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L'avventura del piede del diavolo.  Arthur Conan Doyle
Libro. L'AVVENTURA DEL PIEDE DEL DIAVOLO
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Nell'annotare di tanto in tanto alcune delle curiose esperienze e degli interessanti ricordi che si collegano alla mia lunga e intima amicizia con Sherlock Holmes, mi sono costantemente trovato a dover fronteggiare le difficoltà causate dalla sua invincibile avversione contro ogni forma di pubblicità. Il suo spirito scettico e solitario nutrì sempre il più profondo disprezzo verso l'applauso popolare, e nulla lo divertiva di più, al termine di un'inchiesta fortunata, del riversare tutto il merito del successo su qualche funzionario ortodosso, e ascoltare con un sorriso ironico il coro generale delle mal riposte congratulazioni. Fu effettivamente questo atteggiamento da parte del mio amico, e non già la mancanza di materiale interessante, che mi ha fatto presentare al pubblico in questi ultimi anni solo pochissimi racconti. La parte da me presa in qualcuna delle sue avventure fu sempre un gran privilegio per me, ma questo mi impose anche in più di un caso molta reticenza e la massima discrezione.

Il lettore potrà quindi facilmente immaginare la mia sorpresa quando martedì scorso ricevetti un telegramma da parte di Holmes - non scriveva mai quando gli era possibile spedire un telegramma - concepito nei seguenti termini: "Perché non raccontare dello sterminio di Cornovaglia... il caso più strano che mi sia mai capitato?". Non so quale memoria retrospettiva gli aveva riportato alla mente l'argomento, o quale capriccio lo aveva indotto a desiderare che io lo rendessi di dominio pubblico; comunque mi affretto ad accontentarlo prima che possa arrivarmi un altro telegramma da parte sua che annulli questo precedente; ho riunito in fretta i miei appunti dove avevo fermato tutti i precisi particolari del caso, ed eccomi a narrarlo ai miei lettori.

Fu dunque nella primavera del 1897: la ferrea costituzione di Holmes aveva cominciato a manifestare alcuni sintomi di debolezza in seguito a un lavoro costante e durissimo, e l'indisposizione era forse pure aggravata da eccessi non del tutto inerenti agli sforzi impostigli dall'esercizio della sua professione. Nel marzo di quell'anno il dottor Moore Agar, di Harley Street, di cui forse narrerò un giorno il drammatico incontro con Holmes, dichiarò esplicitamente che il famoso poliziotto privato doveva abbandonare ogni attività e concedersi un riposo totale se voleva evitare un esaurimento nervoso irreparabile. Lo stato della sua salute era un argomento che a Holmes personalmente non interessava affatto, ma alla fine si rassegnò, di fronte alla minaccia di diventare definitivamente inabile al lavoro, e accettò un mutamento completo di atmosfera e d'ambiente. Fu così che all'inizio della primavera di quell'anno ci trovammo riuniti in un villino in prossimità di Poldhu Bay, al limite estremo della penisola di Cornovaglia.

Era una località singolare e particolarmente adatta all'umore tetro del mio paziente. Dalle finestre della nostra casetta imbiancata a calce che sorgeva su un promontorio erboso, la vista abbracciava tutto il sinistro emiciclo della Mounts Bay, l'antica trappola di morte di tutti i velieri, con la sua frangia di rupi nere e la sua cintura di scogli spazzati dalla risacca dove innumerevoli navigatori erano miseramente periti. Grazie a una brezza settentrionale che vi spira, essa si stende placida e riparata, invitando i navigli squassati dalle tempeste a rifugiarcisi in cerca di riposo e di protezione.

Poi il vento gira improvviso e vorticoso; sopraggiunge il fortunale irrompente da sud-ovest, l'ancora prende ad arare, ecco la spiaggia dalla parte di sottovento, e infine la suprema battaglia tra i marosi schiumanti come cavalli impazziti. Il marinaio saggio si tiene lontano da questo luogo di sciagura!

Sul lato di terra il paesaggio che ci circondava era tetro non meno del mare. Era un paese tutto lande ondulate, solitario e di color perso, con un campanile ad affiorare di quando in quando per segnare l'ubicazione di qualche villaggio sperduto. Dappertutto su queste lande si vedono tracce di una razza scomparsa definitivamente, che ha lasciato in suo ricordo strani monumenti di pietra, tumuli irregolari contenenti le ossa bruciate dei morti e curiosi terrapieni, indici di conflitti preistorici. Il fascino e il mistero di questo luogo, la sua sinistra atmosfera di genti dimenticate, aveva fatto presa sull'immaginazione del mio amico, ed egli trascorreva gran parte del suo tempo in lunghe passeggiate e in solitarie meditazioni sulla landa. Anche l'antico linguaggio di Cornovaglia aveva attratto la sua attenzione, e ricordo come avesse concepito l'idea che fosse affine al caldeo, e che traesse ampie derivazioni dai trafficanti di stagno fenici. Si era fatto spedire un grosso pacco di libri di filologia, e s'era messo a sviluppare questa tesi quando a un tratto, con mio dolore e con sua non celata gioia, ci trovammo, persino in quella terra di sogni, tuffati a capofitto in un problema, accaduto proprio lì, davanti alla nostra stessa soglia, che era molto più profondo, molto più interessante e infinitamente più misterioso di tutti quelli che ci avevano cacciato da Londra. La nostra esistenza piana, pacifica, il nostro salubre andazzo venne violentemente interrotto, e venimmo precipitati nel bel mezzo di una serie di vicende che suscitarono la massima emozione non solo in Cornovaglia, ma in tutta la regione occidentale dell'Inghilterra.

Forse molti tra i miei lettori ricorderanno quel che venne chiamato allora "L'orrore di Cornovaglia", per quanto alla stampa londinese fosse giunto un resoconto molto incompleto della vicenda.

Ho detto che i villaggi disseminati in quella parte della Cornovaglia erano contrassegnati da torri sparse. Il più vicino di questi villaggi era il paesino di Tredannick Wollas, dove le casupole di circa duecento abitanti si assiepavano intorno a un'antica chiesa tappezzata di muschio. Il vicario della parrocchia, il signor Roundhay, si dilettava in archeologia, e perciò Holmes aveva stretto conoscenza con lui. Era un uomo di mezz'età, maestoso e affabile, dotato di un notevole bagaglio di erudizione locale. Dietro suo invito eravamo stati a prendere il tè al vicariato, ed eravamo così venuti a conoscere anche il signor Mortimer Tregennis, un gentiluomo che viveva solo e che aiutava il curato a impinguare le magre risorse affittando alcune stanze della sua grande casa disordinata. Il vicario, essendo scapolo, era stato ben felice di questa sistemazione, anche se c'era molto poco di comune tra lui e il suo inquilino che era un uomo alto, scuro, occhialuto, e talmente curvo da suggerire un'impressione di vera e propria deformità fisica. Ricordo che durante la nostra breve visita notammo che il vicario era molto loquace, mentre il suo pigionante si era mostrato stranamente taciturno: ripeto, era un uomo dal viso triste, dall'aspetto pensieroso, e rimase quasi sempre seduto senza guardarci e immerso apparentemente nei propri affari personali.

Ecco i due uomini che irruppero bruscamente nel nostro salottino quel martedì sedici marzo, poco dopo la nostra prima colazione, mentre stavamo facendo una fumatina preparatoria per la nostra quotidiana passeggiata sulle lande.

"Signor Holmes", disse il vicario con voce agitatissima, "si è verificato durante la notte un fatto straordinario e spaventosamente tragico. Si tratta di un avvenimento inaudito, e possiamo considerare come un dono speciale della Provvidenza che lei si trovi qui in un simile frangente, dato che in tutta l'Inghilterra lei è proprio l'uomo di cui abbiamo bisogno".

Fissai il vicario con occhi tutt'altro che amichevoli; ma Holmes si tolse la pipa di bocca e si tirò su dritto sulla seggiola come un vecchio cane da caccia che senta squillare l'hallalì. Con un gesto della mano indicò il sofà, dove il nostro visitatore ansante e il suo esagitato compagno sedettero a fianco a fianco. Il signor Mortimer Tregennis appariva più composto del parroco, ma il tremito delle sue mani sottili e la lucentezza febbrile dei suoi occhi scuri rivelavano quanto condividesse l'emozione che sconvolgeva il suo padrone di casa.

"Parla lei o vuole che parli io?" domandò il vicario.

