luce gli cadeva sul volto, gli fece levar gli occhi; e come vide lo specchio, arrossì e allontanò con la destra l'erba.

Accadde che quell'atto gli facesse voltare il viso alla sinistra della sala. Allo stesso livello dei suoi occhi sedevano, nello stesso angolo del banco del giudice, due persone che attrassero immediatamente il suo sguardo: con tanta immediatezza, e tanto mutamento nel suo aspetto, che tutti gli occhi che erano voltati verso di lui, si voltarono anch'essi verso quel punto.

Nelle due persone gli spettatori videro una fanciulla di poco più di vent'anni e un signore ch'era evidentemente suo padre: un uomo di notevolissimo aspetto riguardo al candore assoluto dei capelli e a una certa intensa, indescrivibile espressione del viso, non attiva, ma riflessiva e meditabonda. Quando assumeva quella specie d'espressione, egli aveva l'aria d'esser vecchio: ma quando se ne liberava, appunto come in quel momento che parlava alla figliuola, diventava un bell'uomo, non oltre il culmine della virilità.

La figliuola s'era seduta accanto al padre, con una mano infilata e l'altra poggiata sul suo braccio. S'era stretta accanto a lui, timorosa dello spettacolo al quale assisteva e impietosita per il prigioniero. L'espressione d'un terrore, che si faceva sempre maggiore, e d'una compassione che non vedeva il pericolo dell'accusato, era più che evidente sulla fronte di lei. La cosa era stata così chiaramente osservata e con tanta forza e naturalezza mostrata, che gli spettatori, che non sentivano alcuna pietà per il prigioniero, si sentirono commossi per lei; e si diffuse in giro il bisbiglio: «Chi sono?».

Jerry, il messaggero, che aveva fatto le sue proprie osservazioni, ma alla sua maniera, e che, meditabondo, aveva preso a suggersi la ruggine delle dita, allungò il collo per sapere chi fossero. La folla che lo circondava si era accalcata un po' più e aveva passata la domanda all'usciere più vicino; e da questo era venuta indietro la risposta, che finalmente giunse anche a Jerry:

— Testimoni.

— Per chi?

— Contrari.

— Contrari a chi?

— Contrari all'accusato.

Il giudice, i cui occhi avevano seguito la direzione generale, si raccolse, s'appoggiò alla spalliera della poltrona, e guardò fisso l'uomo, la cui sorte aveva in mano, mentre il signor procuratore generale si levava a girar la fune, affilare la lama e battere i chiodi sul patibolo.