"Ecco, dal momento che è stato lei a fare la scoperta, di qualunque cosa possa trattarsi, e il vicario l'ha appresa soltanto di seconda mano, sarà forse meglio che parli lei", disse Holmes.

Lanciai un'occhiata al vicario sommariamente vestito, mentre il suo inquilino gli era seduto accanto abbigliato in piena regola, e mi divertì la sorpresa che la semplice deduzione di Holmes aveva dipinto sui loro volti.

"Sarà forse meglio che dica due parole prima io", interloquì il vicario, "quindi giudicherà lei se ascoltare i particolari dal signor Tregennis, o se non sarà invece meglio che ci affrettiamo a recarci tutti insieme sul posto di questa misteriosa tragedia. Le spiegherò dunque che il nostro amico qui presente passò la serata di ieri in compagnia dei suoi due fratelli, Owen e George, e di sua sorella Brenda, nella loro casa di Tredannick Wartha, che si trova vicino all'antica croce di pietra della landa. Li lasciò poco dopo le dieci, che giocavano a carte intorno al tavolo della sala da pranzo, in ottima salute e in perfetta allegria. Stamane, poiché si alza sempre molto presto, si avviò a piedi in quella direzione prima di far colazione, e fu raggiunto dalla carrozza del dottor Richards, che gli spiegò come fosse stato mandato a chiamare con la massima urgenza da Tredannick Wartha. Il signor Mortimer Tregennis logicamente si accompagnò a lui. Giunto a Tredannick Wartha si trovò di fronte a uno spettacolo inaudito. I suoi due fratelli e la sorella erano seduti intorno al tavolo, esattamente come lui li aveva lasciati, con le carte ancora sparse sul tavolo e le candele consumate sino al bocciuolo. La sorella giaceva abbandonata sulla seggiola, morta stecchita, mentre i due fratelli erano seduti ai due lati di lei che ridevano, urlavano, cantavano, completamente fuori di senno. Tutti e tre, la morta e i due dementi, avevano impressa nel volto un'espressione di terrore indescrivibile, un tale stravolgimento di orrore che faceva spavento guardarli. Non c'era traccia di alcuna presenza estranea nella casa, fatta eccezione per la signora Porter, la vecchia cuoca e governante di casa, che dichiarò di aver dormito profondamente e di non aver sentito durante la notte il benché minimo rumore. Non era stato rubato né spostato nulla, e non è possibile dare alcuna spiegazione dell'orrore che ha spaventato una donna sino a farla morire e ha tolto il senno a due uomini robusti. Questa in succinto la situazione, signor Holmes, e se lei potrà aiutarci a chiarirla avrà compiuto una grande cosa".

Avevo sperato di riuscire in qualche modo a convincere il mio amico a restarsene nella pace che era stata lo scopo del nostro viaggio, ma mi bastò un'occhiata al suo viso intento e alle sue sopracciglia contratte per capire che ogni mia supplica sarebbe stata inutile. Si mise a sedere alquanto in silenzio, assorto nella meditazione del misterioso dramma che era così improvvisamente scoppiato a scompaginare la nostra quiete.

"Accetto di occuparmi di questo problema", disse infine. "Così di primo acchito sembrerebbe un caso di natura assolutamente eccezionale. Lei è stato laggiù, signor Roundhay?".

"No, signor Holmes. Il signor Tregennis è ritornato alla parrocchia, mi ha riferito l'accaduto e io sono venuto qui subito a consultarmi con lei".

"Quanto dista la casa dove si è verificata questa singolare tragedia?".

"Un miglio circa entro terra".

"Ci andremo dunque a piedi insieme, ma prima di avviarci desidero rivolgerle alcune domande, signor Mortimer Tregennis".

Tregennis era rimasto sempre in silenzio, ma io avevo notato che la sua agitazione, per quanto meglio controllata, era tuttavia più forte dell'appariscente emozione del curato.

Sedeva con un viso pallido, tirato, lo sguardo ansioso fisso su Holmes, e le sue mani sottili erano strette insieme in un gesto convulso. Le sue labbra esangui erano scosse da un tremito, mentre ascoltava la descrizione della sorte spaventosa toccata alla sua famiglia, e nei suoi occhi cupi pareva riflettersi qualcosa dell'orrore della tragedia che l'aveva annientata.

"Mi chieda quello che vuole, signor Holmes", rispose prontamente.

"Mi fa male parlarne, ma le risponderò la verità".

"Mi dica di ieri sera".

"Come il vicario le ha spiegato, cenai laggiù, e mio fratello maggiore, George, propose dopo cena che si facesse un giro di whist. Incominciammo verso le nove circa. Quando mi mossi per ritornare mancava un quarto alle dieci. Li lasciai tutti e tre intorno al tavolo, apparentemente allegrissimi".

"Chi l'accompagnò fuori?".

"La signora Porter era andata a letto, perciò uscii solo. Mi richiusi alle spalle la porta del vestibolo. La finestra della stanza in cui erano seduti era chiusa, ma la persiana era rimasta alzata. Questa mattina non c'era nessun cambiamento né nella porta né nella finestra, e niente faceva supporre che un estraneo avesse potuto entrare in casa. Eppure erano lì, impazziti completamente dal terrore, e Brenda morta di paura, la testa ciondoloni sul bracciolo della seggiola. Dovessi campare cent'anni non potrò mai levarmi dal cuore e dalla mente lo spettacolo che offriva quella stanza!".

"I fatti, così come lei me li ha esposti, sono innegabilmente straordinari", disse Holmes.

"Immagino che lei non possa formulare alcuna ipotesi atta a spiegarli!".

"E' opera del demonio, signor Holmes; del demonio!", gridò Mortimer Tregennis. "Non di questo mondo! Qualcosa dev'essere entrato in quella stanza che ha spento nelle loro menti la luce della ragione. Quale mezzo umano poteva operare questo?".

"Temo che se si tratta di cosa trascendente l'umana natura è certamente tale da trascendere anche, logicamente, le mie modeste facoltà. Tuttavia dobbiamo esaurire tutte le spiegazioni naturali prima di arrenderci a un'ipotesi come questa. In quanto a lei, signor Tregennis, mi sembra che abbia avuto qualche dissenso con la sua famiglia, altrimenti per quale altro motivo i suoi fratelli vivevano uniti mentre lei abita solo in camere ammobiliate?".

"Effettivamente era così, signor Holmes, per quanto ormai quella vicenda fosse da tempo morta e seppellita. Noi possedevamo infatti una miniera di stagno a Redruth, ma vendemmo i nostri diritti a una società, e ci ritirammo con abbastanza di che vivere. Non negherò che ci fu infatti qualche vivace scambio di vedute tra me e i miei fratelli riguardo alla spartizione del denaro, ma tutto era ormai da tempo dimenticato, ed eravamo ridiventati da un pezzo ottimi amici".

"Ripensando all'ultima sera che avete trascorso insieme, non ricorda nulla che possa gettare eventualmente qualche luce sulla tragedia? Ci pensi bene, signor Tregennis, perché anche il più piccolo filo conduttore può essermi d'immenso aiuto".

"Non ricordo proprio nulla, signor Holmes".

"I suoi fratelli erano del loro solito umore?".

"Eccome! Non li avevo mai visti così allegri".

"Erano persone nervose? Avevano mai mostrato di temere qualche pericolo imminente?".

"No".

"Non può dunque dirmi assolutamente nulla che mi aiuti a far luce?".

Mortimer Tregennis parve riflettere a lungo e intensamente, quindi disse: "Adesso mi viene in mente una cosa. Mentre eravamo seduti al tavolo, io stavo con la schiena rivolta alla finestra e mio fratello George, essendo mio compagno di gioco, era invece di faccia. Notai che una volta guardò fisso al disopra della mia spalla, tanto che mi girai e guardai a mia volta. La persiana era alzata e la finestra chiusa, ma riuscivo ugualmente a distinguere i cespugli del prato, ed ebbi per un attimo la sensazione di vedere qualcosa muoversi là in mezzo. Non saprei dire se si trattasse di uomo o di animale, ma ebbi comunque l'impressione che qualcosa ci fosse. Quando gli chiesi che cosa stava guardando mi rispose che aveva avuto la stessa sensazione. Questo è tutto ciò che io posso dire".

"Non siete andati a vedere?".

"No; non demmo importanza alla cosa".

"Dunque li ha lasciati senza aver avuto alcun presagio funesto?".

"Assolutamente no".

"Non ho ben capito come abbia appreso la notizia così per tempo questa mattina".

"Non sono un dormiglione, e di solito faccio sempre una passeggiata prima di colazione.

Stamattina mi ero appena avviato quando fui raggiunto dal dottore che mi passò davanti col suo calesse. Mi avvertì che la vecchia signora Porter l'aveva mandato a chiamare con un messaggio urgente, perciò balzai in cassetta accanto a lui e proseguimmo insieme. Appena arrivati entrammo nella tragica stanza. Le candele e il fuoco dovevano essersi spenti da molte ore, ed essi erano rimasti seduti così nelle tenebre sino allo spuntare dell'alba. Il dottore dichiarò che Brenda doveva essere morta da almeno sei ore. Non fu riscontrata su di lei alcuna traccia di violenza. Era semplicemente rovesciata sul bracciolo della poltrona con quella terribile espressione di spavento nel volto. George e Owen stavano cantando frammenti di canzoni e si agitavano come due grosse scimmie. Dio mio, che orrore! Io non potei resistere a quello spettacolo, e anche il dottore si sbiancò come un lenzuolo. Anzi si accasciò su una seggiola in preda a una specie di svenimento e per poco non ci toccò di curare anche lui".

"Strano... veramente stranissimo", disse Holmes alzandosi e prendendo il suo cappello.

"Credo che sarà forse meglio recarci a Tredannick Wartha senza ulteriori indugi. Confesso di aver visto raramente un caso che presenti a prima vista un aspetto più singolare".

Le operazioni di quella prima mattina non servirono gran che a farci avanzare nelle nostre ricerche. Esse furono contrassegnate all'inizio da un incidente che lasciò nel mio animo un'impressione terribilmente sinistra. Si accede al punto dove era avvenuta la tragedia, lungo il viottolo di campagna angusto e serpeggiante.

Mentre lo percorrevamo udimmo un cigolìo di ruote e una vettura avanzò verso di noi: ci tirammo da parte per lasciarla passare.

Mentre ci superava ebbi come una visione fuggevole, attraverso il finestrino abbassato, di un volto ghignante, orribilmente convulso, che ci guardava. Quegli occhi forsennati, quei denti digrignanti ci passarono accanto in un lampo, come uno spettacolo spaventoso.

"I miei fratelli!" gridò Mortimer Tregennis, diventato pallido come un cadavere. "Li stanno portando a Helston".

Fissammo con orrore la carrozza nera che stava scomparendo rapidamente al nostro sguardo. Quindi volgemmo i nostri passi verso l'infausta casa i cui occupanti avevano incontrato un così strano destino.

Era una dimora grande e luminosa, piuttosto una villa che non una semplice casa di campagna, circondata da un vasto giardino che grazie alla tiepida aria di Cornovaglia era già fragrante di fiori primaverili. Su questo giardino dava la finestra del salotto e da lì, secondo le dichiarazioni di Mortimer Tregennis, doveva essere giunto quello strumento del demonio che aveva in un solo attimo sconvolto le menti dei suoi congiunti, per semplice effetto di orrore. Holmes si aggirò lento e pensoso tra le aiuole e lungo il sentiero, prima di entrare sotto il porticato. Era talmente assorto nelle sue meditazioni, ricordo, che inciampò nell’annaffiatoio, rovesciandone il contenuto e inzuppando non solo il sentiero del giardino ma anche i nostri piedi.

Nell'interno della casa fummo accolti dalla vecchia governante, la signora Porter, che con l'aiuto di una giovane domestica provvedeva ai bisogni della famiglia. Costei rispose prontamente a tutte le domande di Holmes. Quella notte non aveva sentito nulla.

I suoi padroni si erano dimostrati in quegli ultimi tempi sempre di ottimo umore, e non li aveva mai visti, anzi, più allegri e più soddisfatti. Quando al mattino era entrata nella stanza, era svenuta dallo spavento vedendo quell'impressionante compagnia seduta intorno al tavolo. Non appena si era riavuta, aveva spalancato la finestra per lasciare entrare l'aria fresca del mattino e si era poi precipitata nel viottolo a chiamare aiuto; aveva poi trovato un garzone di fattoria che aveva spedito in cerca di un medico. La signora era stata adagiata nel suo letto, di sopra, se desideravamo vederla. C'erano voluti quattro uomini robusti per portare i fratelli nella vettura del manicomio. In quanto a lei non sarebbe rimasta un altro giorno in quella casa, e partiva quello stesso pomeriggio per andare a raggiungere la sua famiglia a Saint Ives.

Salimmo le scale ed esaminammo il cadavere. La signorina Brenda Tregennis doveva esser stata una ragazza bellissima, benché avesse ormai raggiunto la mezza età. Il suo viso bruno e nettamente stagliato era affascinante anche nella morte, ma in esso aleggiava ancora qualcosa dell'orrore senza nome che era stata la sua ultima emozione terrena. Dalla camera da letto della morta scendemmo nel salotto in cui si era verificata quella misteriosa tragedia. Le ceneri bruciacchiate del fuoco notturno erano ammonticchiate sulla grata. Sul tavolo erano ancora sparse delle carte da gioco, stavano tuttora le quattro candele completamente sgocciolate e consumate. Le seggiole erano state riaccostate alle pareti, ma per tutto il resto nient'altro era stato spostato. Holmes percorse la stanza col suo passo rapido e leggero; si mise a sedere sulle varie seggiole, avvicinandole e ricostruendo le loro rispettive posizioni. Fece la prova di quanta parte di giardino fosse visibile dall'interno; ispezionò il pavimento, il soffitto, il camino, ma mai, neppure per un attimo, notai in lui quell'improvviso luccicare degli occhi e quella contrazione delle labbra che mi avrebbero fatto presagire come fosse riuscito a scorgere in quel mareggiare di tenebre un guizzo di luce.

"Ma perché il fuoco?" domandò ad un tratto. "Accendevano sempre il camino in questa stanzetta, anche in una notte di primavera?".

Mortimer Tregennis spiegò che la serata era stata fredda e umida; per questo motivo avevano acceso il fuoco dopo il suo arrivo. "Che intende fare adesso, signor Holmes?" chiese.

Il mio amico sorrise e mi posò una mano sul braccio. "Credo, Watson, che riprenderò la mia vecchia abitudine di autointossicazione tabagica che lei così spesso e così giustamente ha condannato", disse. "Col vostro permesso, signori, faremo adesso ritorno al nostro villino, perché non credo che ci si possa presentare qui qualche fattore nuovo. Rielaborerò gli avvenimenti dentro di me, signor Tregennis, e se mi venisse in mente qualcosa mi metterò immediatamente in comunicazione con lei e col vicario.

Intanto auguro a entrambi il buongiorno".

Fu solo molto tempo dopo, quando fummo rientrati a Poldhu Cottage, che Holmes ruppe il suo lungo e ostinato silenzio. Si era tutto raggomitolato nella sua poltrona, la sua faccia magra e ascetica quasi spariva tra le azzurrognole spire della pipa, le sue nere sopracciglia erano contratte, la fronte solcata di rughe, gli occhi assorti vagavano nello spazio.

Improvvisamente posò la pipa e balzò in piedi.

"Non va, Watson", disse scoppiando in una risata. "Andiamo a fare una passeggiata insieme sino alle rocce, in cerca di frecce di selce. Sarà più facile trovare relitti neolitici che non la chiave di questo problema. Permettere al cervello di lavorare senza materiale sufficiente è come mettere un motore in folle. Non si fa che ridurlo in pezzi. Occorrono aria marina, sole e pazienza, mio caro Watson... e il resto verrà da sé".

"E adesso tentiamo di definire con calma la nostra posizione", proseguì mentre costeggiavamo insieme gli scogli. "Cerchiamo di afferrare saldamente il pochissimo che sappiamo, di modo che quando sorgeranno fatti nuovi noi potremo essere pronti a sistemarli nelle loro giuste caselle. Suppongo in primo luogo che nessuno di noi due è disposto ad ammettere intrusioni diaboliche in questioni umane. Incominciamo con lo scartare totalmente questa evenienza. Benissimo. Rimangono così tre persone che sono state spaventosamente colpite da un elemento umano, conscio o inconscio.

Qui ci muoviamo su terreno sicuro. Ora, quando si verificò questo incidente? Ammettendo naturalmente che la sua narrazione sia esatta, la tragedia dovette avvenire subito dopo che il signor Mortimer Tregennis ebbe lasciato la stanza. Questo è un punto importantissimo.

Dobbiamo perciò supporre che il fatto avvenne pochissimi minuti dopo. Le carte erano ancora sparse sul tavolo.

L'ora normale in cui erano soliti coricarsi era già trascorsa, eppure né cambiarono di posto né scostarono le seggiole. Ripeto pertanto che il fatto dovette verificarsi subito dopo la partenza di Tregennis, e comunque non più tardi delle undici di ieri sera.

La nostra prima mossa sarà dunque quella di controllare, per quanto possibile, tutti i passi di Mortimer Tregennis dal momento in cui lasciò quella stanza. In questo non dobbiamo incontrare alcuna difficoltà e mi sembra che ogni suo movimento sia al di sopra di qualsiasi sospetto. Lei che conosce bene i miei sistemi avrà notato il pretesto alquanto goffo dell’annaffiatoio al quale sono ricorso per ottenere un'impronta più chiara del suo piede di quanto sarebbe stato altrimenti possibile. Il sentiero umido e sabbioso la ritenne in modo perfetto. Anche la notte scorsa era umida, se ben ricordo, e non mi fu difficile, avendo ottenuto un'impronta di campione, ritrovare la sua traccia tra le altre e seguire i suoi movimenti. Mi è risultato che lui si sia allontanato rapidamente in direzione del vicariato.

Se dunque Mortimer Tregennis è scomparso dalla scena e tuttavia qualcuno dall'esterno ha potuto esercitare la sua letale influenza sui giocatori di carte, come possiamo ricostruire l'identità di questa persona e come fu possibile creare intorno a quei tre disgraziati una così spaventosa e mortifera atmosfera di orrore?

Dobbiamo scartare assolutamente la signora Porter. E' una persona evidentemente inoffensiva. Esiste una prova che qualcuno sia salito strisciando sino alla finestra producendo non sappiamo come un effetto così terrificante da far uscire di senno quei tre poveretti? La sola ipotesi in tal senso ci è fornita dallo stesso Mortimer Tregennis, il quale sostiene che suo fratello ebbe la sensazione di un movimento in giardino. Questo è indubbiamente un fatto strano, poiché la notte era piovosa, nuvolosa e buia.

Chiunque avesse avuto l'intenzione di spaventare questa gente sarebbe stato costretto ad avvicinare la faccia direttamente contro il vetro, prima di poter essere scorto. Intorno a questa finestra, dall'esterno, corre un bordo di fiori largo circa novanta centimetri, ma esso non reca alcuna traccia d'impronte. E perciò difficile immaginare come qualcuno dall'esterno possa aver fatto su quei tre un'impressione così spaventosa, né abbiamo trovato alcun motivo plausibile per un attentato tanto strano e complesso. Si rende conto delle difficoltà che dobbiamo affrontare, Watson?".

"Altroché!" risposi con la massima convinzione.

"Eppure se avessimo un poco più di elementi, potremmo dimostrare che non sono poi insormontabili", proseguì Holmes. "Io credo che nei suoi vasti archivi lei riuscirebbe a trovare qualche altro caso che offrirebbe probabilmente oscurità analoghe. Tuttavia metteremo da parte per il momento questo problema sino a quando non avremo raccolto dati più precisi, e dedicheremo il resto della nostra mattinata alla ricerca dell'uomo neolitico".

Ho già accennato più volte al potere di distacco mentale di Holmes, ma questa sua facoltà non mi stupì mai tanto come in quella mattina di primavera in Cornovaglia, quando per ben due ore si mise a discutere ininterrottamente di Celti, di punte di freccia, di cocci arcaici, con una disinvoltura come se nessun mistero sinistro attendesse da lui una soluzione. Fu soltanto nel pomeriggio, di ritorno al nostro villino, quando trovammo un visitatore ad aspettarci, che le nostre menti ritornarono alla tragedia. Né io né Holmes avemmo bisogno che qualcuno ci dicesse chi era questo visitatore. Quel corpo immenso, quel volto solcato di rughe e scavato come una roccia, quegli occhi fieri, quel naso aquilino, quei capelli brizzolati che quasi sfioravano il soffitto della nostra casetta, quella barba dorata ai bordi e bianca presso le labbra, salvo le macchie di nicotina lasciate da un sigaro perenne, tutti questi lineamenti erano altrettanto noti a Londra quanto lo erano in Africa, e non potevano che essere associati alla formidabile personalità del dottor Leon Sterndale, il celebre cacciatore di leoni ed esploratore.

Avevamo saputo della sua presenza nella regione e un paio di volte avevamo avvistato la sua gigantesca figura lungo i sentieri della landa. Ma egli non aveva mai fatto nulla per avvicinarsi a noi, né noi d'altronde ci saremmo mai sognati di abbordarlo, poiché era risaputo che unicamente per amore di isolamento, egli era solito trascorrere la maggior parte degli intervalli concessi dai suoi lunghi viaggi in un minuscolo bungalow seppellito nel bosco isolato di Beauchamp Arriance. Laggiù, tra i suoi libri e le sue mappe, trascorreva un'esistenza di assoluta segregazione, badando da sé alle proprie semplici necessità, e senza minimamente curarsi degli affari del proprio prossimo. Fui quindi grandemente sorpreso di udirlo chiedere a Holmes con voce ansiosa se aveva fatto qualche passo in avanti nella ricostruzione di quel misterioso episodio. "La polizia della contea è completamente nel falso", disse; "ma forse la sua assai più vasta esperienza sarà riuscita a suggerirle qualche spiegazione plausibile. La mia sola pretesa a essere messo a parte della sua fiducia sta nel fatto che durante i miei numerosi soggiorni qui, mi sono legato di stretta amicizia con la famiglia dei Tregennis, anzi da parte di mia madre potrei chiamarli cugini, e il loro tragico destino mi ha naturalmente parecchio colpito. Le dirò anzi che ero già giunto a Plymouth, diretto in Africa, ma ebbi la notizia questa mattina, e sono ritornato indietro immediatamente per collaborare all'inchiesta".

Holmes inarcò le sopracciglia.

"Dunque a causa di questo ha perduto il piroscafo?".

"Prenderò il prossimo".

"Perbacco! Questa sì che è amicizia!".

"Se le dico che erano parenti!".

"Già... cugini da parte di sua madre. Il suo bagaglio è rimasto a bordo della nave?".

"Una parte, ma il grosso l'ho con me all'albergo".

"Capisco. Ma la notizia di questo avvenimento non può certo averla raggiunta sui giornali del mattino di Plymouth!".

"No, signore; mi è stata data per telegramma".

"Posso chiederle chi le ha mandato questo telegramma?".

Sul volto scabro dell'esploratore passò un'ombra.

"Com'è inquisitivo, signor Holmes!".

"E' il mio mestiere".

Con uno sforzo il dottor Sterndale si ricompose.

"Non ho alcuna obiezione a dirglielo", rispose. "E' stato il vicario a spedirmi il telegramma che mi ha richiamato".

"Grazie", disse Holmes. "Rispondendo alla sua prima domanda le dirò che non ho ancora idee molto chiare su questo caso, ma che nutro ogni speranza di arrivare presto a una conclusione. Sarebbe prematuro aggiungere altro".

"Non le dispiacerebbe dirmi se i suoi sospetti si appuntano in qualche particolare direzione?".

"No, su questo non posso rispondere".

"Allora io ho sprecato il mio tempo, ed è inutile che prolunghi la mia visita". Il celebre dottore uscì a lunghi passi dal nostro villino, in preda a visibile malumore, e in capo a cinque minuti Holmes lo aveva seguito. Non lo rividi più sino a sera. Quando ritornò camminava piano e con un viso smarrito, il che mi fece capire come le sue ricerche non avessero fatto gran che progressi.

Gettò un'occhiata a un telegramma che lo aspettava, ma subito lo buttò nel fuoco.

"Mi è stato mandato dall'albergo di Plymouth, Watson", mi spiegò.

"Me ne son fatto dire il nome dal vicario, e ho telegrafato per accertarmi che la versione del dottor Leon Sterndale fosse esatta.

Sembra che abbia effettivamente passato la notte laggiù, e che una parte del suo bagaglio sia già partita per l'Africa, mentre lui è rientrato per essere presente a questa inchiesta. Lei che cosa arguisce da tutto questo, Watson?".

"Che la cosa lo interessa profondamente".

"Lo interessa profondamente... già. C'è un filo qui che non siamo ancora riusciti ad afferrare e che forse potrebbe servirci a districare questo garbuglio. Su allegro, Watson, perché sono sicurissimo che non abbiamo ancora in mano tutti gli elementi necessari.

Quando questo avverrà tutte le nostre difficoltà saranno dissipate".

Non avrei mai pensato che le parole di Holmes si sarebbero così presto avverate, né mai avrei potuto supporre quanto strani e sinistri sarebbero stati i nuovi sviluppi del caso che dovevano aprirci dinanzi una linea di ricerche assolutamente inattesa. Mi stavo facendo la barba accanto alla finestra, il mattino dopo, quando sentii uno scalpitìo di zoccoli, e alzando lo sguardo vidi un calesse che sopraggiungeva divorando letteralmente la strada.

Il veicolo si fermò davanti alla nostra porta e ne balzò a terra il nostro vicario che cominciò a correre su per il sentiero del giardino. Holmes era già vestito e insieme ci muovemmo subito al suo incontro.

Il nostro ospite era talmente emozionato che non riusciva quasi ad articolare parola, ma infine tra balbettii e affannamenti riuscimmo a cavargli alla meglio di bocca il suo tragico racconto.

"Siamo invasati dal diavolo, signor Holmes. La mia povera parrocchia è ossessa!" gridava.

"Ci si è scatenato addosso Satana in persona! Siamo stati abbandonati in suo potere!". Era talmente agitato che quasi ballava, e sarebbe stato oggetto di ridicolo se non fosse stato per quel suo volto cinereo e gli occhi strabuzzati. Finalmente sparò fuori la sua terribile notizia.

"Mortimer Tregennis è morto durante la notte, presentando esattamente gli stessi sintomi che sono stati riscontrati negli altri componenti la sua famiglia".

Holmes balzò in piedi, fremente di energia dai talloni alla radice dei capelli.

"Può farci salire tutti e due sul suo calesse?".

"Sì, certo".

"In questo caso, Watson, rimanderemo la nostra colazione. Signor Roundhay, siamo a sua completa disposizione. Presto... presto, prima che avvenga uno spostamento".

Tregennis aveva occupato due camere del vicariato, che si trovavano in un angolo, isolate dal resto della costruzione, l'una sopra l'altra. Al piano di sotto c'era un ampio salotto, a quello superiore la camera da letto. Davano su un prato, adibito al gioco del "croquet", che arrivava fin sotto le finestre. Eravamo giunti prima del medico e della polizia, di modo che tutto era rimasto assolutamente intoccato. Desidero descrivere esattamente la scena come essa si presentò a noi in quella nebbiosa mattina di marzo.

Mi ha lasciato nell'animo un'impressione che nulla potrà mai cancellare.

L'atmosfera della stanza era intollerabilmente soffocante. La domestica che era entrata per prima nel locale aveva dovuto spalancare la finestra, che altrimenti l'aria sarebbe stata ancora più irrespirabile. Ciò poteva essere dovuto in parte al fatto che una lampada posata al centro della tavola ardeva e fumava ancora. Accanto a questa sedeva il morto, rovesciato nella poltrona, la rada barba sporgente, gli occhiali spinti indietro sulla fronte, la scura e magra faccia volta verso la finestra e contorta in quella stessa smorfia di orrore che aveva alterato i lineamenti della sua povera sorella. Anche le sue membra erano convulse e le dita contratte come se fosse morto in un vero e proprio parossismo di paura. Era completamente vestito, per quanto appariva evidente che aveva dovuto far toeletta in modo sommario.

Già sapevamo che il suo letto mostrava chiaramente come Tregennis ci avesse dormito, e che la tragica fine era sopravvenuta durante le prime ore del mattino.

Chiunque avesse assistito al mutamento improvviso sopravvenuto in lui dal momento in cui entrò in quella stanza fatale, avrebbe compreso l'incandescente energia che si nascondeva sotto l'aspetto esternamente flemmatico di Holmes. In un attimo era diventato vigile, intento; i suoi occhi si erano messi a brillare, la sua faccia si era chiusa, le sue membra vibravano di un fremito intensissimo di attività. Usciva sul prato, rientrava dalla finestra, faceva il giro della stanza, saliva su nella camera da letto, proprio come un cane irrequieto a caccia di volpi che si appresti a stanare la sua preda. Nella camera da letto fece un rapido giro, e finì con lo spalancare la finestra, il che sembrò procurargli un nuovo motivo di agitazione, poiché si sporse da questa lanciando alte esclamazioni d'interesse e di compiacimento.

Si precipitò quindi di sotto, e fuori un'altra volta per la finestra aperta; quindi si buttò a faccia a terra sul prato, balzò in piedi e ripiombò di nuovo nella stanza, il tutto con l'energia del cacciatore che è sul punto di acciuffare la sua selvaggina. La lampada, che era di tipo ordinario, venne da lui esaminata con cura minuziosa, soprattutto per quel che riguardava certe misurazioni della boccia. Ispezionò quindi attentamente con la propria lente lo schermo che ricopriva la sommità del tubo, e ne grattò alcuni rimasugli di cenere che avevano aderito alla sua superficie, nel punto più alto, e che ripose in una busta che mise a sua volta nel portafoglio. Infine, proprio mentre il medico e la polizia ufficiale facevano la loro comparsa, fece un cenno al vicario e tutti e tre ci avviammo sul prato.

"Sono lieto di comunicarle che la mia investigazione non è stata del tutto infruttuosa", disse. "Non posso fermarmi a discutere l'argomento con la polizia, ma le sarei obbligatissimo, signor Roundhay, se volesse avere la bontà di salutare da parte mia l'ispettore e di rivolgere la sua attenzione alla finestra della camera da letto e alla lampada del salotto. Ciascuno di questi elementi è interessante e insieme io li giudicherei pressoché conclusivi. Se la polizia desiderasse ulteriori informazioni, sarò lieto di fornirgliele al villino. E adesso, Watson, credo che la nostra presenza si dimostrerà più utile altrove".

E' probabile che la polizia si fosse seccata dell'intrusione di un dilettante, o forse pensava di trovarsi su una linea di ricerca più sicura; comunque è certo che nessuno della forza ufficiale si fece vedere nei due giorni seguenti. Durante questo intervallo Holmes trascorse parzialmente il proprio tempo fumando e sognando nella casetta; ma spese la maggior parte di quelle giornate in passeggiate campestri che intraprendeva da solo, ritornando dopo molte ore senza dirmi sia pure con accenni dove fosse stato.

Un'esperienza servì a dimostrarmi la sua linea di ricerca. Aveva acquistato una lampada che era la copia esatta di quella che era rimasta accesa nella stanza di Mortimer Tregennis il mattino della tragedia. La riempì con lo stesso petrolio usato al vicariato, e calcolò esattamente il tempo necessario che occorreva a esaurirla.

Eseguì poi un'altra esperienza di natura più sgradevole, e tale che non mi sarà facile dimenticarla.

"Lei avrà notato, Watson", mi disse un pomeriggio, "che c'è un unico punto comune di somiglianza negli elementi disparati che siamo riusciti a raccogliere. Questo consiste nell'effetto prodotto in ciascun caso dall'atmosfera della stanza su quelli che ci sono entrati per primi. Ricorderà che Mortimer Tregennis, nel descrivere l'episodio della sua ultima visita alla casa dei suoi fratelli, disse che il medico entrando nella stanza si era accasciato su una seggiola... Lo ha dimenticato? Bene, io no. E adesso ricorderà che anche la signora Porter, la governante, ci disse che pure lei era svenuta, appena entrata, e che solo successivamente aveva aperto la finestra. Nel secondo caso, nel caso dello stesso Mortimer Tregennis, lei non può aver scordato il senso orribile di soffocazione che ci serrò la gola appena arrivammo, benché la domestica avesse già spalancato la finestra.

Orbene, questa domestica, mi sono informato, era stata talmente male che aveva dovuto mettersi a letto. Lei ammetterà, Watson, che questi fatti sono molto significativi. In ciascun caso abbiamo una prova inconfutabile di avvelenamento dell'atmosfera. In ciascun caso inoltre ci troviamo di fronte a un processo di combustione.

Nel primo caso il fuoco era acceso nel camino, nel secondo una lampada ardeva. Del fuoco c'era stato bisogno, ma la lampada era stata accesa - come dimostrerà un paragone col petrolio consumato - molto tempo dopo che s'era fatto giorno. Perché? Indubbiamente perché deve esistere un nesso tra questi tre fattori: la combustione, l'atmosfera soffocante e infine la pazzia o la morte di questa disgraziata gente. Questo è chiaro, non trova?".

"Direi di sì".

"Accettiamola almeno come ipotesi operante. Ammetteremo dunque che in ciascun caso fu bruciato qualcosa che produsse nell'atmosfera misteriosi effetti tossici. Benissimo. Nel primo caso - il caso della famiglia Tregennis - questa sostanza fu posta nel fuoco. Ora la finestra era chiusa, ma il fuoco avrebbe naturalmente trasportato i vapori su per la cappa, almeno per un certo tempo.

Perciò si dovrebbe supporre che qui gli effetti del veleno fossero minori che non nel secondo caso, dove i fumi venefici avevano una via di uscita minore. I risultati sembrano indicare che così fu infatti, poiché nel primo caso la donna soltanto, dotata presumibilmente di un organismo più sensibile, fu uccisa, mentre gli altri offrirono fenomeni di pazzia temporanea o permanente che dev'essere evidentemente il primo stadio provocato dalla droga.

Nel secondo caso il risultato fu totale. Pertanto i fatti sembrano avvalorare l'ipotesi di un veleno operante attraverso un processo di combustione.

Seguendo nel mio cervello questo procedimento argomentativo era naturale che cercassi nella stanza di Mortimer Tregennis qualche traccia di questa sostanza. Il primo oggetto che ispezionai, logicamente, fu lo schermo o paralume che dir si voglia della lampada. Ed ecco infatti che vi scorsi immediatamente una certa quantità di cenere fioccosa, e intorno ai bordi notai una frangia di polvere bruniccia, che non si era ancora del tutto consumata.

Di questa ho prelevato una parte, come lei ha visto, e l'ho riposta in una busta".

"Perché una parte soltanto, Holmes?".

"Non sta a me, mio caro Watson, intralciare le ricerche della polizia ufficiale. Io lascio a loro le stesse prove trovate da me.

Se avranno l'intelligenza di scoprirlo, il veleno si trova ancora sullo schermo. E adesso, Watson, accenderemo la nostra lampada.

Prenderemo la precauzione di aprire la finestra onde evitare il prematuro decesso di due degni membri della società umana, e lei si metterà in poltrona vicino a quella finestra aperta, a meno che da persona di buon senso non decida di non aver nulla a che fare con questa storia. Oh, vuol vedere come va a finire? Ero sicuro di conoscere il mio Watson.

Questa seggiola la metterò di fronte alla sua, in modo da poter restare entrambi a uguale distanza dal veleno, e a faccia a faccia. La porta la lasceremo socchiusa.

Adesso siamo ciascuno in posizione di osservare l'altro e di sospendere l'esperienza nel caso in cui sintomi dovessero rivelarsi allarmanti. E' chiaro? Ecco dunque, tolgo la nostra polvere - o quel che ne rimane - da questa busta, e la poso sopra la lampada accesa. Così. E adesso, Watson, sediamoci e aspettiamo gli avvenimenti".

Non tardarono certo a presentarsi. Mi ero appena messo a sedere che immediatamente mi resi conto di un odore grave, muschioso, sottile e nauseabondo. Alla prima sua zaffata il mio cervello e la mia immaginazione persero ogni controllo. Una nube fitta e nera mi calò sugli occhi, e la mia mente mi disse che in questa nube, invisibile ancora, ma pronta a balzare sui miei sensi terrificati, si celava quanto di vagamente orribile, quanto di mostruoso e di inconcepibilmente malvagio si aggira per l'universo. Forme indistinte roteavano e giravano vorticosamente in mezzo al nero banco di nubi, e ciascuna era una minaccia e un avvertimento di qualcosa che stava per sopraggiungere. Era la premonizione di un innominabile essere che stava per comparire sulla soglia, e la cui sola ombra sarebbe bastata a incenerire la mia anima. Un raggelante orrore si impadronì di me. Sentii che i capelli mi si rizzavano sul capo, che gli occhi mi schizzavano dalle orbite, che la mia bocca si era aperta, e che la lingua mi si era indurita come cuoio. Tale era il tumulto del mio cervello che qualcosa in esso doveva certamente spaccarsi. Tentai di urlare, ebbi la vaga sensazione di un gracidare rauco che doveva essere la mia voce, ma infinitamente lontana e distaccata da me. Nello stesso istante, in un supremo sforzo di fuga, irruppi attraverso quella nube di desolazione e colsi una visione fuggevole del viso di Holmes, bianco, irrigidito, impietrito dall'orrore, trasformato nella stessa maschera che io aveva visto impressa sui lineamenti dei cadaveri. Fu questa visione a darmi un attimo di lucidità e di forza. Balzai dalla mia seggiola, gettai le braccia intorno ad Holmes, insieme ci precipitammo barcollando verso la porta, e un attimo dopo eravamo distesi a fianco a fianco sull'aiuola, consapevoli soltanto del radioso sole che si apriva gloriosamente il varco attraverso l'infernale nube di terrore che ci aveva avvolti. Questa si sollevò lentamente dalle nostre anime, simile alle brume diradantisi da un paesaggio, finché la pace e la ragione ritornarono in noi, e ci mettemmo a sedere sull'erba, asciugandoci la fronte madida e guardandoci l'un l'altro con apprensione, quasi a fissare nei nostri spiriti le ultime tracce della spaventosa esperienza alla quale ci eravamo sottoposti.

"Parola d'onore, Watson", disse finalmente Holmes con voce ancora malferma, "devo ringraziarla e farle le mie scuse al tempo stesso.

E' stato un esperimento imperdonabile anche nei miei confronti, ma doppiamente nei confronti di un amico. Non so come chiederle perdono".

"Lei sa benissimo", risposi non senza emozione, dato che non avevo mai visto prima d'allora un Holmes così affettuoso, "che per me la più grande gioia, il massimo privilegio consiste nel poterle essere di aiuto".

Ricadde subito nella vena semi ironica, semi cinica che era il suo atteggiamento abituale verso quelli che lo circondavano. "Sarebbe stato più che sufficiente per farci impazzire, mio caro Watson", disse, "per quanto un osservatore senza pregiudizi dichiarerebbe certamente che lo eravamo già ancor prima di imbarcarci in un'esperienza così temeraria. Ma confesso che non avrei mai immaginato che l'effetto potesse essere tanto grave e subitaneo".

Rientrò di corsa nella casetta e ricomparve con la lampada ancora accesa, ma tenendola a debita distanza, e si affrettò a buttarla tra un mucchio di rovi secchi. "Dobbiamo dar tempo all'ambiente di purificarsi un po'. Io penso, Watson, che lei non abbia più ombra di dubbio sul modo come siano accadute queste tragedie!".

"Certamente".

"La causa però ne rimane più oscura che mai. Andiamo sotto quella pergola e discutiamo insieme. Ho la sensazione che quella porcheria mi pizzichi ancora la gola. A parer mio tutte le prove stanno a dimostrare che Mortimer Tregennis sia stato l'assassino nella prima tragedia, e sia diventato vittima nella seconda. Non dimentichiamo infatti che ci fu un litigio di famiglia seguito da una riconciliazione. Non sappiamo però sino a che punto si spinse il litigio, né il valore effettivo di questa riconciliazione. Se penso a Mortimer Tregennis, a quella sua faccia volpina e a quei suoi occhietti tondi e astuti dietro gli occhiali, dubito che egli fosse un uomo facile al perdono. D'altronde rammenterà che l'idea che qualcuno si muovesse nel giardino, e che per un attimo distolse la nostra attenzione dalla causa reale della tragedia, emanò da lui. Egli aveva un motivo per metterci fuori strada. E d'altronde se non è stato lui a gettare nel fuoco questa sostanza nel momento di lasciare la sala da pranzo, chi altri può essere stato? La tragedia scoppiò immediatamente dopo la sua partenza; ora, se fosse entrato qualcun altro, la famiglia si sarebbe certamente alzata da tavola. D'altronde nella pacifica Cornovaglia la gente non va a far visita al prossimo dopo le dieci di sera.

Possiamo quindi supporre con ogni probabilità che tutte le prove indicano Mortimer Tregennis come il solo colpevole".

"Allora la sua morte fu un suicidio".

"Ecco, Watson, così a tutta prima non sembrerebbe un'ipotesi impossibile. Un uomo che si sia macchiato la coscienza di un così spaventoso fratricidio potrebbe benissimo essere spinto dal rimorso a infliggere su se stesso una fine analoga. Ci sono però parecchi forti motivi a sfavore di questa ipotesi. C'è per fortuna un uomo in Inghilterra che sa tutto a questo proposito, e ho predisposto le cose in modo che potremo apprendere i fatti direttamente dalle sue labbra, e questo pomeriggio stesso. Ah! Ma eccolo che arriva un po' in anticipo... La prego di passare da questa parte, dottor Sterndale. Abbiamo tentato un'esperienza chimica dentro casa che ha ridotto la nostra stanza in condizioni assolutamente inadatte a ricevere un ospite di riguardo qual è lei".

Avevo udito il clicchettìo del cancello del giardino, e ora la maestosa figura del celebre esploratore africano apparve sul sentiero. Egli si volse con una certa sorpresa verso la rustica pergola sotto la quale sedevamo.

"Lei mi ha mandato a chiamare, signor Holmes. Ho ricevuto il suo messaggio circa un'ora fa, e sono venuto, anche se non so francamente per quale motivo dovrei obbedire alle sue ingiunzioni".

"Potremo forse chiarire la situazione prima di separarci", replicò Holmes. "Nel frattempo le sono molto obbligato per la sua cortese accondiscendenza. Vorrà scusare questo ricevimento alla buona, così all'aria aperta, ma al mio amico Watson e a me poco è mancato che si aggiungesse, per causa nostra, un ulteriore capitolo a ciò che i giornali chiamano l''Orrore di Cornovaglia'. E per qualche oretta preferiamo un'atmosfera pulita.

Ma siccome le cose di cui dobbiamo discutere la riguardano personalmente e in maniera assai intima, sarà forse meglio anche per lei che discutiamo in un luogo dove nessuno possa origliare".

L'esploratore si tolse il sigaro di bocca e fissò intensamente il mio compagno.

"Non so veramente immaginare che cosa possono essere questi argomenti che mi riguardano, come lei dice, in modo così personale e intimo", rispose.

"Alludo all'assassinio di Mortimer Tregennis", sbottò Holmes.

Rimpiansi per un attimo di non essere armato. La faccia crudele di Sterndale si era fatta di un rosso cupo, i suoi occhi lanciarono fiamme, e grossi noduli venosi gli gonfiarono la fronte, mentre balzava sul mio compagno coi pugni chiusi. Ma subito si fermò, e con uno sforzo violento su se stesso riprese un aspetto di calma rigida e fredda ancor più pericoloso, forse, che non quel suo precedente scoppio appassionato d'ira.

"Ho vissuto tanto tempo tra i selvaggi e al di fuori della legge" disse, "che ho finito col prendere l'abitudine di essere la legge io stesso. La pregherei di non dimenticare questo, signor Holmes, poiché non è affatto mio desiderio recarle danno".

"E non è neppure mio desiderio recar danno a lei, egregio dottore.

Certamente la prova migliore di ciò è che, pur sapendo quello che so, ho mandato a chiamare lei e non la polizia".

Sterndale cadde a sedere con un gemito, intimorito forse per la prima volta in tutta la sua avventurosa esistenza. Ma dalla forte e sicura calma di Holmes emanava un fascino imperioso al quale era difficile resistere. Il nostro ospite balbettò per un istante, e nell'agitazione di cui era preda, le sue grandi e vigorose mani si chiusero e si aprirono convulsamente.

"Che intende dire?" chiese infine. "Se lei crede di spaventarmi non ha scelto l'uomo adatto, signor Holmes. Ma smettiamola di menar il can per l'aia. Che intende dire, ripeto?".

"La servirò subito", rispose Holmes, "e il motivo per cui voglio parlarle è che spero che dalla franchezza possa nascere la verità.

La mia mossa successiva dipenderà esclusivamente dal modo in cui lei si difenderà".

"Come mi difenderò?".

"Sissignore".

"Ma difendermi da che cosa?".

"Dall'accusa di assassinio nella persona di Mortimer Tregennis".

Sterndale si passò il fazzoletto sulla fronte madida. "Perbacco, come corre", disse. "Tutti i suoi successi dipendono forse da questa sua prodigiosa abilità nel bluff?".

"Il bluff", disse Holmes con voce severa, "è tutto dalla sua parte, dottor Sterndale, e non dalla mia. Come prova di quanto le dico le riferirò alcuni dei fatti sui quali sono basate le mie conclusioni. Del suo ritorno da Plymouth, in seguito al quale lei ha permesso che gran parte del suo bagaglio proseguisse da solo per l'Africa, non dirò nulla, se non che esso mi rivelò come lei era uno dei fattori che occorreva prendere in considerazione per ricostruire questo dramma..".

"Io sono ritornato..".

"Mi ha già detto le sue ragioni ma io le ritengo poco convincenti e inadeguate. Ma per il momento trascuriamole. Lei è venuto qui per chiedermi di chi io sospettassi. Io mi sono rifiutato di risponderle. Lei allora si è recato alla parrocchia, ha aspettato per qualche tempo fuori di questa, e infine è rientrato al suo villino".

"Come sa tutto questo?".

"Perché l'ho seguita".

"Ma se io non ho visto nessuno!".

"Questo è il meno che può capitare a un mio simile quando io mi metto a seguirlo. Lei ha trascorso nel suo villino una notte inquieta, e ha formulato certi piani che all'alba ha deciso di mettere in atto. Ha lasciato casa sua proprio mentre il giorno spuntava, e si è riempito le tasche di una ghiaietta rossastra che giaceva ammucchiata presso il suo cancello".

Sterndale sobbalzò violentemente e fissò Holmes sbalordito.

"Ha proceduto quindi a passi rapidi lungo il miglio di strada che separa la sua casa dal vicariato. Aggiungerò che calzava questo stesso paio di scarpe da tennis che ha attualmente ai piedi.

Giunto alla parrocchia è passato dall'orto e dalla siepe laterale e si è portato sotto alla finestra di Tregennis. Era ormai giorno, ma la gente di casa non si muoveva ancora. Si è cavato di tasca un po' di quella ghiaia e l'ha buttata contro la finestra del piano di sopra".

Sterndale balzò in piedi.

"Io credo che lei sia il diavolo in persona!" gridò.

Holmes sorrise del complimento. "Dovette lanciarne due e fors'anche tre manciate prima che Tregennis venisse alla finestra.

Lei gli ingiunse di scendere abbasso. Tregennis si vestì sommariamente e discese nel suo salottino. Lei entrò dalla finestra. Seguì tra voi due un colloquio, un colloquio molto breve, durante il quale lei ha continuato a passeggiare avanti e indietro per la stanza. Quindi è uscito e ha chiuso la finestra, e si è fermato sul prato davanti a fumare un sigaro e a osservare quello che succedeva. Infine, dopo la morte di Tregennis, se ne è andato così com'era venuto. E adesso, egregio dottore, come giustifica questa sua condotta, e quali sono stati i motivi che l'hanno spinta a un simile gesto? Se lei cerca d'imbrogliarmi, sia pure di poco, le do la mia parola d'onore che io mi laverò per sempre e completamente le mani di questa faccenda".

Mentre ascoltava queste parole del suo accusatore, il nostro ospite si era fatto cinereo in volto. Rimase seduto per qualche tempo in silenzio, il capo affondato tra le mani. A un tratto, con un gesto impulsivo, si cavò dalla tasca del panciotto una fotografia che gettò davanti a noi, sulla tavola rustica.

"Ecco perché ho fatto quel che ho fatto", disse.

La fotografia rivelava il busto e il volto di una donna bellissima. Holmes si chinò a osservarla.

"E' Brenda Tregennis", disse.

"Sì, è Brenda Tregennis", ripeté lentamente il nostro visitatore.

"L'ho amata per anni, e per anni anche lei mi ha amato. Ecco il segreto di questo mio isolamento cornovagliese di cui la gente tanto si stupisce. Esso mi permetteva di avvicinarmi alla sola creatura sulla terra che mi fosse cara. Non potevo sposarla, poiché ho una moglie che da anni mi ha abbandonato e dalla quale tuttavia, per colpa delle odiose leggi inglesi, non mi era possibile divorziare. Brenda aspettò per anni, per anni aspettai anch'io, ed ecco il risultato della nostra attesa..".

Un singhiozzo spaventoso scosse la sua gigantesca sagoma, ed egli si afferrò la gola, di sotto alla barba chiazzata. Infine con un grande sforzo si padroneggiò e riprese: "Il vicario sapeva: era al corrente del nostro segreto. Lui vi dirà se mai donna fu più di lei angelo in terra. Ecco perché mi ha telegrafato e perché sono tornato. Che m'importava del mio bagaglio e dell'Africa dopo aver appreso il tragico destino toccato alla mia donna? E così lei ha adesso l'indizio che le mancava per spiegare il modo di procedere, signor Holmes".

"Continui", disse il mio amico.

Il dottor Sterndale cavò di tasca un pacchetto di carta e lo posò sulla tavola. Sopra c'era scritto "Radix Pedis Diaboli", e la scritta era accompagnata da un'etichetta rossa su cui era stampato "veleno". Spinse il pacchetto verso di me. "So che lei è medico: ha mai sentito parlare di questo preparato?".

"Radice di piede di diavolo! No, mai".

"Infatti non può avere rapporti con le sue conoscenze professionali poiché credo che, tranne un unico campione che si trova in un laboratorio di Budapest, non ne esista un altro in Europa. Non ha ancora trovato il suo posto né nella farmacopea, né nella letteratura tossicologica. E' una radice che ha forma di piede per metà umano e per metà caprino; di qui il nome fantasioso datole da un botanico missionario. E' usata come veleno, nelle prove che ricordano i medievali giudizi di Dio, dai medici stregoni di certe regioni dell'Africa occidentale, ed è un segreto che essi si tramandano tra loro. Mi fu possibile ottenere questo particolare campione nella zona dell'Ubanghi, in circostanze del tutto straordinarie". Così dicendo aprì il pacchetto mettendo allo scoperto un mucchietto di polvere rossobruna, simile a tabacco da presa.

"Ebbene?" domandò Holmes in tono severo.

"Sto appunto per spiegarle, signor Holmes, tutto quello che effettivamente accadde, poiché lei sa già tante cose, ormai, che è evidentemente nel mio interesse che sappia pure il resto.

Già le ho spiegato i rapporti intercorrenti tra me e la famiglia Tregennis. Per amore della sorella frequentavo con cordialità anche i fratelli. In seguito a un litigio familiare per questioni di denaro, Mortimer si era straniato dagli altri, ma sembrava che la cosa si fosse riappacificata, e in seguito mi ero rimesso a frequentarlo come frequentavo gli altri. Era un essere astuto, sottile, sempre pronto a tramare, e per varie ragioni avevo preso a sospettare di lui, ma non mi diede mai motivo per una vera e propria lite.

Un giorno, non più di un paio di settimane fa, venne a trovarmi al mio villino e io gli mostrai qualcuna delle mie curiosità africane. Tra l'altro gli feci vedere questa polvere, e gliene spiegai le strane proprietà, dicendogli cioè come essa stimoli i centri cerebrali che controllano l'emozione della paura, e come la pazzia o la morte siano il destino del disgraziato indigeno che il santone della sua tribù sottomette a questa prova. Gli spiegai anche come la scienza europea sarebbe incapace di scoprirne gli effetti. Come riuscì a impadronirsene non saprei dire, perché io non uscii mai dalla stanza, ma dovette certamente farlo mentre stavo aprendo degli stipi o mi ero chinato su alcune casse; certo è che riuscì a sottrarmi qualche radice di piede di diavolo.

Ricordo perfettamente, ora, come mi tempestasse di domande circa la quantità e il tempo necessari a produrre l'effetto desiderato, ma ero ben lontano dal sognare che potesse avere un motivo personale per farlo.

Non pensai più alla cosa finché il telegramma del vicario mi raggiunse a Plymouth. Il farabutto si era immaginato che io mi sarei trovato in alto mare prima che la notizia potesse raggiungermi, e che per anni sarei rimasto sperduto nel cuore dell'Africa. Io invece ritornai immediatamente. Naturalmente appena appresi i particolari della tragedia, ebbi la matematica certezza che qualcuno si era servito del mio veleno. Venni da lei nella speranza che le si fosse suggerita qualche altra spiegazione. Ma non poteva essercene un'altra. Mi convinsi che l'assassino era Mortimer Tregennis; per amore del denaro e col pensiero forse che se gli altri membri della sua famiglia fossero tutti impazziti, egli sarebbe diventato il solo custode dei loro beni indivisi, si era avvalso contro di loro della polvere di piede di diavolo, riducendo fuori di senno i suoi due fratelli maschi, e uccidendo sua sorella Brenda, il solo essere umano che io abbia mai amato e che mi abbia amato. Questo il suo delitto; quale il suo castigo?

Dovevo appellarmi alla legge? Ma quali erano le mie prove? Sapevo che i fatti erano quelli, ma potevo indurre una giurìa di compatrioti a credere a un racconto così fantastico? Forse sì e forse no. Ma non potevo concedermi il lusso di fallire. La mia anima invocava vendetta.

Già le ho detto poco fa, signor Holmes, che ho trascorso tanta parte della mia vita al di fuori della legge, che alla fine ho imparato a diventare io stesso la legge.

Così fu anche in questo caso. Decisi che il destino che lui aveva inflitto agli altri si sarebbe ritorto a suo danno. O questo, oppure mi sarei fatto giustizia con le mie stesse mani. In tutta l'Inghilterra non c'è un uomo che faccia meno caso della propria vita di quanto non ne faccia io in questo momento.

Ormai le ho detto tutto. Il resto l'ha detto lei. Come ha scoperto, infatti, dopo una notte insonne sono uscito presto dal mio villino, ho preveduto la difficoltà di svegliarlo, perciò ho raccolto un po' di ghiaia dal mucchio cui lei ha accennato, e me ne sono servito per lanciarla contro la sua finestra. Mortimer è sceso e mi ha fatto entrare dalla finestra del salotto. Io lo sbugiardai. Gli dissi che ero venuto come giudice e come carnefice. Di fronte alla mia pistola il disgraziato si accasciò su una seggiola, paralizzato dalla paura. Io accesi la lampada, vi cosparsi sopra la polvere e mi appostai fuori della finestra, pronto a mettere in atto la mia minaccia e a sparargli addosso nel caso avesse tentato di abbandonare la stanza. Morì nel giro di cinque minuti. Dio mio, che morte! Ma il mio cuore rimase d'acciaio, perché Mortimer non sopportò nulla che la mia innocente diletta non avesse provato prima di lui. Questa è la mia storia, signor Holmes. Forse, se avesse amato una donna, avrebbe fatto altrettanto. Comunque sono nelle sue mani. Faccia di me quello che vuole. Come già le ho detto non c'è un uomo al mondo che possa temere la morte meno di me".

Holmes rifletté alquanto in silenzio.

"Quali erano i suoi progetti?" domandò infine.

"Era mia intenzione seppellirmi nel centro dell'Africa. La mia opera laggiù è ancora per metà incompiuta".

"Vada dunque e finisca l'altra metà", disse Holmes. "Almeno per quanto mi riguarda, non ho la minima intenzione di impedirglielo".

Il dottor Sterndale alzò la sua figura gigantesca, si inchinò gravemente e uscì dalla pergola.

Holmes si accese la pipa e mi tese la sua sacca del tabacco.

"Un po' di vapori non velenosi saranno un diversivo gradito", disse. "Io spero che lei sarà d'accordo con me, Watson, che questo non è un caso in cui noi abbiamo il diritto d'intrometterci. La nostra inchiesta è stata indipendente, e indipendente resterà anche la nostra azione. Lei non denuncerebbe quest'uomo, non è vero?".

"Certamente no", risposi.

"Io non ho mai amato, Watson, ma se avessi amato e la mia donna avesse incontrato una simile morte, probabilmente avrei agito come il nostro cacciatore di leoni senza legge.

Chissà? Be', Watson, non voglio offendere la sua intelligenza spiegandole ciò che è ovvio.

La ghiaia rimasta sul davanzale della finestra costituì naturalmente il punto di partenza delle mie ricerche. Era completamente diversa da quella che si trova nel giardino del vicariato. Fu solo quando la mia attenzione si diresse verso il dottor Sterndale e il suo villino che ne trovai la controparte. La lampada accesa in pieno giorno e i residui di polvere sullo schermo furono gli anelli successivi di una catena abbastanza facile da saldare. E adesso, mio caro Watson, credo che possiamo distogliere la mente da questo increscioso argomento e ritornare con chiara coscienza allo studio di quelle radici caldee che devono essere certamente rintracciabili nella branca cornovagliese della grande parlata celtica".

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